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Bambini e pubblicità. Cos'è il nag factor?

Una campagna pubblicitaria ben studiata può mettere in crisi il rapporto genitore-bambino?

1 risposta

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  • 1 decennio fa
    Risposta preferita

    Il Nag Factor, ossia il “fattore assillo", è una nuova strategia di marketing statunitense, studiata da esperti psicologi dell’età evolutiva del bambino, che hanno analizzato i diversi "potenziali di assillo" dei bambini, consci che il successo di un articolo dipende da quanto spesso e quanto intensamente il bimbo tormenta il genitore per averlo. Il Nag Factor individua quel genere di assillo a cui un genitore non può dire di no. Questa modalità viene utilizzata soprattutto per i generi alimentari, con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti: obesità infantile e gravi rischi per la salute in continua crescita. Rivolgendosi ai minori, il Nag Factor approfitta infatti della mancanza di capacità critica nel differenziare la pubblicità dalla realtà, così rimangono vincolati allo stereotipo proposto: se non mangi queste patatine sei “out”.

    http://italy.indymedia.org/print.php?id=700188

    Nel 2004 sono stati stanziati dalle aziende USA 14 Mld di dollari per azioni di marketing rivolte ad un pubblico di under 14. Le stime parlano di un valore dei consumi di bambini e ragazzi pari a 600 Mld di dollari: un mercato che fa gola a molte aziende che investono nel marketing e negli studi sulla psicologia infantile per conoscere questa nuova fascia di consumatori e capire come conquistarli.

    “Nag factor”

    Quando tutti i mercati sono saturi, è necessario guardare oltre le frontiere, cercare le Indie Occidentali, come Cristoforo Colombo.

    Nella costante ricerca di territori “vergini” da esplorare, il marketing si è spinto su una nuova frontiera: il “nag factor”. Il “fattore capriccio” rappresenta il tentativo di incrementare i consumi dei bambini. Infatti, benché essi siano consumatori senza disponibilità economiche, possono sempre attingere al bilancio della famiglia. Juliet Schor, economista statunitense, sottolinea come le nuove tendenze del marketing stiano portando alla “totale immersione di bambini e giovanissimi nel mare magnum della cultura consumistica per allargare la base da cui le aziende possono estrarre valore”.

    Il miglior modo per promuovere le vendite tra i più giovani è, secondo i guru del marketing, quello di individuare e sfruttare quel genere di assillo che porta i genitori a soddisfare le richieste – i capricci – dei bambini.

    Gli studi sull'infanzia

    Prima di vendere bisogna conoscere il cliente. Per questo, studiando i bambini, gli esperti di marketing hanno cominciato a studiare la Psicologia dell’Infanzia e in particolare gli studi di Piaget, Erikson, Kohlberg, Spitz, nonché Sigmund e Anna Freud. E’ importante conoscere la psicologia dei bambini perché chi realizza studi di marketing o campagne pubblicitarie è comunque un adulto che ha dimenticato il linguaggio infantile. Un linguaggio che sappia arrivare al cuore del consumatore è fondamentale per poter stimolare gli acquisti.

    Dagli studi effettuati, emerge che i bambini hanno una naturale propensione alla sperimentazione – quindi indirettamente al consumo - e il contesto sociale favorisce questa propensione, identificando chi è “in” e chi è “out” in base ai prodotti acquistati. Si apre dunque un nuovo campo di ricerche per studiare il profilo psicologico del bambino, visto non più come un consumatore passivo, ma come un individuo in grado di scegliere ciò che desidera. Il desiderio sarà quindi la chiave per influenzare il “nag factor”.

    L’etica del business per l'infanzia

    Qual è il ruolo della famiglia in questo processo evolutivo? I genitori non stanno perdendo il controllo, ma semplicemente lo stanno cedendo. Questo è il dato che emerge dalle ricerche della psicologa Susan Linn sul marketing per l’infanzia. Martin Lindstrom, guru del settore, ha scritto un libro sul Brand Child, ovvero su come costruire brand globali per bambini. Si tratta quindi di un vero e proprio assalto all’infanzia, un assalto che dovrebbe essere vincolato e imbrigliato da un codice deontologico in grado di tutelare chi non può farlo da solo. Secondo Marco Colnaghi, presidente di una famosa agenzia pubblicitaria, la deontologia dovrebbe “sempre permeare una campagna e non solo quelle rivolte ai bambini”. La pubblicità in sé fa leva sulle emozioni e sugli istinti più che sulla ragione, perché non è quest’ultima che spinge ad un consumo elevato. Ma quando si tratta di bambini è giusto porre l’accento sull’istinto? Susan Linn da una risposta negativa, poiché il rischio è quello di creare futuri cittadini irresponsabili, come mostrano alcuni esempi di campagne pubblicitarie con slogan del tipo “Stop thinking!” (“Smetti di pensare”) oppure “Just do it!” (“Semplicemente fallo”).

    Le regole per "resistere"

    “Non riflettere, segui il tuo piacere”, sembra il messaggio che la pubblicità invia tutti i giorni tramite i mass media. Esistono però delle regole per tutelarsi e tutelare i più giovani. Il ruolo dei genitori, secondo Linn, dovrebbe essere più responsabilizzante. Il tutto potrebbe essere sintetizzato nel titolo di un libro di grande successo: “I no che aiutano a crescere”. Quando si va al supermercato, ad esempio, bisognerebbe dire ai figli quello che si ha intenzione di comprare: questa semplice anticipazione renderebbe più facile resistere agli assalti dei bambini quando vedono sugli scaffali prodotti che la pubblicità ha reso desiderabili.

    In generale il comportamento che il genitore dovrebbe adottare è quello di dare delle spiegazioni per le scelte compiute, ovvero chiarire perché quella volta si è negato il giocattolo. Ma bisogna spiegare anche perché un’altra volta il bambino ha ottenuto quello che desiderava.

    Altrimenti il bambino rischia di credere che il paradiso “è un posto dove si beve il caffè” (fonte: Assoetica).

    http://www.prontoconsumatore.it/detail.asp?IDSezio...

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