Sweetie ha chiesto in Arte e culturaLibri ed autori · 1 decennio fa

riguardo ai miti pascoliani..?

per una pseudo-tesina di italiano da presentare sabato, su un argomento a scelta, vorrei sviluppare i temi ricorrenti in pascoli, quali il tema dell'infanzia,del nido e della natura.

Quali poesie potrei prendere in esame collegate a questi argomenti?

3 risposte

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  • Anonimo
    1 decennio fa
    Risposta preferita

    Secondo Giovanni Pascoli, la poesia non è una mera creazione della fantasia ma il risultato di una particolate capacità di "leggere" la realtà, non è una "invenzione" ma il disvelamento di ciò che è nelle cose, anche in quelle più semplici della vita di ogni giorno.

    Pascoli, pertanto, fu il primo grande poeta italiano a mettere radicalmente in discussione l'idea consolidata secondo cui la poesia avrebbe potuto e dovuto cantare solo argomenti nobili ed elevati quali l'amore, le armi e la virtù: inoltre, aprendo le porte della poetica alle "piccole cose", Pascoli aprì anche la lingua della poesia alle "piccole parole", quelle - semplici - della comunicazione quotidiana, e completò l'avvicinamento del linguaggio poetico a quello della prosa.

    [modifica] La poesia come "mondo" che protegge dal mondo

    Nella vita dei letterati italiani degli ultimi due secoli ricorre pressoché costantemente la contrapposizione problematica tra mondo cittadino e mondo agreste, intesi come portatori di valori opposti: mentre la campagna appare sempre più come il "paradiso perduto" dei valori morali e culturali, la città diviene simbolo di una condizione umana maledetta e snaturata, vittima della degradazione morale causata da un ideale di progresso puramente materiale.

    Questa contrapposizione può essere interpretata sia alla luce dell'arretratezza economica e culturale di gran parte dell'Italia rispetto all'evoluzione industriale delle grandi nazioni europee, sia come conseguenza della divisione politica e della mancanza di una grande metropoli unificante come erano Parigi per la Francia e Londra per l'Inghilterra.

    I "luoghi" poetici della "terra", del "borgo", dell'"umile popolo" che ricorrono fino agli anni del secondo dopoguerra non fanno che ripetere il sogno di una piccola patria lontana, che l'ideale unitario vagheggiato o realizzato non spegne mai del tutto.

    Decisivo nella continuazione di questa tradizione fu proprio Pascoli, anche se i suoi motivi non furono quelli tipicamente ideologici degli altri scrittori, ma nacquero da radici più intimistiche e soggettive.

    Nel '99 scrisse al pittore De Witt: «C'è del gran dolore e del gran mistero nel mondo; ma nella vita semplice e familiare e nella contemplazione della natura, specialmente in campagna, c'è gran consolazione, la quale pure non basta a liberarci dall'immutabile destino». In questa contrapposizione tra l'esteriorità della vita sociale (e cittadina) e l'interiorità dell'esistenza familiare (e agreste) si racchiude l'idea dominante - accanto a quella della morte - della poesia pascoliana.

    Dalla casa di Castelvecchio, dolcemente protetta dai boschi della Media Valle del Serchio vicino al borgo medievale di Barga, Pascoli non "uscì" più (psicologicamente parlando) fino alla morte.

    Pur continuando in un intenso lavoro di pubblicazioni poetiche e saggistiche, e accettando nel 1905 di succedere a Carducci sulla cattedra dell'Università di Bologna, egli ci ha lasciato del mondo una visione univocamente ristretta attorno ad un "centro", rappresentato dal mistero della natura e dal rapporto tra amore e morte.

    Fu come se, sopraffatto da un'angoscia impossibile a dominarsi, il poeta avesse trovato nello strumento intellettuale del componimento poetico l'unico mezzo per costringere le paure ed i fantasmi dell'esistenza in un recinto ben delimitato, al di fuori del quale egli potesse continuare una vita di normali relazioni umane. A questo "recinto" poetico egli lavorò con straordinario impegno creativo, costruendo una raccolta di versi e di forme che la letteratura italiana non vedeva, per complessità e varietà, dai tempi di Chiabrera.

    La ricercatezza quasi sofisticata, e artificiosa nella sua eleganza, delle strutture metriche scelte da Pascoli - mescolanza di novenari e quinari e quaternari nello stesso componimento, e così via - è stata interpretata come un paziente e attento lavoro di organizzazione razionale della forma poetica attorno a contenuti psicologici informi e incontrollabili che premevano dall'inconscio. Insomma, esattamente il contrario di quanto i simbolisti francesi e le altre avanguardie artistiche del primo Novecento proclamavano nei confronti della spontaneità espressiva.

    Anche se l'ultima fase della produzione pascoliana è ricca di tematiche socio-politiche (Odi e inni del 1911, i Poemi italici e i Poemi del Risorgimento, postumi; nonché il celebre discorso La grande Proletaria si è mossa tenuto nel 1911 in occasione di una manifestazione a favore dei feriti della guerra di Libia), non c'è dubbio che la sua opera più significativa è rappresentata dai volumi poetici che comprendono le raccolte di Myricae e dei Canti di Castelvecchio (1903). Il "mondo" di Pascoli è tutto lì: la natura come luogo dell'anima dal quale contemplare la morte come ricordo dei lutti privati.

    «Troppa questa morte? Ma la vita, senza il pensiero della morte, senza, cioè, religione, senza quello che ci distingue dalle bestie, è un delirio, o intermittente o continuo, o stolido o tragico. D'altra parte queste poesie sono nate quasi tutte in campagna; e non c'è visione che più campeggi o sul bianco della gran nave o sul verde delle selve o sul biondo del grano, che quella dei trasporti o delle comunioni che passano: e non c'è suono che più si distingua sul fragor dei fiumi e dei ruscelli, su lo stormir delle piante, sul canto delle cicale e degli uccelli, che quello delle Avemarie. Crescano e fioriscano intorno all'antica tomba della mia giovane madre ...

  • Nahla
    Lv 7
    1 decennio fa

    " X agosto"; "La mia sera"; "Arano".

    Vedrai che vanno bene.

    Te la caverai. Auguri!

  • 1 decennio fa

    Giovanni Pascoli era estremamente legato alla sua terra di Romagna, ne ha cantato la bellezza, la gioia e i dolori con affetto e malinconica dolcezza consegnando all’immortalità dei suoi versi quei cari paesaggi del cuore e quei personaggi che abitavano la sua memoria. La terra di Romagna è legata al suo Poeta, al punto di aver chiamato il paese in cui egli nacque, nel 1855, con il suo nome: San Mauro Pascoli.

    Giovanni Pascoli ebbe un’esistenza segnata da tragiche vicende: dall’agguato che portò alla morte del padre (amministratore della tenuta agricola dei principi Torlonia) ed alla perdita della tranquillità economica, alla prematura scomparsa della madre fino a successivi lutti familiari. Vicende che incisero profondamente sulla vita e sulla sua produzione artistica. Nonostante le difficoltà economiche, Pascoli riuscì a frequentare l’università a Bologna, dove diventò allievo del Carducci ed in seguito intraprese la carriera dell’insegnamento, fino a subentrare al Maestro nella cattedra di Letteratura Italiana nel 1906. Nel frattempo Pascoli si era già affermato come poeta, con la pubblicazione della prima edizione di Myricae nel 1891, dei Poemetti nel 1897 e dei Canti di Castelvecchio nel 1903. La produzione di Pascoli, fino alla sua scomparsa nel 1912, è varia e comprende poesie latine, saggi danteschi, antologie scolastiche, discorsi e pensieri politici, ma ciò che più lo ha reso noto furono la sua poetica e la sua poesia. La poesia del Pascoli si esprimeva con un linguaggio lirico nuovo, apparentemente semplice ed essenziale ma ricco di scelte espressive e di analogie simboliche in grado di regalare emozioni e farci “vedere tutto con meraviglia […] scoprire la poesia nelle cose, […] nei particolari che svelano la loro essenza, il loro sorriso e le loro lacrime”. Il poeta, secondo Pascoli, grazie alla sua anima di “fanciullino”, riesce a intravedere il significato della vita ed il mistero del suo destino. La poesia di Pascoli canta le piccole cose e ne rivela il significato profondo e le profonde verità. Scriveva Pascoli: “Il poeta è colui che esprime la parola che tutti avevano sulle labbra e che nessuno avrebbe detta”.

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