drilli ha chiesto in Arte e culturaStoria · 1 decennio fa

diritto di veto?

mi spiegate ke cos'era il diritto di veto all'epoca di Augusto?? (romani) velociiii

1 risposta

Classificazione
  • 1 decennio fa
    Risposta preferita

    IL DIRITTO ROMANO CLASSICO.

    Tale periodo coincide con la res publica romano-universale o cd. Principatus.

    La repubblica romana è ora intesa come la consociazione politica di tutti i popoli sottoposti a Roma (da cui la qualifica di universale) avente un governo democratico ma fortemente accentrato ed autoritario. Sommo moderatore della cosa pubblica fu il princeps civitatis, il più eminente tra i cittadini della res publica e il capo dell’imperium romanum.

    Nel periodo classico i vecchi sistemi repubblicani rimasero formalmente in vita, ma furono gradualmente svuotati di significato e finirono per essere considerati ius vetus. Solo il senatus conservò la sua vitalità nei confronti del princeps. Fu per questo che i senatus consulta acquistarono valore sostitutivo delle leges publicae, diventando fonti di produzione del diritto. Ma in seguito il princeps influì anche su quest’organo. Infatti si instaurò la prassi che i CONSULTA li chiedesse il princeps con una oratio. E il senato si limitava ad approvare l’oratio del princeps, che divenne il corpo del senatoconsulto.

    Siccome la produzione normativa si accentrava sempre più nelle mani del princeps, si formò, accanto al ius vetus, un complesso di nuovi regolamenti cui si dette il nome di ius novum.

    Questo era formato da:

    -edicta: indicavano la condotta cui i magistrati provinciali dovevano attenersi;

    -mandata: contenenti disposizioni per i funzionari amministrativi;

    -epistulae: pareri imperiali su questioni controverse espresse in seguito alla richiesta di giudici o funzionari;

    -rescripta: pareri imperiali espressi su richiesta di privati che se ne volevano servire in giudizio;

    -decreta: sentenze emesse, su richiesta di privati e non, senza il rispetto delle normali procedure giurisdizionali.

    Non si può concludere l’esame del periodo classico senza aver dato brevi cenni sulla giurisprudenza dell’epoca.

    I giuristi che la rappresentarono svolsero un imponente lavoro di rielaborazione scientifica allo scopo di ridurre ad unità le molteplici norme privatistiche provenienti dalle più disparate fonti (riordino di IUS CIVILE e IUS HONORARIUM e coordinamento con IUS NOVUM).

    In epoca augustea due giuristi, C.A. CAPITONE e M.A. LABEONE, fondarono due scuole di diritto, la Sabiniana e la Proculiana, che, malgrado gli sforzi compiuti dai romanisti, non avevano alcuna differenza sostanziale né formale.

    Le divergenze tra le due scuole furono sopite dalla personalità di Salvio Giuliano, forse il massimo giurista romano.

    IL DIRITTO ROMANO POSTCLASSICO.

    Il periodo postclassico del diritto romano corrisponde a quello dell’assolutismo imperiale, da Diocleziano a Giustiniano I.

    La prevalenza dell’imperium del princeps sulla res publica determinò l’evolversi della costituzione statale verso il sistema dell’IMPERIUM ROMANUM ASSOLUTISTICO, cioè la subordinazione di tutto e tutti alla direzione, incontrollabile ed indiscutibile, degli imperatores.

    La conseguenza di questo nuovo assetto politico fu il completo inaridimento delle vecchie fonti repubblicane (leges publicae, senatusconsulta, edita magistratuum) e la fine della vecchia attività giurisprudenziale a carattere individualistico, cioè esercitata da giureconsulti. Sul ius vetus trionfò pienamente il ius novum delle constitutiones imperiali.

    Fonte esclusiva del ius novum era la volontà del princeps. Inoltre l’imperator era anche il supremo interprete del diritto e quindi il supremo giudice.

    La giurisprudenza postclassica, anche se privata della sua importanza, lavorò attivamente, aggiornando e modificando le opere classiche. Le forme principali dell’attività giurisprudenziale postclassica possono essere classificate così:

    -INTERPOLAZIONI: alterazioni deliberate del testo, eseguite mediante inserzione di parole e frasi o mediante tagli del dettato genuino.

    -GLOSSEMI: interlineari o marginali. Questi vennero successivamente incorporati nel testo in occasione della successiva trascrizione.

    -PARAFRASI: di brani più o meno lunghi. Queste spesso vengono incorporate nel testo con la successiva trascrizione, sostituendo il brano originario o aggiungendosi ad esso.

    -EPITOMI: a scopo didattico o pratico.

    -ESTRATTI: di scritti giurisprudenziali relativi a materie specifiche.

    -COMPILAZIONI SISTEMATICHE DI IURA E LEGES.

    L’espansione in campania e le guerre sannitiche

    i re germanici circa nel iv sec. d.C. incaricarono i giuristi di ordinare le antiche leggi in raccolte o compilazioni, per un duplice scopo:

    - individuare i principi normativi romani applicabili alle popolazioni barbariche;

    - individuare i principi normativi applicabili ai loro sudditi di nazionalità romana.

    Il nome di GIUSTINIANO I è legato alla grandiosa opera di raccolta di norme di legge che i contemporanei hanno denominato CORPUS IURIS CIVILIS. Esso consta di:

    - un codex Iustinianus del 529 a.C. consistente in una raccolta di costituzioni imperiali;

    - i digesta seu pandectae contenenti i soli pareri dei giuristi classici forniti di ius publice respondendi (autorizzazione imperiale che conferiva una speciale autorità al parere espresso dal giurista), il cui dettato originario fu spesso alterato per eliminare evidenti contraddizioni;

    - un codex repetitae praelectionis consistente nella riedizione e nel perfezionamento del suo primo codice ;

    - le Novellae Constitutiones, contenenti disposizioni innovative di intere branche del diritto.

    I BASILICA. I libri Basilicorum sono una grande compilazione ufficiale ordinata dall’imperatore Leone il Saggio (886-911) per raccogliere quanto ancora avesse vigore del diritto romano giustinianeo. Sono importanti per le notizie che ci danno del diritto romano postclassico.

    Giustiniano introdusse inoltre un severo DIVIETO DI COMMENTO AI DIGESTA per evitare il pericolo di un’ulteriore corruzione dei iura. Ma la giurisprudenza, specie quella Bizantina, aggirava questo divieto, con la scusa di adattare il diritto alle condizioni del mondo bizantino.

    LA CONCEZIONE ROMANA DEL IUS PRIVATUM.

    Si giunse a differenziare le due branche del diritto solo verso la fine dell’epoca classica. Più precisamente fu Ulpiano a proporre per primo la ripartizione ius publicum - ius privatum.

    IUS PRIVATUM è il complesso delle istituzioni giuridiche formatesi intorno al nucleo del ius Quiritium. Esso riassume quindi le nozioni di ius civile, ius legitimum novum, ius honorarium e ius novum imperiale. Protagonista, perciò, del ius privatum è il pater familias con la sua sfera di interessi personali ed economici.

    Fonti del ius privatum erano le seguenti: mores maiorum del ius Quiritium, leges del ius legitimum vetus, interpretatio prudentium, ius civile vetus, edita dei magistrati giusdicenti, senatusconsulta normativi, constitutiones principum del cd. ius novum.

    Il IUS PUBLICUM si differenzia dal ius privatum perché ha ad oggetto il populus Romanus Quiritium nelle assemblee, nelle magistrature, nei sacerdozi, nella struttura costituzionale ed amministrativa.

    I rapporti tra ius privatum e ius publicum furono caratterizzati dalla prevalenza del secondo sul primo. Non era quindi pensabile che la volontà dei privati potesse interferire nei regolamenti pubblicistici, per modificarli o abrogarli: in questo senso si disse che ius publicum privatorum pactis mutari non potest.

    I FASTI.

    I Romani datavano gli avvenimenti di ogni anno in base al nome dei magistrati in carica durante quell’anno (eponimi). Questi magistrati erano i consoli, per questo l’elenco che ci interessa per calcolare le date e gli intervalli tra gli avvenimenti è chiamato FASTI CONSOLARI.

    I Fasti, però, sono stati conservati fedelmente solo dal 300 a.C. in poi. Prima esistevano redazioni diverse ed ogni storico seguiva quella che gli sembrava più opportuna. Per evitare confusioni e contraddizioni, quindi, gli studiosi moderni hanno convenuto di usare un’unica lista, ma purtroppo è stata scelta quella più lontana dalla realtà: i fasti capitolini.

    Questi contavano, dall’inizio della repubblica fino al 300 a.C. compreso, 210 anni: 199 collegi di consoli, 2 anni di decemvirato, 5 anni di anarchia e 4 anni dittatoriali.

    Nelle altre liste il numero dei collegi di consoli oscilla da 196 a 201, molti autori escludono i 4 anni dittatoriali e riducono l’anarchia da 5 anni a un anno.

    Dunque abbiamo una cronologia lunga (i Fasti Capitolini), una media, rappresentata da Tito Livio, e una corta, seguita da Diodoro Siculo. Quest’ultima, che esclude gli anni dittatoriali e riduce l’anarchia ad un anno è probabilmente la più rispondente al vero.

    Quindi le indicazioni della cronologia lunga, usate per tradizione della storia romana arcaica, sono puramente convenzionali.

    CONFLITTI SOCIO-POLITICI.

    Nei primi anni della Repubblica, nei Fasti compaiono nomi di consoli plebei. Ma essi poi vengono meno, per un lunghissimo periodo di tempo, fino alle leges Liciniae- Sextiae del 367 a.C. Probabilmente la scomparsa di questi nomi dai Fasti, corrisponde al momento di massima arretratezza di questo gruppo sociale.

    Infatti è del 449 a. C. la famosa secessione della plebe sul monte Sacro (o Aventino). Questo è un momento di grave crisi. La secessione è guidata da tribuni militum che, messisi dalla parte della plebe, diventano tribuni della plebe. Dopo questa secessione i tribuni vengono “riconosciuti” ed hanno rilevanza nella vita cittadina. Vengono eletti dai concilia plebis, assemblea di soli plebei.

    Poteri dei tribuni: INTERCESSIO diritto di veto contro tutti gli atti dei magistrati; COERCITIO per irrogare sanzioni ai magistrati stessi.

    I conflitti economici tra patrizi e plebei vertono su due punti fondamentali:

    1 – l’alleggerimento dei debiti, che potevano portare i plebei ad una condizione di semi- schiavitù (nexus) in caso di inadempimento;

    2 – lo sfruttamento della terra coltivabile, poiché i patrizi ne detenevano l’uso incondizionato.

    Il punto fondamentale del conflitto sociale è l’assenza di connubium tra patrizi e plebei (impossibilità di contrarre matrimonio) per escludere dalle gentes patrizie i figli nati da questi matrimoni misti.

    IUSTAE NUPTIAE solo da queste poteva nascere un patrizio.

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