Anonimo
Anonimo ha chiesto in Arte e culturaArte e cultura - Altro · 1 decennio fa

leggenda sul natale meravigliosa 10 punti al mijore?

ciao a tutti!!!!!!

il natale è alle porte e io amo qst periodo...sto facendo un intervento nel mio blog di msn ke parla sul natale..x completarlo sn alla ricerca di una leggenda sul natale ma ke sia qlcs ke davvero stupisca deve prendere davvero nn deve essere la solita storiella su un fatto o qlcs di tradizionale..nn so qlcs di..meraviglioso..ma nn riesco a trovarla!!!!!!!..deve essere una leggenda magari anke1piccolo racconto ma ke colpisca al cuore...grazie sn certa ke mi sarete d'aiuto

beso e buone feste!!!

6 risposte

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  • 1 decennio fa
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    Leggende di Natale in GRECIA

    In Grecia la vigilia di Natale viene vissuta tra canti e musiche di tamburelli e triangoli. Ci si scambiano doni, così come al 25 e al 1 gennaio, i quali vengono anche portati come omaggio alle persone più povere.

    Tutti insieme si mangiano fichi secchi, dolci, noci e il Chrisopsomo, un tipico pane speziato greco.

    I sacerdoti sono soliti passare di casa in casa per la benedizione delle dimore.

    Leggende di Natale in FINLANDIA

    In Finlandia, oltre al classico albero di Natale, viene preparato all'esterno delle case un secondo alberello per gli uccellini. Si tratta, infatti, di un covone di grano legato ad un palo e addobbato con semi appetitosi. Anche in altri paesi c'è questo simpatico pensiero verso i piccoli volatili che riempiono con il loro cinguettìo le ore della giornata; ad esempio in Germania, soprattutto nel sud, la gente sparge dei grano sul tetto delle case affinché anche gli uccellini possano far festa il giorno di Natale.

    Leggende di Natale in INGHILTERRRA

    In Inghilterra l'albero di Natale la fa da padrone tra le varie decorazioni, anche a Londra è tradizione addobbare un altissimo albero allestito all'aperto con luci, nastri e ghirlande.

    La notte del 24 Babbo Natale porta i doni ai bambini, lasciandoli in un grosso sacco sotto l'albero. I bimbi, per ringraziarlo, lasciano sul tavolo della cucina un bicchiere di latte e un pezzo di dolce per lui e una carota per la sua renna e la mattina del 25 aprono i doni. Proprio quel giorno l'atmosfera è festosa ed è usanza riunirsi con le persone care e cucinare un buon pranzo con dolci tipici quale per esempio il Christmas Pudding.

    Sono usati per i festeggiamenti anche fuochi d'artificio o mortaretti.

    Leggende di Natale in GERMANIA

    In Germania i festeggiamenti di Natale iniziano presto, ovvero l'11 novembre, giorno di San Martino. E' tradizione costruire per quel giorno delle lanterne, che i bambini porteranno in processione, oppure verranno messe nei cimiteri, e che servono ad illuminare la strada al santo.

    Durante il periodo dell'Avvento i bambini hanno nelle loro camerette dei calendari con 24 finestrelle. Ogni giorno aprono una finestrella e promettono di compiere una buona azione nella giornata.

    Il 6 dicembre poi arriva San Nicola a portare dolci, cioccolato e dolci speziati come i Lebkuchen o i Christollen.

    La notte del 24 infine arriva Gesù Bambino (o Babbo Natale) a portare i tanto attesi doni. Le case sono addobbate a festa con ghirlande e candele, è usanza fare pasti ricchi e bere vino speziato.

    A Rothenburg ob der Tauber, un piccolo paesino tedesco c'è un museo dedicato al Natale, molto caratteristico e curato, che sta aperto tutto l'anno. Questo è il sito ufficiale: www.weihnachtsdorf.de

    Leggende di Natale in SPAGNA

    In Spagna il giorno più festeggiato nel periodo natalizio è il 28 dicembre, giorno in cui arrivano i los Reyes, i Re Magi. A cavallo o su carri sfilano per le città e distribuiscono dolci e caramelle. La figura di Babbo Natale è meno sentita.

    Nei presepi spagnoli alle classiche statuine si affiancano quelle di Tio, un tronchetto d'albero che, se scosso, sprigiona dolcetti e quella di Caganer, un porta fortuna natalizio.

    Leggende di Natale in POLONIA

    In Polonia, la vigilia di Natale è chiamata Festa della Stella, e la tradizione vuole che, sino a quando non compare in cielo la prima stella, non si debba iniziare la cena. Le famiglie polacche celebrano il Natale con un pasto di 12 portate.

    Si lascia sempre un po' di spazio in tavola, in caso arrivi un ospite inatteso. In molte case ancora oggi si mettono dei covoni di grano nei quattro angoli di una stanza, in memoria della stalla dove nacque Gesù Bambino.

    Leggende di Natale in FRANCIA

    In Francia i bambini dispongono le loro scarpe ordinatamente, poiché Gesù Bambino passerà la notte del 24 a riporre i suoi doni dentro di esse. Addobberà anche l'albero con frutta e dolci.

    E' tradizione accendere un ceppo di legna per scaldare il Bambino che gira nella notte fredda. Da questa usanza, deriva anche uno dei dolci natalizi più diffusi, ovvero la bùche de Noêl.

    Il presepio in Francia è molto curato; sono particolarmente famosi i presepi della Provenza, composti da statuine d'argilla vestite con costumi realizzati a mano, molto precisi nei dettagli e realistici, chiamati Santons. A questo sito potete vederne degli esempi: www.santonsmarcelcarbonel.com

    C'era una volta, in un paese tra i monti, un vecchio mercante. L'uomo viveva solo, non si era mai sposato e non aveva piu' nessun amico.

    Il vecchio mercante si girava e rigirava, senza poter prendere sonno.

    Uscì di casa e vide gente che andava da tutte le parti verso lo stesso luogo. Qualche mano si tese verso di lui. Qualche voce si levò:

    - Fratello, - gli gridarono - non vieni?

    Fratello, a lui fratello? Lui non aveva fratelli. Era un mercante e per lui non c'erano che clienti: chi comprava e chi vendeva. Per tutta la vita era stato avido e avaro e non gli importava chi fossero i suoi clienti e che cosa facessero.

    Ma dove andavano?

    Si mosse un po' curioso. Si unì a un gruppo di vecchi e di fanciulli. Fratello! Oh, certo, sarebbe stato anche bello avere tanti fratelli! Ma il suo cuore gli sussurrava che non poteva essere loro fratello. Quante volte li aveva ingannati? Piangeva miseria per vender più caro. E speculava sul bisogno dei poveri. E mai la sua mano si apriva per donare. No, lui non poteva essere fratello di quella povera gente che aveva sempre sfruttata, ingannata, tradita. Eppure tutti gli camminavano a fianco. Ed era giunto, con loro, davanti alla Grotta di Betlemme.

    Ora li vedeva entrare e nessuno era a mani vuote, anche i poveri avevano qualcosa. E lui non aveva niente, lui che era ricco.

    Arrivò alla grotta insieme con gli altri; s'inginocchio insieme agli altri. - Signore, - esclamò - ho trattato male i miei fratelli. Perdonami.

    E cominciò a piangere.

    Appoggiato a un albero, davanti alla grotta, il mercante continuò a piangere, e il suo cuore cambiò. Alla prima luce dell'alba quelle lacrime splendettero come perle, in mezzo a due foglioline. Era nato il vischio.

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    Il Natale è la festa cristiana che ricorda la nascita di Gesù Cristo e si instaura nella preesistente tradizione popolare di quei tempi. La data del Natale fu stabilita nel 337 d.C. da papa Giulio in Occidente dove si festeggiava il 25 dicembre, mentre i cristiani d'oriente lo festeggiavano il 6 gennaio (Teofania o festa dei lumi). In effetti la nascita di Gesù Cristo non riporta una data precisa, perfino l'anno è incerto e datato presumibilmente tra il 10 e il 4 a.C.

    San Clemente Alessandrino riferisce che alcuni facevano cadere questa nascita nel giorno venticinquesimo del mese chiamato pachon dagli Egiziani, che corrisponde quasi al nostro maggio; altri al 24 o al 25 del mese pharmuthi, il nostro aprile. Ma al principio del III secolo si cominciò a celebrare la festa del Natale sotto il nome di Epifania, il sesto giorno del mese di gennaio, insieme all'adorazione dei Magi ed alla memoria del battesimo di Gesù. Questa fu l'usanza della Chiesa orientale almeno nei secoli III e IV. Per la Chiesa d'Occidente, invece, Cassiano racconta che al suo tempo, cioè al principio del V secolo, si celebravano separatamente i due ministeri in due diversi giorni. Infatti la festa di Natale è segnata, per la Chiesa di Roma in particolare, al 25 dicembre nell'antico calendario che fu steso verso la metà del IV secolo. Quest'uso, poi, passò dalla Chiesa di Roma a quella d'Oriente.

    Ai primordi dell'istituzione del Natale, nello stesso periodo dell'anno, la tradizione popolare e soprattutto contadina festeggiava la fine di un ciclo stagionale e l'apertura di uno nuovo. C'era la festa del Fuoco e del Sole, la festa di Mitra, la divinità della luce, per la presenza del solstizio d'inverno, il giorno più corto dell'anno, a partire dal quale le giornate cominciano ad allungarsi. Simbolicamente, possiamo dire che in questo giorno il sole muore per poi rinascere.

    Il Solstizio d'Inverno era festeggiato anche dai celti (i Galli) che abitavano le regioni del nord Europa, la pianura padana e parte delle Alpi.

    Nell'antica Roma dal 17 al 24 dicembre si festeggiavano i saturnali in onore di Saturno, il dio dell'agricoltura. Questa festa era contraddistinta da un periodo di pace in cui ci si scambiava dei doni, le divisioni sociali venivano messe da parte e ci si lasciava andare a sontuosi banchetti.

    Durante questo periodo di festa era lecito ciò che normalmente era illecito: lo schiavo poteva prendersi gioco del padrone e perfino il gioco d'azzardo era permesso. Durante i saturnali i servi venivano serviti dai padroni: la sostanza nobile e quella volgare si mescolano e non si distinguono, anzi, sembra quasi che la sostanza volgare tenda a prevalere. Si festeggiava il ritorno dell'Età dell'Oro, periodo in cui aveva regnato Saturno, e dove la gente viveva felice, senza povertà né malattie, senza guerre e nella piena abbondanza dei frutti della terra.

    La statua di Saturno veniva liberata dalle fasciature che la celavano per il resto dell'anno e veniva esposta per tutto il periodo dei festeggiamenti. Si festeggiava nell'attesa che il dio tornasse per restare per sempre e cominciare una nuova età dell'oro. Ancora oggi la tradizione esoterica rispetta l'antico significato popolare dei Saturnali e, difatti, il Solstizio d'Estate è visto come un giorno speciale in cui è lecito chiedere l'impossibile, è propizia la realizzazione di un importante desiderio. Ovviamente il Solstizio d'Estate è strettamente legato al Solstizio d'Inverno in quanto a quest'ultimo è associata la morte e la rinascita (il seme deve morire a se stesso per produrre la pianta) mentre i frutti saranno evidenti solo al Solstizio d'Estate.

    Nel 274 d.C. l'imperatore Aureliano decise che il 25 dicembre, poco dopo il solstizio, si sarebbe festeggiato il Sole , o meglio, la Vittoria del Sole (Dies Natalis Solis Invicti), una festa di antichissime origini egiziane. Il motivo per cui la festa del Sole si celebrasse in inverno anziché in estate, come sembrerebbe più logico, è da ritrovarsi nel senso esoterico dell'avvenimento: il 25 dicembre è pochi giorni dopo il solstizio d'inverno, cioè quando le giornate già cominciano ad allungarsi, cosa che, in altri termini, può essere vista come la vittoria della luce sulle tenebre, del bianco sul nero, l'inizio della purificazione che l'essenza divina opera sulla materia.

    Ma perché la nascita di Cristo, la celebrazione del Natale, è stata associata alle feste pagane celebranti il Sole?

    Il Sole ( Datore di vita dell'universo fisico ) è il simbolo del Logos , la deità manifestata (la Causa originaria e sempre nascosta), così come il discorso è “logos” del pensiero: quindi “Logos”, nel suo senso metafisico, è giustamente tradotto coi termini VERBO e PAROLA . Questo dunque, è il significato primario del Sole quale simbolo del Logos (la Deità manifestata, il Verbo, la Parola). Ma il Sole sta pure a significare e rappresentare un'incarnazione del Logos o uno dei suoi Grandi Messaggeri che lo rappresenta per un tempo; questi Messaggeri s'incarnano volontariamente fra gli uomini e vivono fra loro per un certo tempo come Maestri; sempre collegati con il simbolismo del Sole, di solito sono Fondatori di Religioni dette “Solari”. Tutti coloro che sono rappresentati da questo simbolo, hanno certe particolari caratteristiche, passano per certe situazioni, compiono certe particolari attività durante la loro vita sulla terra: e ricordano che anche questa vita -la loro vita storica- riproduce il Mito che rappresentano: il Mito Solare.

    Il sole riflette il Logos, quindi il suo corso annuale nella Natura è il riflesso dello stesso, così come l'ombra riflette l'attività dell'oggetto che la riproduce. Dunque il Logos che si manifesta (o “discende”) nella materia, ha come ombra il corso annuale del Sole, ed il Mito Solare dice appunto questo: anche un'incarnazione del Logos sulla Terra (un “Figlio di Dio”) rappresenterà nel suo Corpo -come Uomo- quell'attività solare che è simile all'ombra del Logos. E allora, così come il sole, la sua parte di corso solare vissuta nella vita umana, è quella che cade fra il solstizio d'inverno e il momento in cui il sole raggiunge il suo zenit, in primavera, e, vincendo la morte, “sorge” (“risorge”) allo zenit... Le linee generali della storia del “Dio Sole” sono molto chiare, essendo la vita più piena del sole distribuita entro i primi sei mesi dell'anno solare, mentre gli altri sei mesi sono impiegati nella protezione e preservazione generali.

    Gli Eroi di un Mito Solare (il Krishna indiano, l'Oro-Osiride egiziano, il Tammuz babilonese, il Mitra persiano, per nominare solo alcuni), nascono sempre al solstizio d'inverno, dopo il giorno più corto dell'anno, quando il segno della Vergine sorge all'orizzonte: nati mentre questo Segno zodiacale si levava, essi nascono sempre da una vergine ( Krishna da Devaki , Oro - Osiride da Iside , Tammuz da Ishtar , Gesù da Maria ) e sempre queste “Vergini-Madri” rimangono vergini dopo avere miracolosamente concepito e dato alla luce il loro “Figlio-Sole”: proprio come la “Vergine Celeste” ( Mulaprakriti , la materia primordiale), rimane immutata e immacolata quando un Sistema Solare emerge da Lei nello Spazio!

    Un “Eroe Solare”, alla sua nascita, è sempre indifeso e debole come un piccolo bambino, come il sole quando sorge mentre i giorni sono più brevi e le notti più lunghe, anche lui è sempre circondato da ostacoli per fare rifulgere la sua luce spirituale nel periodo dell'anno in cui le tenebre e le brume vincono il calore e la luce solare. Ma Egli passa sano e salvo attraverso tutti i pericoli che lo minacciano, mentre i giorni si vanno allungando verso l'equinozio di primavera, allora sopraggiunge la data della crocifissione con il tempo del passaggio stagionale (dall'inverno alla primavera) che varia ogni anno. La stabilità della data della nascita e la variabilità della data della morte sono pieni di significato se rammentiamo che l'una (il Natale) è una posizione solare fissa e l'altra (la Pasqua) una posizione solare variabile. Difatti la Pasqua è un avvenimento solare mobile calcolato dalle posizioni relative del sole e della luna: metodo assurdo, forse, di fissare anno per anno l'anniversario di un fatto “storico”, ma modo naturale ed inevitabile per calcolare… una festa solare ! Queste date mutevoli, dunque, stanno ad indicare che si tratta non solo della storia di un uomo, ma anche quella dell'Eroe di un Mito Solare il quale, nella sua vita umana, riproduce il Mito che personifica.

    Ed è straordinario vedere anche come dei più grandi iniziati si narri “la stessa storia”: «…La volontà dei Deva fu compiuta; tu concepisti nella purezza del cuore e dell'amore divino. Vergine e madre, salve! Nascerà da te un figlio e sarà il Salvatore del mondo. Ma fuggi, poiché il re Kansa ti cerca per farti morire col tenero frutto che rechi nel seno. I nostri fratelli ti guideranno dai pastori, che stanno alle falde del monte Meru… ivi darai al mondo il figlio divino…» (dalla tradizione Indù sulla nascita di Krishna).

    E non sarà neanche un caso che gli stessi egiziani chiamavano il sole del solstizio: “Sole bambino”. Dunque quale data migliore per celebrare la nascita del Figlio di Dio se non quando il sole (simbolo divino per eccellenza) ricomincia a nascere ? La luce, in senso fisico e spirituale, appare nuovamente sul pianeta portando con sé la speranza di una nuova vita, di un nuovo ciclo, di una nuova opportunità. Ciò che si realizzerà praticamente una settimana dopo, quando un nuovo anno avrà effettivamente inizio ( anno nuovo, vita nuova ).

    Dalla “celebrazione della luce” ha origine il ceppo natalizio e… l'albero di natale. Questi provengono da una tradizione che viene fatta risalire agli antichi popoli germanici, in particolare i Teutoni, che, nei giorni più bui dell'anno, piantavano davanti alle case un abete ornato di ghirlande e bruciavano un enorme ceppo nel camino. Il ceppo doveva essere preferibilmente di quercia, che era considerato un legno propiziatorio che simboleggia forza e solidità, e doveva bruciare per dodici giorni consecutivi. Da come bruciava si poteva leggere il futuro dell'anno a venire. Simbolicamente si bruciava il passato e si coglievano i segni del prossimo futuro: le scintille che salivano nella cappa simboleggiavano il ritorno dei giorni lunghi, la cenere veniva raccolta e sparsa nei campi per sperare in abbondanti raccolti.

    Ritroviamo oggi questi simboli nel nostro albero di natale e nelle nostre vie: l 'albero che usiamo per Natale è un albero che rimane verde tutto l'anno, non perde le foglie durante l'inverno come fanno gli altri. Simbolizza la Vita eterna che il Cristianesimo vissuto porta nell'anima della gente, è speranza di rinascita. L e luci e le luminarie, poi, sono le scintille del falò, rappresentano la Luce del Cristo sull'umanità; gli oggetti per le decorazioni, i frutti e i doni sono speranze di prosperità, simboleggiano la sua generosità verso di noi.

    Nei paesi dell'Europa settentrionale il Natale è la festa dei bambini perché il Bambin Gesù si è fatto Salvatore del mondo. L'usanza dell'albero di Natale, un abete o un pino, addobbato con stelle lucenti, palle, omini di cioccolato, frutti e confetti è proprio di questi paesi. Si racconta di un uomo che, rientrando a casa la notte di Natale, vide il meraviglioso spettacolo delle stelle che brillavano attraverso i rami di un abete. Per spiegare alla moglie ciò che aveva visto, tagliò un piccolo abete e lo ornò di candeline accese. Nacque cosi il primo albero di Natale.

    Questa usanza, che si concretizza l'8 dicembre, si è poi diffusa anche in Italia dove, soprattutto nel meridione, si era soliti fare solo il Presepio.

    Il natale è ricco di fiabe e leggende e ne riporto alcune per cercare di rendere un sapore diverso ai gesti che compiamo ogni anno in questo periodo. Allora…

    C'era una volta…

    Babbo Natale!

    Ma… c'era davvero una volta Babbo Natale?

    Circa 250 anni dalla morte di Gesù Cristo, tra il 243 e il 366, una notte in pieno inverno, si diffuse nell'antica Roma degli imperatori, l'usanza di scambiarsi le Strenae per festeggiare il dies natalis : gli auguri di buona salute per festeggiare il Santo Natale.

    Ben presto agli auguri si aggiunsero in dono cesti riccamente adornati di frutta e dolci prima, e doni di ogni tipo poi, per unificare i buoni auspici di prosperità nella nascita di Cristo e nell'ascesa al trono dell'imperatore.

    Ma era un semplice scambio di doni… solo nel 1800 nacque la figura di un vecchio con la barba bianca, che la notte di natale portava in dono ai bambini i giocattoli costruiti nel suo laboratorio in Lapponia, al polo nord, da elfi laboriosi. Viaggiava su una slitta trainata da renne volanti e depositava i doni nelle case passando per il caminetto.

    Ma allora… Babbo Natale esiste!

    Ebbene, dove è nato?

    Beh, se non proprio Babbo Natale, un personaggio molto simile è realmente esistito. Di lui si narrano diverse leggende. Ad esempio, è molto famosa la leggenda delle tre giovani poverelle che perfino Dante riporta nel Purgatorio (XX, 31-33): C'era una volta un nobiluomo che viveva in un vecchio castello. Caduto in disgrazia, passava le sue giornate pregando per ricevere un aiuto per sposare le sue tre figlie. Il loro destino sembrava davvero segnato, vendere il proprio corpo era l'unica cosa che rimaneva loro per continuare a vivere.

    Un vecchio con una lunga barba bianca di nome Nicola, che abitava poco distante dal castello, insieme addolorato dal pianto dell'uomo e commosso dalle sue insistenti preghiere, decise di intervenire lanciando per tre notti consecutive da una finestra del castello lasciata aperta, i tre sacchi di monete che servivano per la dote delle tre giovani donzelle. Per le prime due notti tutto andò liscio, ma la terza, inspiegabilmente, la finestra fu chiusa. In realtà fu il padre delle tre giovani donne a chiuderla perché voleva conoscere il volto del suo benefattore.

    Nicola non si dette per vinto! Riuscì comunque a far entrare nel castello il terzo sacco di monete calandolo giù attraverso il camino dopo che si fu arrampicato sul tetto del castello! L'oro, cadendo si infilò nelle calze delle tre ragazze appese ad asciugare vicino al camino.

    E nel castello esplose la gioia.

    È da questo episodio che si è diffusa la tradizione di appendere le calze la notte di Natale per ritrovarle il giorno dopo colme di doni. Ma questa è solo una delle versioni di questa storia. Altre versioni dicono che al terzo tentativo di gettare le monete nel castello, Nicola fu raggiunto dal nobile decaduto che voleva riconoscerlo, ma riuscì a strappargli la promessa che egli non avrebbe rivelato la sua identità. Un'altra versione (tradizione sinaitica) racconta che le fanciulle fossero due, mentre nella tradizione etiopica erano quattro. Comunque sia, tutte queste versioni non fanno altro che confermare l'aiuto che Nicola effettivamente donò alle fanciulle.

    Altre leggende dicono di questo stesso Nicola, che cavalcava un mansueto asinello ( La bourrique ) per il trasporto dei doni, e che aiutasse le famiglie più povere donando loro del cibo calandoglielo anonimamente attraverso i camini delle case o attraverso le finestre. Per calarsi attraverso i camini e non imbrattare di fuliggine la sottana bianca, Nicola si serviva di uno spazzacamino ( pùre Fouettard ), un diavoletto minaccioso ma innocuo che, armato di un fascio di verghette, “batteva” il fondoschiena dei più discoli, figura che non ha soltanto valore pedagogico, ma sottintende il rito ancestrale del rinnovo della fertilità del germoglio, dopo l'inverno, la stagione dei morti! Frutta e pan di spezie (noci, arance, mele, pains d'èpices e d'anis, Lebkuchen - dal latino libum - focaccia votiva) servono appunto ad esorcizzare con la loro abbondanza la stagione delle privazioni.

    Babbo Natale ci è forse più vicino di quanto pensiamo.

    Nicola (Hagios Nikolaos, in greco) nacque a Patara, città portuale della Lycia, nella penisola meridionale dell'Asia Minore (oggi Turchia), nel IV secolo d.C.. Orfano di una famiglia ricca (i suoi genitori morirono di peste molto presto), dopo essere stato educato da prete in un monastero, divenne vescovo di Myra (o Mira), in Lycia (Licia). Uscito dal monastero, donò tutte le sue ricchezze ai poveri e dedicò la sua vita ad aiutare il prossimo. Di lui non ci è pervenuto alcuno scritto e tutto ciò che si narra della sua vita è tramandato tramite leggende e scritti di altri autori. Si narra che fosse in grado di fare miracoli e che portasse sempre in salvo le imbarcazioni che si trovavano in balia delle tempeste.

    Anche il modo in cui Egli divenne Vescovo, ha il sapore dei miracoli: «Il Signore apparve ad uno dei vescovi dei dintorni confluiti a Mira e gli disse di proclamare vescovo della città colui che per primo all'alba si fosse presentato in chiesa a pregare».

    Quando morì le sue spoglie vennero deposte a Myra. Nel 1087 un gruppo di cavalieri italiani, travestiti da mercanti (qualcun altro parla di 62 marinai al seguito di un ristretto gruppo di sacerdoti), trafugarono le sue spoglie e le trasportarono a Bari dove sono tutt'ora conservate e di cui divenne il santo protettore. Oggi San Nicola è anche il santo protettore della Russia, di Mosca, della Grecia, dei bambini, dei marinai, dei prigionieri, dei panettieri, di chi presta i soldi e dei negozianti. La presenza delle reliquie del Santo a Bari permise a questa città di svolgere l'importante ruolo di ponte tra Oriente ed Occidente, tra chiesa ortodossa e chiesa cristiana, tra il mondo trascendente occidentale, il mondo del Demiurgo, e quello immanente orientale, data la venerazione che di Lui se ne ha in entrambe le civiltà, anche se le due chiese ancora oggi entrano in contrasto e la rivendicazione delle spoglie sembra a volte esserne addirittura un motivo.

    I moventi del furto delle spoglie sono da ricercare nelle motivazioni storiche: conquistata dai Normanni nel 1071, la città di Bari perse molta della sua importanza commerciale. Importanza commerciale e politica che si ideò di rimpiazzare con quella religiosa: la presenza in città delle reliquie di un Santo avrebbe sicuramente provocato l'afflusso in città di viaggiatori e pellegrini, e San Nicola era un Santo conosciuto e venerato a Bari fin da prima dell'anno mille.

    Altre leggende dicono di San Nicola che egli sarebbe stato in possesso del Sacro Graal , la coppa dell'ultima cena dove fu raccolto il sangue di Cristo, che aveva la capacità di “produrre in abbondanza” cose da regalare (dispensatore d'abbondanza). E quindi, la causa del trafugamento delle sue spoglie probabilmente fu legata anche al Santo Graal, che si diceva trovarsi nella mitica città di Sarraz (luogo attualmente impossibile da collocare geograficamente e storicamente), per volere di papa Gregorio VII: sicuramente egli era in cerca del Sacro Simbolo (la cui storia s'intreccia anche con Castel del Monte nelle nostre terre, in cui si dice sia stato custodito), ma non voleva certo pubblicizzare la cosa in quanto il Graal era un simbolo pagano o comunque di una religione ancor più universale di quella cattolica. Legato al Graal era la proprietà di infondere forza agli eserciti crociati che partivano per combattere gli infedeli e non sarà un caso, difatti, che la prima crociata fu organizzata proprio a Bari da papa Urbano II! Ma relative al Graal ci sono anche altre leggende: esso potrebbe essere sia un oggetto materiale che immateriale, simbolo di un'antica religione che usava la “coppa” Come metafora del “ventre materno” della dea Terra e, successivamente, della Vergine Maria. Tale simbologia è anche legata alla lancia di Lug, che potremmo paragonare a quella di Longino, di cui, proprio a San Nicola, v'è una copia. Infatti la coppa e la spada si unirebbero nel ricordo di quel culto unico, il culto della madre Terra, l'elemento femminile, e del Sole, l'elemento maschile, appunto rappresentato in questa simbologia dalla spada, e macroscopicamente, tra le civiltà megalitiche, con l'erezione del menhir , la “roccia” conficcata nel ventre materno della terra bruna. La ricerca del Graal sarebbe così sia ricerca dell'oggetto materiale, ma anche ricerca o riscoperta di questo antico culto da esso simboleggiato.

    Il recupero delle spoglie giustificò comunque la spedizione in Turchia e l'edificazione di una basilica a Bari: sull'archivolto del portale della basilica (la Porta del Leoni) si trovano le immagini di Re Artù (Rex Arturius), il cui mito è strettamente legato alla spada nella roccia e al Graal, insieme ad un'indicazione stilizzata del nascondiglio.

    Rispetto all'etimologia del nome Artù, p er alcuni studiosi, il sovrano sarebbe un personaggio ispirato a Cu Chulainn, il protagonista di poemi epici irlandesi e il nome potrebbe derivare dal latino Artorius, un “Comes Britanniarum”, ovvero un rappresentante locale dell'Impero Romano e quindi, più che un nome reale, rappresenterebbe un titolo. Nel 600 nel poema epico Gododdin, si narra di un guerriero che “fornì cibo ai corvi presenti sui bastioni senza essere un Artù”. Che significa questa frase? Esisteva più di un Artù? Se così fosse, ciò giustificherebbe alcune contraddizioni temporali che caratterizzano il re celtico. Difatti, si potrebbe pensare che il termine Artù, nato da un primo mitico re, fosse un titolo che veniva preso da tutti i suoi successori, un po' come il titolo di Cesare per i romani. Questo giustificherebbe le varie discrepanze di tempo che vi sono su tale figura, anzi, poiché Re Artù venne legato alla mitica impresa di recupero del Graal, un'intrigante idea potrebbe essere che tutti quelli che erano designati a tale missione prendessero tale titolo. Così nasce una affascinante idea: nel 1087 un drappello di 62 cavalieri, guidati da un Artù, si mettono in viaggio da Bari verso la mitica Sarraz per recuperare le ossa del Santo Custode del Graal, e la cui impresa memorabile fu per sempre immortalata in un archivolto della stessa basilica costruita per ospitare le ossa del Santo.

    Dopo la morte di San Nicola, dalla sua urna si dice che avesse preso a scaturire un liquido straordinario, il myron, in rapporto con le essenze profumate diffuse nel territorio mirese, da cui la stessa città prendeva il nome. Si dice che ancor oggi la tomba di San Nicola continui ad emanare quel liquido chiamato manna che, oltre a essere altamente nutritivo, come il Graal guarisce da ogni male.

    Ma San Nicola non era ancora Babbo Natale.

    La storia, si sa, è piena di sorprese… e difatti, nel XVI secolo, durante la Riforma Protestante, quando i Santi non erano più in voga, qualche altro personaggio doveva prendere il posto di San Nicola per distribuire i doni ai bambini. In Inghilterra un vecchio allegro personaggio molto gradito ai bambini, noto come Father Christmas (Babbo Natale), ne prese il posto. Anche la Francia aveva il suo Babbo Natale ( Pere Noel ), mentre la Germania affidava i doni per i bambini al buon Gesù (Gesù Bambino). Gli Stati Uniti avevano pure il loro Kris Kringle ed anche in Russia Nonno Gelo portava i doni ai bambini vestito di blu. Nonostante i colori diversi di cui questo signore si vestiva nelle diverse tradizioni popolari, rimaneva in comune la sua lunga barba bianca e il suo portare i doni ai bambini.

    Perfino in Mongolia è riconoscibile una figura di Babbo Natale: Tsagan Ebughen tngr (dio vecchio uomo bianco), patrono del bestiame e della fertilità, che poi entrerà anche a far parte delle classiche divinità buddiste presenti nelle danze rituali Tzam (cham in Tibetano). Questa figura di vecchio saggio, data la sua diffusione praticamente planetaria, può essere letta in chiave junghiana quale “archetipo”.

    Ma la storia di Babbo Natale non finisce qui. Gli olandesi, fedeli alla tradizione, quando partirono in direzione dell'America per fondare la città di New Amsterdam (l'attuale New York), portarono con sé in America il proprio Sinter Klaas che in inglese divenne Santa Claus , ovvero ancora lui, il vescovo San Nicola. Infatti, a proteggere i marinai che salparono verso il Nuovo Continente, sulla prua di una nave c'era proprio l'immagine del Santo con in bocca una lunga pipa olandese...

    La sua popolarità si allargò a macchia d'olio e gli scrittori e gli artisti trasformarono il suo manto e la mitra nella barba bianca, un mantello verde e un cappuccio. La figura del Sant'uomo piacque anche ai coloni inglesi e nel 1809 lo scrittore Washington Irving pubblicò un libro, “Una storia di New York”, in cui parlava di “ Sancte Claus ”, un vescovo in miniatura che la notte di Natale cavalcava nei cieli, su un cavallo bianco, per portare i suoi doni ai bambini.

    Quindi Santa Claus veniva rappresentato piuttosto come uno gnometto impellicciato o come un vecchio di normale statura - ora grasso ora magro - vestito di diversi colori. Fu solo all'inizio degli anni ‘30 che la Coca Cola, alla ricerca di un'iniziativa pubblicitaria per i suoi prodotti nel periodo invernale , assunse un celebre illustratore, Haddon Sundblom: fu lui a creare il primo disegno del moderno Babbo Natale, vestendolo con un mantello rosso bordato di bianco (la scelta dei colori non è casuale), stivaloni e cintura di cuoio nero, e facendone il grasso e gioioso vecchietto che noi tutti conosciamo.

    Non si sa invece, come il cavallo bianco di S. Nicola si sia trasformato in una slitta trainata da renne volanti (in Svezia sono caprioli).

    Gli unici indizi sono gli scritti di altri due scrittori americani: William Gilley nel 1921 pubblicò un poemetto in cui “ Santeclaus ”, vestito di pellicce, guidava una slitta trainata da una renna, mentre Clement Clarke Moore, nel 1923, scrisse un componimento in cui, “la notte prima di Natale...”, un piccolo, vecchio uomo sfrecciava per i cieli su una minuscola slitta trainata da otto renne (alle quali diede un nome ciascuna) ed entrava nelle case attraverso il camino per colmare le calze di giocattoli… Babbo Natale è diventato americano!

    Con il tempo il Babbo Natale inglese cominciò ad assomigliare sempre di più al Santa Claus americano ed ora sono praticamente lo stesso personaggio.

    Ma qualcuno ancora crede che Babbo Natale esista e, difatti, negli Stati Uniti è nata la Institute of Scientific Santaclausism, un'associazione che sostiene l'esistenza di Babbo Natale e ne ricerca le prove.

    Altra figura dispensatrice di doni in questo periodo di festa, è la vecchia signora che il sei gennaio “tutte le feste porta via” a chiusura di un ciclo che potremmo definire propiziatorio. Il giorno dopo si iniziano a spegnere le luci, a disfare gli addobbi e ci si prepara al Carnevale e alla festa di San Valentino.

    Sembra che con la tradizione cristiana la Befana non c'entri proprio niente, ma il costume popolare ha creato una leggenda che in qualche modo la rende protagonista di questa festa religiosa.

    L'Epifania (detta anche la Festa dei Re o la Pasquetta ) nacque nella regione orientale per commemorare il battesimo di Gesù , e fu presto introdotta in occidente dove assunse contenuti religiosi in parte diversi, come la celebrazione delle nozze di Cana e il ricordo dell'offerta dei doni dei Magi nella grotta di Betlemme; e difatti la figura della Befana viene strettamente legata dalla tradizione ai Re Magi che, guidati da una stella, arrivarono dall'oriente per rendere omaggio a Gesù appena nato a Betlemme, donandogli oro, incenso e mirra. Nella leggenda i Re Magi erano tre: Melchiorre, Gaspare e Baldassarre.

    Epifania, ultimo dei dodici giorni santi dell'anno, dal greco assume il significato di “manifestazione di Dio”. È interessante notare che dal punto di vista storico l'Epifania era celebrata come facente parte del periodo natalizio, infatti non la si considerava una festa a parte fino all'anno 813. Dal punto di vista esoterico indica il momento in cui possiamo estrarre l'essenza spirituale delle lezioni apprese durante i dodici giorni precedenti, ed è il momento propi­zio per amalgamare i doni spirituali ricevuti.

    La figura della Befana è mitologica e a quanto pare i suoi natali sono precedenti al suo corrispondente maschile, Babbo Natale. Laddove però quest'ultimo sembra premiare tutti con i suoi doni, la Befana fa una distinzione tra bambini buoni e bambini cattivi. Le motivazioni sono da ricercare nella leggenda che ha creato questo personaggio.

    I Re Magi stavano andando a Betlemme per rendere omaggio al Bambin Gesù. Giunti in prossimità di una casetta decisero di fermarsi per chiedere indicazioni sulla direzione da prendere. Bussarono alla porta e venne ad aprire una vecchina. I Re Magi chiesero se sapeva la strada per andare a Betlemme perché là era nato il Salvatore. A questo punto la leggenda prende due diverse direzioni: qualcuno dice che la vecchia non seppe dar loro indicazioni, non capendo cosa essi stessero cercando, qualcun altro dice che ella indicò loro la strada ma non volle seguirli nonostante le loro insistenze perché aveva molto lavoro da sbrigare. Comunque sia, ella non li seguì. Ma dopo che i tre re se ne furono andati, la donna capì che aveva commesso un errore e decise di seguirli. Purtroppo però non riuscì a ritrovarli e quindi fermò ogni bambino per dargli un regalo nella speranza che questo fosse Gesù Bambino.

    E così ogni anno, la sera dell'Epifania lei si mette alla ricerca di Gesù e si ferma in ogni casa dove c'è un bambino per lasciare un regalo, se è stato buono, o del carbone, se invece ha fatto il cattivo.

    Allora ciò che muove la befana è, in qualche modo il desiderio di… riparazione?

    C'è però qualcosa che mi fa pensare che Babbo Natale esista veramente… Egli è non solo buono, ma è l'incarnazione della buona volontà, di chi si preoccupa che ogni bimbo riceva il suo dono.

    Babbo Natale si ripresenta ogni anno tra gli uomini per ricordare loro i propri doveri nei confronti di se stessi e del prossimo, portando a tutti un dono per lenire le ferite provocate dalla fatica dell'anno che si va concludendo. E poi l'atmosfera di dolce attesa, di bontà negli animi e nei cuori che riesce a far provare a ognuno di noi quando si avvicina il suo tempo, il nostro renderci quasi bambini, più buoni verso noi stessi e verso gli altri. È questo il regalo che Babbo Natale fa ogni anno, depositare nei nostri cuori un'emozione di gioia e di pace. Babbo Natale sa che ognuno ha dentro di sé una base solida di bontà e il fatto che magari non riesca ad esprimerla non è un deterrente per il regalo, anzi, il regalo può essere visto come incitamento a provare ancora. È alla stregua di un padre che non viene per giudicare, ma la sua sola presenza è tale da farci innescare dentro un meccanismo di autoanalisi e ci fa promettere di essere più buoni. E, per queste sue qualità intrinseche, Babbo Natale dona anche un grande Insegnamento: la condizione necessaria per accedere al Regno dei Cieli o, se vogliamo, alla nostra realizzazione… accoglierlo con lo spirito proprio dei bambini.

    Ma… non dimentichiamoci dei Re Magi ! Anch'essi, rispondendo ad una profezia di Zarathustra, portavano dei doni… Chi erano in realtà costoro?

    Il nome magi deriva da maga che significa dono ; colui che partecipa del maga acquisisce un potere magico e una conoscenza fuori del comune. Lo stato di maga veniva inteso come un livello di coscienza superiore in cui diventava possibile contattare gli esseri superiori che presiedono il fuoco, l'acqua, la terra, la vita animale, minerale e vegetale. Dal VI secolo a.C. fino al VII secolo d.C., ed anche dopo tale data, il peso dei Magi sulla vita politica, sociale e religiosa dell'area iranica e su alcune regioni adiacenti, fu certamente notevole.

    I Magi erano dei profondi conoscitori dell'astrologia e dell'astronomia di origine caldea. Conoscevano la scienza dell'interpretazione dei sogni ed erano in grado di entrare in sintonia con le vibrazioni dell'universo, cogliendo così i segreti celati della natura.

    Andando alla ricerca dei tre Re Magi del Vangelo, e frugando in alcuni scritti di origine greca, riscopriamo il profondo significato religioso dei loro nomi:

    • Balthasar significa “il Protetto dal Signore”

    • Melchior è “il Re della Luce”

    • Gaspar è “Colui che ha conquistato il Farr”

    Il dio Farr, considerato come principio igneo, il fuoco primordiale che sottende tutto l'universo dandogli forza, vita e forma era adorato a quei tempi. Una delle sue rappresentazioni simboliche era di una divinità che sorregge il fuoco in una mano e ha le spalle che sprigionano fiamme. Altrimenti veniva rappresentato con la testa alata ed il caduceo, attributi tipici di Hermes (Mercurio) che si può ricondurre a Ermete Trismegisto, riflesso del Dio egiziano Toth, fondatore della magia. Farr era perciò un dio assai potente, capace di sconfiggere le forze demoniache e quelle del disordine e del caos.

    Ma i Re Magi erano davvero esistiti? Marco Polo, al ritorno del suo viaggio nelle Indie, raccontò che nella città di Sawah ebbe modo di vedere le salme di tre sovrani sepolti uno accanto all'altro, in grandi e belle sepolture. I loro corpi apparivano integri tanto da conservare la barba e i capelli. Non solo la descrizione che di essi gli fu fatta corrispondeva a quanto scritto nei Vangeli, ma nel racconto fatto da Marco Polo compaiono dei fatti ancor più sorprendenti.

    Il primo ad entrare nella grotta di Betlemme fu Gaspar, il più giovane, che ebbe la netta impressione di trovarsi dinanzi ad un giovane della sua stessa età. Entrò quindi quello sulla mezza età e vide il bimbo come un uomo maturo. Entrò per ultimo il più vecchio che si trovò di fronte ad un anziano canuto.

    I Magi, scambiandosi le rispettive esperienze, rimasero alquanto sconcertati e decisero di entrare contemporaneamente. A questo punto poterono vedere il bimbo nella sua vera età di tredici giorni ed offrirgli i loro doni adorandolo. In risposta a questo gesto ricevettero un cofanetto contenente una pietra, con la quale il profeta intendeva incitarli a mantenere una fede solida e sicura. Essi, però, non capirono il significato occulto del dono ricevuto e gettarono la pietra in un pozzo. Scese allora dal cielo una fiamma inestinguibile che essi, sbalorditi e pentiti, raccolsero e custodirono in una chiesa. Ritroviamo pertanto il culto del fuoco: il dio Farr.

    Anche a noi è stato donato un cofanetto all'atto del battesimo; che fine ha fatto la bianca pietruzza simbolo di una fede ferma, salda ed incrollabile? Se l'abbiamo gettata nel pozzo, l'amore di Dio ha comunque acceso una fiammella nel nostro cuore. La fiamma inestinguibile dell'amore, che però molti lasciano languire per mancanza di nutrimento e non pensano che il Cristo interiore è costretto a languire con lei.

    La leggenda dice che il primo dei tre Magi avesse la pelle di colore giallo, il secondo di colore nero ed il terzo bianca, rappresentando così le tre razze che abbiamo sulla Terra: i Mongoli, i Neri e gli uomini Bianchi. Questo indica che, nel tempo, tutte le razze arriveranno a seguire la benefica religione di Cristo, ma non di quel Cristo morto più di 2000 anni fa, ma di quella figura che alberga dentro di noi… in altre parole, il nostro Maestro interiore.

    Il vangelo dell'infanzia armeno introduce interessanti relazioni tra i tre Re persiani:

    “In quel tempo il regno dei Persiani dominava per la sua potenza e le sue conquiste su tutti i re che esistevano nei paesi d'oriente e quelli che erano i re magi erano tre fratelli: il primo, Melkon, regnava sui Persiani, il secondo, Balthasar, regnava sugli Indiani, e il terzo, Gaspar, possedeva il paese degli Arabi. […] I comandanti del loro corteggio, investiti della suprema autorità, erano dodici. I drappelli di cavalleria che li accompagnavano comprendevano dodicimila uomini: quattromila per ciascun regno. Tutti venivano, per ordine di Dio, dalla terra dei Magi, dalle regioni d'Oriente, loro patria. Infatti, allorché l'angelo del Signore ebbe annunciato alla vergine Maria la notizia che la rendeva madre, come abbiamo già riferito, nello stesso istante essi furono avvertiti dallo Spirito Santo di andare ad adorare il neonato. Essi pertanto, messisi d'accordo, si riunirono in uno stesso luogo, e la stella, precedendoli, li guidava, con i loro seguiti […] Essi si accamparono nei pressi della città e vi rimasero tre giorni, coi rispettivi principi dei loro regni. Benché fossero fratelli, figli di uno stesso re, marciavano al loro seguito eserciti di lingua molto differente. Melkon, il primo re, aveva mirra, aloe, mussolina, porpora, pezze di lino e i libri scritti e sigillati dalle mani di Dio. Il secondo, il re degli Indi, Gaspar, aveva, come doni in onore del bambino, del nardo prezioso, della mirra, della cannella, del cinnamomo e dell'incenso e altri profumi. Il terzo, il re degli Arabi, Balthasar, aveva oro, argento, pietre preziose, zaffiri di gran valore e perle fini”.

    La storia dei tre Re Magi è del tutto esoterica e così anche dei doni che ciascuno di essi depose davanti al bambino Gesù va ricercato il vero significato: Gaspar la mirra, Melchior l'incenso e Balthasar l'oro.

    L'oro simboleggia lo spirito, l'incenso il corpo e la mirra l'anima; l'uomo si dona al Cristo completamente: corpo, anima e spirito.

    L'oro, nelle varie simbologie, ha sempre rappresentato lo spirito. Gli stessi alchimisti, quando affermano di voler “cambiare il vil metallo in oro”, indicano semplicemente come intendano purificare il corpo fisico, raffinarlo ed estrarne l'essenza spirituale. Il colore giallo dell'oro, infatti, rappresenta la saggezza.

    Il secondo dono, la mirra, è l'estratto puro di una rara pianta aromatica che cresce in Arabia. Essa simboleggia l'anima, ovvero ciò che l'uomo “estrae” dalle sue esperienze, giorno dopo giorno. Donando la mirra si dona simbolicamente la propria anima purificata dai desideri e dalle passioni. Quando nell'uomo non vi sono più desideri egoistici né passioni, l'anima “profuma”, infatti, come un'essenza aromatica. È cosa nota che vi sono stati dei Santi, che emanavano un aroma, appunto chiamato “profumo di castità”.

    Il terzo dono, l'incenso, è una sostanza fisica molto leggera. Nei servizi religiosi in cui viene usato, si dice che le Entità Angeliche presenti se ne servano per crearsi un leggero abito per intervenire meglio nella cerimonia.

    In altre forme, seguendo altri significati, la mirra rappresenta il corpo fisico, significa: immortalità. E difatti veniva usata per imbalsamare i corpi e preservarli dalla decomposizione. L'incenso rappresenta invece il cuore e l'amore. A conclusione permane comunque il fatto che a Dio ci si dona completamente, corpo, mente e spirito.

    Anche nella rappresentazione della natività, che ogni anno riportiamo nelle vesti del presepe, tutto è simbolo: la stalla rappresenta la povertà, la difficoltà delle condizioni esteriori. Per l'uomo nel quale alberga lo spirito sarà sempre così. Giuseppe è l'intelletto: anziché essere geloso e ripudiare Maria si inchina a Dio accettandone la volontà. Il Bue rappresenta il principio generativo (è simbolo della fertilità e fecondità in Egitto), la forza sessuale. Infine l' asino raffigura la personalità, la natura inferiore dell'uomo. Il significato della presenza nella stalla del bue e dell'asinello è in realtà molto profondo: quando l'uomo comincia a compiere su di sé un lavoro per la sua evoluzione, entra in conflit­to con la sua personalità e con la sua sensualità. L'Iniziato è difatti colui che è riuscito a domi­nare queste due energie e a metterle al suo servi­zio senza reprimerle. Infatti non è stato detto che quei due animali siano stati cacciati o soppressi; erano là, presenti, ma che cosa facevano? Soffiando sul Bambino Gesù lo scaldavano con il loro fiato. Quindi, quando l'Iniziato è riuscito a trasformare in lui l'asino e il bue e a metterli al suo servizio, essi riscaldano e alimentano lo Spirito del Cristo con il loro soffio vitale. Queste energie non sono più presenti per tor­mentarlo e per farlo soffrire, ma diventano ener­gie vivificanti.

    Il soffio è vita, dunque il soffio dell'asino e del bue è una reminiscenza del soffio mediante il quale Dio ha dato l'anima al primo uomo. L'asino e il bue sono stati utili al Bambino Gesù; ciò significa che tutti coloro che hanno il Cristo in sé, saranno appoggiati dalla loro personalità e dalla loro sensualità, perché si tratta di energie straordinariamente utili se messe all'opera sotto il giusto controllo.

    Quella luce, quella stella che brillava sopra la stalla, la Stella Cometa, significa che da ogni Iniziato che pos­siede in sé il Cristo vivente, esce sempre una luce, una luce che rasserena, una luce che nutre, conforta, guarisce, purifica e vivifica... Un giorno quella luce verrà notata da lontano da coloro che percepiscono che qualcosa si manifesta tramite quell'essere. Ciò che si manifesta è, appunto, il Cristo e i potenti in tutti i campi verranno a lui. Anche i grandi capi religiosi che credevano di essere giunti al vertice, sentiranno che manca loro qualcosa, che non sono ancora giunti a quel grado di spiritualità che credevano, per cui vanno ad apprendere, a inchinarsi e a portare dei doni.

    Tra gli altri simboli del Natale ritroviamo, carichi di significato, il vischio e la Stella di Natale.

    Il vischio è un simbolo solstiziale molto diffuso in tutto il mondo. È una pianta parassita che vive sulla corteccia di alcuni alberi e non tocca terra; presso i popoli nordici veniva detta la “ scopa del fulmine ”, immaginando che il vischio nasca da un fulmine che colpisce un albero, quindi emanazione divina. Ed è proprio quale rappresentazione della scintilla divina che il vischio viene utilizzato anche ai giorni nostri. Al vischio vengono associate proprietà taumaturgiche e talismaniche (qualità che effettivamente non ha) proprio in quanto rappresentazione dell'essenza divina, ma il suo significato esoterico è strettamente legato all'Oro filosofale.

    Prima di Cristo, il vischio era considerato sotto il dominio della dea Treia o Venere, dea dell'amore, ed è rimasto questo ricordo nel fatto che ci si baci sotto il vischio. Rappresenta l'amore dell'umanità e il desiderio di stare vicini, sentimenti che vengono resi più intensi a Natale.

    Anche sulla stella di natale, pianta originaria del Messico, si narra una leggenda: a Città del Messico, viveva una povera bimba indiana di nome Ines. Mossa da sentimento d'amore, la sera della vigilia di Natale, come tutti i bambini, voleva portare un fiore al Bambin Gesù, ma purtroppo non aveva i soldi per comperarlo. Così, si aggirava per le vie della città finché decise di raccogliere alcuni rametti di un cespuglio visto per caso tra dei ruderi e di portarli in Chiesa. Dopo averli raccolti pensò di abbellire il mazzolino legandolo con l'unica cosa bella che possedeva, un fiocco rosso per capelli. Era ormai buio quando arrivò davanti alla Chiesa e, pensando di non trovarvi nessuno, portò questo suo “fiore” a Gesù. Ma, mentre metteva il mazzolino vicino alla statua, sentì delle esclamazioni stupite provenire dalle sue spalle e, voltandosi, vide un gruppo di persone che le chiesero dove avesse trovato un fiore così bello. Guardando incredula il suo fiore, vide che le foglie verdi del cespuglio si erano colorate di rosso e le bacche color oro al centro avevano preso la forma di un cuore. Timidamente posò il suo dono accanto al Bambin Gesù e tornò a casa felice e sicura che il suo fiore gli fosse piaciuto, perché lo aveva trasformato nel fiore più bello del Messico: la Stella di Natale

    I pastori si affollarono a Betlemme mentre viaggiavano per incontrare il neonato re. Un piccolo bimbo cieco sedeva sul lato della strada maestra e, sentendo l'annuncio degli angeli, pregò i passanti di condurlo da Gesù Bambino. Nessuno aveva tempo per lui.

    Quando la folla fu passata e le strade tornarono silenziose, il bimbo udì in lontananza il lieve rintocco di una campana da bestiame. Pensò "Forse quella mucca si trova proprio nella stalla dove è nato Gesù bambino!" e seguì la campana fino alla stalla ove la mucca portò il bimbo cieco fino alla mangiatoita dove giaceva il neonato Gesù.

    Il primo vero presepe della storia fu creato nella chiesa di Santa Maria Maggiore, a Roma. Questa usanza divenne così popolare che presto tante altre chiese vi aderirono. Ognuna creava un presepio particolare ed unico. Le scene della natività erano spesso ornate con oro, argento, gioielli e pietre preziose.

    Anche se molto popolare tra le classi più ricche, questa opulenza era quanto di più distante dal significato della nascita di Gesù.

    Dobbiamo il "nostro" presepe attuale a San Francesco d'Assisi, che nel 1224 decise di creare la prima Natività come era veramente descritta nella Bibbia. Il presepe che San Francesco creò nel paese di Greccio, era fatto di figure intagliate, paglia e animali veri.

    Il messaggio era diretto, e poteva essere capito e recepito da tutti, ricchi e poveri.

    La popolarità del presepe di San Francesco crebbe fino ad espandersi in tutto il mondo.

    In Francia si chiama Crèche, in Germania Krippe, in Spagna e America Latina si chiama Nacimiento, nella Repubblica Ceca si dice Jeslicky, in Brasile si dice Pesebre, e in Costa Rica si dice Portal.

    La leggenda narra di una vecchia signora (la Befana in Italia e Babushka in Russia) che si rifiutò di uscire nella notte fredda con i pastori per andare a far visita al bambino Gesù.

    Al mattino, preparò un cesto di doni per il Bambinello e andò a far visita nella stalla, ma la trovò vuota.

    Da quel giorno ha viaggiato per il mondo, guardando ogni bimbo in faccia per trovare Gesù Bambino.

    A Natale lascia doni per ciascun bimbo buono sempre sperando che uno di loro sia Gesù.

    Il bastoncino di zucchero è stato a lungo un simbolo del Natale, con il suo gusto di menta.

    Perché i bastoncini di zucchero sono bianchi a strisce rosse? La tradizione vuole che fossero inventati da un dolciaio che aveva intenzione di creare un dolce che ricordasse Gesù alle persone. Ecco cosa rappresenta il bastoncino di zucchero:

    E' fatto di caramello solido perché Gesù è la solida roccia su cui sono costruite le nostre vite (Matt 16:18) (1Thess 5:24).

    Al caramello diede la forma di una "J" per Jesus (Gesù in inglese) (Atti 4:12), mentre per altri è la forma di un bastone da pastore, perché Gesù è il nostro pastore (Giovanni 10:11).

    I colori sono stati scelti anche per rappresentare l'importanza di Gesù: il bianco per la purezza e l'assenza di peccato in Gesù (Heb 4:15) , e la larga striscia rossa rappresenta il sangue di Cristo versato per i peccati del mondo (Giovanni 19:34-35). Le tre strisce rosse sottili rappresentano le strisce lasciate dalle frustate del soldato romano (Isaia 53:5).

    Il sapore del bastoncino è di menta piperita che è simile all'issopo, pianta aromatica della famiglia della menta usato nel Vecchio Testamento per purificare e sacrificare. Gesù è il puro agnello di Dio venuto a sacrificarsi per i peccati del mondo.

    Molte leggende narrano che l'abete è uno degli alberi dal giardino dell'Eden.

    Una narra che l'abete è l'albero della Vita le cui foglie si avvizzirono ad aghi quando Eva colse il frutto proibito e non fiorì più fino alla notte in cui nacque Gesù Bambino.

    Un'altra leggenda narra che Adamo portò un ramoscello dell'albero del bene e del male con lui dall'Eden. Questo ramoscello più tardi divenne l'abete che fu usato per l'albero di Natale e per la Santa Croce.

    Molte leggende narrano che l'abete è uno degli alberi dal giardino dell'Eden.

    Una narra che l'abete è l'albero della Vita le cui foglie si avvizzirono ad aghi quando Eva colse il frutto proibito e non fiorì più fino alla notte in cui nacque Gesù Bambino.

    Un'altra leggenda narra che Adamo portò un ramoscello dell'albero del bene e del male con lui dall'Eden. Questo ramoscello più tardi divenne l'abete che fu usato per l'albero di Natale e per la Santa Croce.

    Il pastorello si sveglia all'improvviso. In cielo v'è una luce nuova: una luce mai vista a quell'ora. Il giovane pastore si spaventa, lascia l'ovile, attraversa il bosco: è nel campo aperto, sotto una bellissima volta celeste. Dall'alto giunge il canto soave degli Angeli.

    - Tanta pace non può venire che di lassù - pensa il pastorello, e sorride tranquillizzato.

    Le pecorine, a sua insaputa, l'hanno seguito e lo guardano stupite.

    Ecco sopraggiungere molta gente e tutti, a passi affrettati, si dirigono verso una grotta.

    - Dove andate? - chiede il pastorello.

    - Non lo sai? - risponde, per tutti, una giovane donna. - È nato il figlio di Dio: è sceso quaggiù per aprirci le porte del Paradiso.

    Il pastorello si unisce alla comitiva: anch'egli vuole vedere il Figlio di Dio. A un tratto, si sente turbato: tutti recano un dono, soltanto lui non ha nulla da portare a Gesù. Triste e sconvolto, ritorna alle sue pecore. Non ha nulla; nemmeno un fiore; che cosa si può donare quando si così poveri?

    Il ragazzo non sa che il dono più gradito a Gesù è il suo piccolo cuore buono.

    Ahi! Tanti spini gli pungono i piedi nudi. Allora il pastorello si ferma, guarda in terra ed esclama meravigliato: - Oh, un arbusto ancor verde!

    È una pianta di agrifoglio, dalle foglie lucide e spinose.

    Il coro di Angeli sembra avvicinarsi alla terra; c'è tanta festa attorno. Come si può resistere al desiderio di correre dal Santo Bambino anche se non si ha nulla da offrire?

    Ebbene, il pastorello andrà alla divina capanna; un ramo d'agrifoglio sarà il suo omaggio.

    Eccolo alla grotta. Si avvicina felice e confuso al bambino sorridente che sembra aspettarlo.

    Ma che cosa avviene? Le gocce di sangue delle sue mani, ferite dalle spine, si trasformano in rosse palline, che si posano sui verdi rami dell'arbusto che egli ha colto per Gesù.

    Al ritorno, un'altra sorpresa attende il pastorello: nel bosco, tra le lucenti foglie dell'agrifoglio, è tutto un rosseggiare di bacche vermiglie.

    Da quella notte di mistero, l'agrifoglio viene offerto, in segno di augurio, alle persone care.

    Un piccolo uccellino marrone divideva la stalla a Betlemme con la Sacra famiglia.

    La notte, mentre la famiglia dormiva, notò che il fuoco si stava spegnendo.

    Così volò giù verso le braci e tenne il fuoco vivo con il movimento delle ali per tutta la notte, per tenere al caldo Gesù bambino.

    Al mattino, era stato premiato con un bel petto rosso brillante come simbolo del suo amore per il neonato re.

    A Betlemme c'era un artista di strada molto povero che non aveva nemmeno un dono per il Bambino Gesù così egli andò da Gesù e fece ciò che sapeva fare meglio, il giocoliere, e lo fece ridere.

    Questo è il perché ogni anno sull'albero di Natale appendiamo le Palle colorate - per ricordarci delle risate di Gesù Bambino.

    Una vigilia di Natale, quando Gesù venne a benedire gli Alberi di Natale, notò che l'albero di una casa era coperto da ragnatele, tessute da strani ragni.

    Quando benedisse l'albero, Gesù trasformò le ragnatele in bellissime ghirlande d'oro e d'argento.

    Da allora noi le usiamo per decorare i nostri abeti a Natale.

    spero ti bastino

  • Anonimo
    1 decennio fa

    il natale e' una leggenda non serve cercare da qualche parte e' palese consumismo.

  • sieben
    Lv 4
    3 anni fa

    l. a. figlia piccola di un pastore era intenta advert accudire il gregge del padre in un pascolo vicino Betlemme, quando vide degli altri pastori che camminavano speditamente verso l. a. città. Si avvicinò e chiese loro dove andavano. I pastori risposero che quella notte era nato il bambino Gesù e che stavano andando a rendergli omaggio portandogli dei doni. l. a. bambina avrebbe tanto voluto andare con i pastori in keeping with vedere il Bambino Gesù, ma non aveva niente da portare come regalo. I pastori andarono via e lei rimase da sola e triste, così triste che cadde in ginocchio piangendo. Le sue lacrime cadevano nella neve e l. a. bimba non sapeva che un angelo aveva assistito alla sua disperazione. Quando abbassò gli occhi si accorse che le sue lacrime erano diventate delle bellissime rose di un colore rosa pallido. Felice, si alzò, le raccolse e partì subito verso l. a. città. Regalò il mazzo di rose a Maria come dono in keeping with il figlio appena nato. Da allora, ogni anno nel mese di dicembre fiorisce questo tipo di rosa in keeping with ricordare al mondo intero del semplice regalo fatto con amore dalla giovane figlia del pastore.

  • 1 decennio fa

    LA PREGHIERA DEL LAVORATORE(natale)

    Donami la serenita'di accettare le cose che non posso cambiare,

    il coraggio di cambiare le cose che non posso accettare

    e la saggezza di nascondere i corpi di coloro che ho dovuto uccidere oggi

    perche' mi hanno rotto le palle ieri.

    Aiutami a stare attento ai piedi che pesto oggi,

    perche' potrebbero essere collegati al **** che dovrei baciare domani.

    Aiutami sempre a dare il 100% al lavoro:

    12% al Lunedi',

    23% al Martedi',

    40% al Mercoledi',

    20% al Giovedi',

    5% al Venerdi'.

    Aiutami a ricordare

    (quando ho proprio una brutta giornata e sembra che tutti cerchino di

    rompermi le palle)

    che ci vogliono 42 muscoli per aggrottare il viso

    e solo 4 per stendere

    il mio dito medio e mandarli a ******!

    PER CONCLUDERE:

    Siate come la piccola supposta

    che quando e' chiamata a compiere il suo dovere lo fa fino in fondo e

    senza mai guardare in faccia nessuno.

    Si mette subito in cammino cercando umilmente la propria strada.

    E se qualcuno le si para davanti dicendole con presunzione ed arroganza:

    "Lei non sa chi sono io!

    intimamente sa gia'

    che non puo' essere altro che uno *******...

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  • Anonimo
    1 decennio fa

    http://www.amando.it/natale/leggende-di-natale-nel...

    ti puoi sbizzarrire scegli la tua preferita..ciao buon natale!

  • Anonimo
    1 decennio fa

    ciao

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