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Anonimo
Anonimo ha chiesto in Arte e culturaStoria · 1 decennio fa

Chi mi parla delle origini del monachesimo?

5 risposte

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  • 1 decennio fa
    Risposta preferita

    Fin dalle origini del cristianesimo era stato presente un rigoroso ascetismo eremitico (padri del deserto) che dal sec. V si tradusse in Occidente nel monachesimo benedettino. Nell’Alto Medioevo i monasteri divennero presto gli unici centri di irradiazione non solo della spiritualità, ma anche della tradizione culturale dell’Occidente; fornirono inoltre l’ossatura dell’economia medievale inquadrando le popolazioni in aziende agrarie stabili. La forma originaria e più radicale del monachesimo cristiano fu quella degli anacoreti (nota 1), che vivevano del tutto isolati nei deserti di Egitto o Siria fin dal sec. III. Gruppi di anacoreti diedero vita al monachesimo cenobitico (nota 2) di cui il primo regolatore fu Pacomio (sec. IV) in Egitto. In questa fase i monaci non avevano impegno definito col cenobio (nota 3) e potevano pertanto abbandonarlo. Una disciplina più dettagliata e organica il monachesimo cenobitico la ricevette da s. Basilio di Cesarea la cui regola ne costituì il fondamento teorico e organizzativo per l’Oriente. Il monachesimo orientale ha oggi il suo centro più rappresentativo nella comunità del monte Athos in Grecia (fondata nel 963) e rivela una rinnovata vitalità nella Chiesa ortodossa di Russia. In Occidente il monachesimo fu prevalentemente cenobitico e sull’esempio dell’Oriente, per iniziativa di s. Girolamo, di s. Ambrogio, di s. Paolino da Nola, si diffuse in Italia nel sec. IV ma anche in Gallia (a Marsiglia, a Lerino), nell’Africa e poi pure in Spagna e nel Norico. Con meno dirette derivazioni del monachesimo d’Oriente si presentano in Occidente due regole del monachesimo cenobitico, che ebbero nell’abbazia l’istituzione fondamentale: quella dell’irlandese-celta s. Colombano, con irradiazioni sul continente in Germania, Svizzera, Italia (a Bobbio, fine sec. VI - inizi sec. VII), caratterizzata da grande rigore ascetico ma anche prescrivente un lavoro di cultura, la trascrizione di codici; e quella del romano-italico Benedetto da Norcia, di ben più ampio, profondo e durevole significato, più moderata nell’ascesi ma più organica nel definire preghiera comune e lavoro con finalità sociali secondo il binomio “ora et labora”.

    480-543. BENEDETTO DA NORCIA

    Benedetto da Norcia, fondatore del monachesimo occidentale con l’istituzione del convento di Montecassino, da dove il monachesimo si diffuse largamente. Il monachesimo fu molto importante sia per la difesa della civiltà cristiana durante le invasioni barbariche, sia per la missione di evangelizzazione in terre lontane, sia, infine, per l’opera di trasmissione della cultura classica attraverso la trascrizione di manoscritti. Il monachesimo occidentale si distingue da quello orientale, di tipo ascetico, per l’armonizzazione di spirito pratico e fattivo con la spiritualità cristiana.

    Carlo Magno, coadiuvato da Benedetto d’Aniane (n. ca 750 – m. ca. 821), impose a tutti i monasteri dell’impero l’adozione della regola benedettina (817) e concesse a molti di essi l’immunità dal controllo degli ufficiali pubblici. Determinante per l’Occidente fu l’impegno culturale dei monaci, i quali non solo tramandarono i capolavori della cultura latina e greca (con l’opera degli amanuensi che ricopiavano gli antichi codici), ma restarono per secoli i quasi unici produttori di cultura e costituirono l’ossatura della presenza della Chiesa nella società. L’egemonia culturale ed ecclesiale del monachesimo terminò comunque nel sec. XIII con l’avvento degli ordini mendicanti.

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    1) Anacoreta (dal greco anachōrētēs, derivato da anachōrêin, ritirarsi) è detto un religioso che abbandona la vita attiva e si allontana dagli uomini, vivendo isolato una vita ascetica e di contemplazione. Nel cristianesimo antico e medievale questa parola indicava un monaco che si ritirava nel deserto per dedicarsi a contemplazione e preghiera.

    2) I cenobiti sono dei monaci cristiani le cui prime comunità risalgono al IV secolo. Fondatore del cenobitismo è considerato San Pacomio, monaco egiziano vissuto a cavallo fra III e IV secolo. I cenobiti si differenziano dagli eremiti in quanto praticavano una vita comunitaria anziché solitaria. Il cenobitismo fu introdotto in occidente da San Benedetto da Norcia che su quei principi istituirà l'Ordine di San Benedetto.

    3) Cenobio – Dal greco koinòbion, composto da koinòs: comune, e bios: vita. Luogo dove vivono in comune più monaci sotto le medesime regole di disciplina cristiana, convento.

  • 1 decennio fa

    già nei primi secoli del cristianesimo si sperimentava prima nel deserto dell'eggitto e della siria poi in oriente e in occidente,il monachesimo che consisteva in una forma di vita religiosa intesa come distacco dalla società.

    in realta il fenomeno nasce in India ben prima del Cristianesimo e acquisì grande importanza nel mondo ellenistico al tempo di Alessandro Magno.

    Nel mondo orientale i monaci Buddisti conducevano in un primo tempo una vita nomade e solo successivamente si stabilirono in comunità nei monasteri.

    anche nel mondo Greco si trovano fenomeni simili a quello che sarebbe stato il monachesimo Cristiano, ma non tra i religiosi bensì tra i filosofi.

    Il fenomeno del monachesimo era noto anche presso gli ebrei, e le comunità dei Terapeuti e degli Esseni erano note anche al di fuori del mondo ebraico infatti Plinio il Vecchio ne parla nell'opere Naturalis Historia.

    Il MONACHESIMO CRISTIANO nasce in egitto nel 3 secolo. nella fase iniziale era diffuso soprattutto tra i ceti più poveri.

    era caretterizzato da una profonda sfiducia verso il mondo e dalla ricerca della solitudine completa cioè molti sceglievano di praticare l'eremitismo (non si praticava ancora il monachesimo in comunità di monasteri).

    IL più celebre eremita era Antonio che si stabilì in una necropoli abbandonata altri eremiti si stabilirono in case senza finestre o se volevano patire il cattivo tempo in case senza tetto. Alcuni eremiti si stabilirono sulla cima di un albero (i cosìdetti dendritai) altri su una colonna (i cosidetti stiliti).

    La nascita del monachesimo nei monasteri la si deve principalmente a due personaggi: Pacomio che fondo monasteri maschili e femminili ispirandosi alla chiesa delle origini e Basilio di cesarea che fondo numerosi monasteri ai quali indirizzo le REGOLE che più che come leggi si configuravano come indicazioni.

    Con le esperienze di Pacomio e Basilio il monachesimo si diffuse presso gli aristocratici,tanto che alcuni di essi non solo compirono pellegrinaggi in oriente per conoscere questi monaci ma decisero di imitarne lo stile di vita. Soprattutto le donne nobili.

    Personaggio chiave di questa vicenda fu S. gerolamo, che per alcuni anni, fu il punto di riferimento di gruppi di nobildonne romane che praticavano la vita ascetica in casa, finchè non fu costretto a lasciare la città a causa dell'ostilità contro la vita monastica, al quale si attribuiva la morte di una giovane donna uccisa dai troppi digiuni.

    un esperienza significativa fu quella di Cassiodoro che fondò un monastero in calabria, tuttavia quest'ultimo ebbe vita breve in qunto non si trattava di un centro religioso ma era più un centro culturale.

    la diffusione del monachesimo in Francia è legata soprattutto a Martino di Tours.

    molto poco si conosce della diffusione del monachesimo in Gran bretagna e irlanda.

    in Italia la forma di MOnachesimo più diffusa fu quella che si sviluppo nel V secolo intorno a Benedetto da Norcia.

    il principio più importante introdotto dalle regole benedettine era quello espresso dalla formula Ora e Labora(pregha e lavora)

    Fonte/i: dal libro di storia medievale. medioevo i caratteri originali di un età di transizione. autore Giovanni Vitolo.
  • Anonimo
    1 decennio fa

    monachesimo europeo, occidentale o asiatico?

    Proprio quando l’invasione longobarda aveva reso più tragiche le condizioni delle popolazioni romane dell’Occidente travolte nella grande catastrofe dell’Impero, andarono prendendo sempre maggiore vigore le istituzioni ecclesiastiche e religiose che, nell’orrore del primo medioevo barbarico, dovevano rivelarsi come le forze costruttive più efficaci della nuova civiltà. Tra esse il monachesimo, nei secoli che vanno dal IV all’VIII, è forse la più importante.

    Il concetto di Monachesimo Europeo proviene dal Medio Oriente; infatti l’ascetismo religioso e la vita monastica non sono peculiari del Cristianesimo, ma rappresentano forme in cui l’anima ha cercato in ogni tempo di tradurre la propria sete del divino. Nel IV secolo, in Egitto, in Palestina e in Siria, sulla scia di Antonio il Grande e di altri Padri del deserto, si fecero sempre più numerosi coloro che abbandonavano completamente il mondo per vivere nella solitudine (eremos, da cui il termine di eremita, per indicare gli asceti viventi nel deserto) oppure per associarsi insieme in conventi o cenobi (dal termine greco coinobios, indicante vita in comune), onde ricercare una comunione più intensa con Dio ed innalzarsi verso la santità. In ambito cristiano, Antonio è considerato l'iniziatore della via eremitica e Pacomio di quella cenobitica.

    I monaci nell'Europa Orientale si davano con fervore, che talora rasentava la frenesia, ad intense pratiche ascetiche (dal greco aschesi = esercizio), le quali univano alla preghiera ed alla meditazione ogni sorta di mortificazioni della carne, talora durissime o stravaganti addirittura, come l’astensione dal cibo, dal sonno o dal lavarsi per periodi più o meno lunghi, oppure l’infliggersi flagellazioni e torture. Tra questi, particolari furono gli stiliti e i dendriti che trascorrevano la loro vita rispettivamente su una colonna e su un albero.

    Il monachesimo rappresentò in sostanza una grande rivolta dello spirito autenticamente cristiano contro il pericolo di mondanizzazione della Chiesa. Come tale, esso costituì per secoli la grande riserva di forze spirituali della Chiesa ed ebbe importanza storica decisiva nello sviluppo della civiltà cristiana nel mondo mediterraneo.

    Il monachesimo cristiano, attraverso la mediazione del monachesimo primitovo del medio oriente, affonda le sue radici nel monachesimo dell'Oriente asiatico[citazione necessaria], un vasto ed articolato fenomeno che comprende numerose religioni (Induismo, Giainismo, Buddhismo, Taoismo) e numerose nazioni (Giappone, Cina, Indonesia, Myanmar, India, Tibet, etc.)

    Nell'Induismo il fenomeno è legato sia a determinati stadi della vita, quali il samnyâsa, durante il quale si pratica la rinuncia e la povertà, sia alla scelta di praticare la rinuncia per dedicare l'intera vita alla spiritualità: è il caso dei sadhu. Tali pratiche, testimoniate nei Veda, risalirebbero al 2.000 a. C..

    Nel Jainismo l'esperienza monastica assume particolare importanza. Nel 79 d.C. uno scisma produsse le due scuole principali, attive ancora adesso: a partire da quella data si distingue tra monaci digambar "vestiti di cielo", che rinunciano a qualisiasi possesso, compreso cibo e vestiti e shvetambar "vestiti di bianco".

    Il fenomeno del monachesimo è rilevante nell'esperienza del Buddhismo: il monaco-mendicante finisce in alcuni casi per essere considerato l'unico vero discepolo del Buddha. Il Buddhismo tibetano pone nelle mani dei monaci (lama) anche il potere temporale.

    Dopo il IV secolo il monachesimo cominciò a diffondersi in Occidente: San Girolamo a Roma, Sant'Agostino in Africa, San Severino nel Norico, San Martino e San Giovanni Cassiano nella Gallia si fecero promotori dell’ideale monastico (sull'esepio di quello orientale) e monasteri famosi sorsero nel V secolo a Tours e ad Arles ad opera dei vescovi S. Cesario e S. Aurelio (autori di importanti Regole).

    Cassiodoro, il ministro di Teodorico, fallita la sua politica di fusione tra Romani e Goti, abbandonò la corte gotica, si rifugiò nei suoi possedimenti nella natia Calabria e fondò un monastero a Vivarium, in cui trascorre gli ultimi anni della sua vita.

    A dare al monachesimo del cristianesimo cattolico la sua particolare fisionomia, romanamente costruttiva, operosa, in confronto a quello del cristianesimo ortodosso contemplativo, ascetico, anarcoide, fu però un giovane, discendente da una famiglia della piccola nobiltà provinciale dell’Umbria: San Benedetto da Norcia (480-543). Ritiratosi a vita eremitica a Subiaco, San Benedetto aveva veduto crescere attorno a sé un gruppo di seguaci, insieme ai quali, trasferitosi successivamente nelle vicinanze di Cassino, aveva fondato il monastero di Montecassino, il più importante centro monastico dell’Occidente.

    All’incirca negli stessi anni in cui i giuristi bizantini, per ordine di Giustiniano, lavoravano alla grandiosa sistemazione del diritto civile romano nel Corpus iuris civilis, San Benedetto gettava le fondamenta della nuova società monastica, con la compilazione della sua Regola.

    La regola benedettina è informata tutta al robusto spirito pratico dell’antica Roma, fondendolo armonicamente con la spiritualità cristiana. I monaci benedettini non debbono essere soltanto dei contemplanti: il loro motto dovrà essere ora et labora. Né saranno incoraggiati sulla strada, per alcuni versi più estrema, dell’ascetismo ortodosso. Una nota di serenità interiore, di equilibrio, di saggezza profonda, pervade tutte le pagine di questa regola, che fu scritta originariamente per il solo monastero di Montecassino, ma si rivelò talmente piena di universale capacità normativa, cioè di quella capacità giuridica, che aveva fatto la grandezza degli antichi Romani, da venire adottata dovunque, come regola per eccellenza del monachesimo cattolico.

    Mentre in tutto il mondo circostante infuria la tempesta barbarica, i monasteri benedettini creano un nuovo tipo di società basata, anziché sul concetto romano della proprietà privata, su quello cristiano della solidarietà collettiva.

    I monaci coltivano le terre circostanti al monastero, o almeno le fanno coltivare dai propri coloni, difendendole dall’abbandono e dall’inselvatichimento. Attorno a loro, si raggruppano in cerca di protezione famiglie coloniche, che trovano rifugio all’ombra del convento.

    Il monastero diventa così il centro di un piccolo mondo economico auto-sufficiente; anche i prodotti artigianali od industriali necessari alla sua esistenza vengono prodotti al suo interno da monaci o da servi ministeriales dipendenti dal convento. Il sovrappiù della produzione viene posto in vendita; così, non di rado, attorno al convento sorge anche un centro di scambi commerciali, un mercato, una fiera. Proprio nel corso dell’VIII secolo si ebbe nell’economia dell’Italia longobarda un'accentuata tendenza alla formazione di immense proprietà fondiarie, concentrate nelle mani dei grandi signori laici o delle chiese. Parte cospicua di questa concentrazione della proprietà andò a vantaggio dei grandi monasteri benedettini, accrescendone l’importanza. In linea di principio, almeno, i beni degli enti religiosi erano inalienabili e gli abati dei monasteri erano spesso amministratori più capaci dei primitivi signori longobardi.

    Ciò condusse alla diffusione di nuovi sistemi di conduzione dei fondi, che molto giovarono alla graduale ricostruzione della ricchezza fondiaria. Tra questi da citare i contratti di livello (così detto dal libellum sul quale stavano scritti i patti del contratto), per cui un fondo veniva ceduto in uso ad un coltivatore, in cambio di un canone, per lo più in natura, o quelli di enfiteusi, per cui un fondo era ceduto per lunghissimo tempo ad un minimo canone annuale, a patto che il coltivatore vi introducesse delle migliorie. Così al cupo spopolamento dei secoli precedenti cominciò a subentrare una maggiore densità di coltivatori nelle campagne, unita ad una rinascita delle colture specializzate, come quella della vite e dell’olivo, in luogo del pascolo e della cerealicoltura estensiva.

    In mezzo ad un’età di sovrani analfabeti e di pauroso regresso della civiltà verso i limiti inferiori della primitività, nei monasteri benedettini gli amanuensi infaticabili, negli scriptoria, continuano a copiare le opere degli scrittori antichi cristiani e pagani. Convivono, quindi, pacificamente, insieme bevono alla fonte antica della civiltà, del sapere della mitezza dei costumi, Romani e Barbari, affratellati dalla comune fede, dalla comune obbedienza alla Regola. I grandi monasteri benedettini rimangono, per tutto il Medioevo, come centri di luce in mezzo alla tenebra circostante.

    Accanto a quello sempre più cospicuo di Montecassino, sorsero sempre più numerosi monasteri, fra cui emergono per importanza quelli di Nonàntola nell'Emilia, di Farfa nella Sabina, di San Vincenzo al Volturno nell’Italia meridionale, della Novalèsa in Val di Susa. Questi cenobi accolsero tra le loro mura tanto latini che barbari, favorendo la fusione dei due popoli, mantennero in vita le tradizioni culturali dell’antichità e del cristianesimo, operando potentemente a diffondere la civiltà tra i Longobardi.

    Un grande centro di civiltà monastica sorse inoltre nell’Irlanda e da lì si allargò nell’Inghilterra, con i cenobi di Armagh, di Iona, di York. I monaci irlandesi, portando seco la propria civiltà celtico-cristiana, si diressero poi verso la Germania, le Gallie e l’Italia, convertendo pagani ed ariani e fondando sempre nuovi monasteri. Tra questi ultimi da citare quello di Bobbio, fondato in Italia da San Colombano, e quello di San Gallo, costruito dai suoi compagni nella Germania. Anche i monaci irlandesi coltivarono attivamente studi letterari o religiosi, come testimonia la copia dei manoscritti di autori classici o cristiani lasciata dai loro amanuensi e la fantasiosa ricchezza delle miniature che li adornano. La civiltà monastica celto-cristiana ebbe, pertanto, immensa importanza nella formazione della cultura europea dell’età carolingia.

    Un cenno a parte meritano i Cistercensi, un ordine di monaci dediti alla beneficenza, e quello dei Templari, che insieme ai Cavalieri di Malta, ad i Cavalieri Teutonici ed agli Ospitalieri, ha carattere militare.

  • Anonimo
    1 decennio fa
  • Kat
    Lv 5
    1 decennio fa

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