alemy4ever ha chiesto in Servizi YahooYahoo Profile · 1 decennio fa

parafrasi completa della ginestra di leopardi?

nn la trovo in nessun sito!

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5 risposte

Classificazione
  • Anonimo
    1 decennio fa
    Risposta preferita

    La ginestra

    Giacomo Leopardi

    Contenuti:

    1° strofa: ginestra contestualizzata: opposizione Ginestra – deserto, aridità – profumo, vita – morte

    v. 37: brusco passaggio da momento lirico a momento polemico contro coloro che esaltano la vita umana di fronte alla furia distruttrice della natura. Sarcasmo pungente.

    2° strofa: domina ancora l’argomento polemico, questa volta contro il “secol superbo e sciocco”, contro la filosofia spiritualistica.

    3° strofa: continua la polemica. Comincia la metafora dell’uomo povero ed infermo che si manifesta agli altri per quello che realmente è, non vanta un fisico forte o ricchezze che non possiede.

    v.111: Nobiltà: quella che guarda in faccia alla realtà. Svolta del pensiero leopardiano. Non si limita più a posizione critiche, negative, a distruggere i miti ingannevoli rivelando il vero, ma viene proponendo con vigore una parte costruttiva, un’alternativa alle teorie spiritualistiche (che propongono all’uomo destini che non gli sono propri).

    Propone ancora una volta il vero della ragione, ma non in funzione passiva: individuare la nemica dell’uomo e combatterla… non c’è più rassegnazione, indifferenza verso i mali della società. Propone una sua idea di progresso. L’ingiustizia è fatta dalla natura: gli uomini resisi conto di ciò che devono costruire una società più giusta con rapporti più umani. Progresso di tipo morale e civile, si fonda sulla lucida consapevolezza della tragica condizione dell’umanità. Non nega assolutamente il suo pessimismo: si trasforma da pessimismo cosmico (che finiva per travolgere l’uomo) in pessimismo agonistico (nel quale l’uomo combatte contro la natura). L’uomo afferma la propria dignità. Recupera il ruolo dell’intellettuale: una persona che prima degli altri riesce a rendersi conto della sua situazione e combatte contro questa. Ha il compito di diffondere la consapevolezza del vero, ha il ruolo di indicare qual è il vero nemico contro cui combattere. Questo è in funzione di spingere gli uomini alla fraternità.

    4° strofa: rompe con la strofa precedente. Scorcio paesaggistico, stesso della 1° strofa, un paesaggio deserto (una distesa di lava pietrificata, che evoca immagini di morte). Da questo ritorno prende spunto per una riflessione che lo porta a mettere in discussione l’antropocentrismo dell’uomo. Universo fatto di stelle piccolissime che sembrano nebbia e perdono consistenza, rovesciando la prospettiva: è la terra stessa che perde consistenza (vedere l’uomo, la terra dalle stelle è come vedere le stelle dalla terra). È un’illusione creata dalle teorie spiritualistiche l’antropocentrismo.

    5° strofa: Parte dalla natura e arriva all’uomo. Metafora della mela che distrugge cadendo un formicaio, come un tumulto della terra che distrugge le cose dell’uomo. Si avverte la furia distruttiva della natura. Forze della natura: si scagliano contro le forme della natura (formiche) e contro l’uomo. Ma con più virulenza contro gli altri esseri rispetto all’uomo, questo perché le formiche sono molto numerose.

    6° strofa: tempo dell’uomo  muta continuamente. Tempo della natura  rimane immutato, fermo nelle sue minacce contro l’uomo. Prima parte: contrasto tra un quadro idillico (villa, vigneti) e l’immagine sinistra della forza distruttrice della natura, che nega ogni pace. Seconda parte: motivo della rovina delle antiche città, che tornano alla luce con gli scavi archeologici.

    Natura: continua ad incombere con la sua eterna minaccia.

    Conclusione della strofa: motivo riflessivo, la natura è ancora verde quando cadono i popoli.

    Fine: accusa all’uomo che si arroga il vanto di eternità

    7° strofa: struttura circolare: ritorna in primo piano la ginestra.

    Fiore: significato simbolico, pietà verso la condizione delle creature. Poi la lenta ginestra diviene un modello di comportamento eroico e nobile per l’uomo. Dovrà inevitabilmente chinare il capo alla furia distruttrice della natura, ma questa sua sconfitta non cancella la sua dignità. Non erge il capo per eguagliarsi al cielo, non vuole imporre il suo dominio sulle altre creature, è consapevole del proprio destino, afferma la propria identità adeguandosi a quello che la necessità della natura le impone. Ginestra = lenta, pieghevole perché si adatta senza rinunciare alla propria dignità.

    Messaggio nuovo: stimolare la fratellanza tra gli uomini per combattere un destino comune. Leopardi cerca di condurre gli altri dalla sua parte: contro la natura. C’è maggior contatto con la cultura del suo tempo, spirito ottimistico e romantico: la letteratura può educare (ad una dimensione di giustizia). Da leopardi parte una catena umana (né civile, né sociale) nella consapevolezza della vita.

  • 1 decennio fa

    La Ginestra o fiore del del deserto è praticamente il testamento spirituale di Leopardi. Nella canzone si parla della coraggiosa e allo stesso tempo fragile resistenza, che la ginestra oppone alla lava del Vesuvio, il monte sterminatore, simbolo della natura crudele e distruttiva. Il delicato fiore coraggiosamente risorge sulla lava impietrata, e con la fragranza dei suoi arbusti sembra rallegrare queste lande desolate. Ma il suo destino è tragicamente segnato da una nuova eruzione, capace di annullare non solo la sua consolante presenza ma - ben più drammaticamente - la presenza dell'uomo in questi luoghi. La ginestra diviene simbolo della condizione umana.

    Dunque la vera rivolta, la vera lotta che l'uomo deve ingaggiare è contro la natura crudele che non esita a devastare ogni opera umana con la sua inarrestabile forza. Nell' eterno impari confronto con la natura l'uomo deve avere ben presente la sua debolezza, ma anche la sua dignità. Non deve essere né arrogante né supplice, ma dignitosamente pronto a farsi da parte quando lo strapotere delle forze di natura lo opprima. Prima di quel momento deve consorziarsi con i suoi simili per affrontare i dolori della sua condizione, sostenuto dalla solidarietà dei suoi simili.

    Il concetto di ribellione, di rivolta e di lotta contro gli elementi che necessariamente condizionano il destino umano ( contrassegnato dal dolore ) è da Leopardi ricondotto ad una meditazione filosofica - di carattere pessimistico - sulla pochezza del sapere ottocentesco. E' inutile pensare di imbrigliare la natura e di sconfiggerla con le armi del progresso e della tecnica. Essa sarà sempre più forte dell'uomo. Anche la religione dà scarse vie d'uscita alla disperante insignificanza della natura umana e la speranza nell'aldilà provvidenziale cristiano è solo una sciocca e vile illusione per Leopardi.

  • Anonimo
    1 decennio fa

    La canzone si apre con uno squarcio di paesaggio, che traduce uno stato d'animo triste, duro e rude ad un tempo: il Poeta contempla le aride pendici del minaccioso ("formidabil") Vesuvio, vulcano che seminò morte e distruzione ("sterminator Vesevo") nel corso dei secoli.

    Il paesaggio colpisce per lo scheletrico squallore e la solitudine; il deserto non è rallegrato da alcuna pianta ("arbori": latinismo) nè da alcun fiore, ad eccezione dell'odorosa ginestra, che alligna persino nelle zone desertiche ("contenta dei deserti"), spargendovi qua e là i propri cespi.

    Il poeta ricorda di aver visto la ginestra abbellire con i suoi steli anche le solitarie ("erme") rovine della campagna intorno a Roma, la città che un tempo fu signora ("donna", dal latino "domina") del mondo; oggi i ruderi, col loro aspetto imponente e silenzioso (in quarto non risuona più tra essi la vita) si limitano a testimoniare e a ricordare al visitatore la gloria dell'antico, e per sempre tramontato, impero romano. Come nei dintorni di Roma, così anche qui, sul suolo vulcanico, la ginestra si rivela agli occhi del poeta fiore innamorato dei luoghi tristi e abbandonati dagli uomini, compagna fedele di sorti infelici [osserva la patina arcaica del linguaggio ("anco", "erme", "cittade", "donna" e il giro stesso del periodo), le immagini di una grandezza passata, l'insistenza su espressioni di desolazione ("un tempo", "perduto", "grave e taciturno")].

    I campi della zona vesuviana, cosparsi di sterile cenere e ricoperti di lava indurita che rimbomba sotto i passi del viaggiatore, ambiente inospitale, popolato solo di serpi, che vi si annidano e si contorcono al sole, e di conigli selvatici, che hanno la loro tana nelle grotte naturali, un tempo furono ricchi di fattorie e di campi coltivati, biondeggiarono di grano e risuonarono di muggiti di armenti; su di essi un tempo sorsero palazzi e giardini, gradita dimora ai potenti nei loro periodi di ozio (erano infatti i luoghi di villeggiatura preferiti dai maggiori cittadini romani); e vi sorsero città famose che l'altèro monte, lanciando fiamme ("fulminando") dalla sua bocca eruttante fuoco ("ignea"), schiacciò con i suoi torrenti di lava sterminandone gli abitanti.

    Ora, i luoghi dove cresce il fiore gentile (gentile perchè disposto ad abbellire con la sua presenza posti così solitari e tristi) sono tutti circondati da una vasta rovina e la pietosa pianticella, come se volesse commiserare le disgrazie altrui, esala al cielo un soavissimo profumo che addolcisce un poco la desolazione di quel deserto.

    [La ginestra qui appare simbolo del Leopardi stesso, e il profumo di essa simbolo della sua poesia: come osserva il Momigliano: "c'è tanta gentilezza, tanta dolcezza in quel fiore solitario, perchè il Leopardi sentiva che anche la sua poesia era come il profumo della sventura umana, chè anch’essa, come la ginestra, cresceva sull'arido suolo della vita e cercava con il suo profumo il cielo".]

    II- Versi 37-51: Invettiva contro la Natura e contro il falso progressismo

    Dal verso 37 fino al 157 la canzone si allontana dal tema iniziale e si apre un lungo tratto di carattere polemico ed ironico. Solo dal verso 158 il poeta tornerà alla ginestra, al paesaggio arido che ne è lo sfondo e all’amara contemplazione della sorte umana.

    Il poeta invita a visitare quei luoghi desolati colui che è solito esaltare la condizione umana, così che veda in quanta considerazione la natura tiene il genere umano ("amante" è detto naturalmente in senso ironico). Qui potrà valutare equamente ("con giusta misura") l'effettiva potenza del genere umano che la natura crudele ("dura nutrice"), proprio mentre esso meno che mai teme ciò, annulla parzialmente, in un solo istante e con un lieve movimento tellurico, mentre le sono sufficienti moti un po' meno lievi per annientarlo totalmente.

    La conclusione è fortemente ironica ed epigrafica: lì, sulle pendici del Vesuvio, è rappresentata chiaramente la sorte dell’umanità, una sorte che altri ha definito ottimisticamente "magnifica" e "progressiva" (l'autore della definizione è Terenzio Mamiani cugino del poeta; la citazione è contenuta nella Dedica dei suoi "Inni sacri", editi nel 1832).

    III. Versi 52-86: Invettiva contro il "secol superbo e sciocco" (polemica contro lo spiritualismo) -

    Con un "qui" insistito il Leopardi invita il suo secolo, che definisce "superbo" (per aver acquisito certezze filosofiche che agli occhi del poeta sono illusorie) e "sciocco" (perchè appunto tali illusioni considera come una realtà), a contemplare le pendici del vulcano e a specchiarsi in esse, in modo da capire quanto precaria sia la condizione umana (cfr. i vv. 212-230).

    Egli accusa il secolo XIX di aver abbandonato il sentiero ("calle") finora tracciato, verso un vero e continuo progresso ("innanti"), dalla filosofia del Rinascimento, risorta e riproposta dall'Illuminismo settecentesco, e, tornato indietro, si vanta di questo cammino a ritroso e lo chiama "progresso". [Il Leopardi, fedele al sensismo dei Settecento, che gli appariva una conclusiva affermazione della filosofia del Rinascimento, in quanto ne avrebbe compiuta l'opera di demolizione delle superstizioni medievali, considerava un regresso il risorto spiritualismo dell'Ottocento, quale si manifestava. soprattutto nelle teorie romantiche].

    Tutti gli ingegni (= gli uomini dotti), che per loro sventura ("sorte rea") sono sorti da quel secolo, come figli da un padre, vanno adulando il suo abbandonarsi a fanciullesche illusioni ("pargoleggiar": come di un vecchio che assuma atteggiamenti da bambino; cfr. il regresso di cui poco sopra), anche se, fra di loro, lo scherniscono (comportamento evidentemente ipocrita: l'esaltazione del secolo da parte degli uomini dotti sarebbe dunque, a giudizio del Leopardi, del tutto insincera). Ma lui, il poeta, non si abbasserà ad una simile meschinità, nè morirà con la vergogna di essersi piegato ad adulare gli sciocchi pargoleggiamenti del suo secolo; anzi, mostrerà il più apertamente possibile il disprezzo che di esso nutre nel proprio cuore, anche se è consapevole che chi è sgradito agli uomini del proprio tempo è destinato alla dimenticanza (la gloria, dunque, per il Leopardi, non è legata ai meriti effettivi, ma al favore dei contemporanei). Egli, però, si ride di quest’oblìo, che – ne è certo – coprirà lui, e con lui, anche il suo secolo ("teco mi fia comune"). [Di questo sentimento della vanità della gloria è spesso traccia nello "Zibaldone" e nelle "Operette"; cfr. Dante, "Purgatorio", XI].

    L’allocuzione rivolta al secolo continua con un’accusa al suo comportamento contraddittorio e incoerente: da un lato sogna la libertà (allusione alle lotte dei patrioti per la conquista della libertà, lotte che il Leopardi giudica vane), dall'altro rende vano il pensiero, cioè si oppone, con le nuove correnti filosofiche a quel pensiero del sensismo e del razionalismo a cui il poeta attribuisce il merito di aver redento gli uomini dalla "barbarie" medievale e che egli giudica il solo capace di suscitare maggior civiltà e di guidare al meglio le sorti della società ("i pubblici fati").

    Il motivo di tale assurdo e contraddittorio orientamento del pensiero ottocentesco risiedeva, per il Leopardi, nella vile rinuncia a guardare in faccia la verità, ad accettare cioè il duro destino e la bassa condizione ("aspra sorte" e "depresso loco") che la natura ha assegnato agli uomini. Per vigliaccheria, quindi, l’Ottocento ha voltato le spalle alla dottrina che aveva rischiarato la verità (= l’Illuminismo), e mentre fugge ("fuggitivo") chiama vili coloro che seguono il lume della vera filosofia, considerando invece magnanimi furbi o insensati che, intenti a illudere sè stessi e gli altri, innalzano con le loro lodi gli uomini ("il mortal grado") e li collocano al culmine della gerarchia degli esseri viventi (è chiara sia la polemica del Leopardi contro l’ottimismo romantico, che esaltava la grandezza dell'uomo, sia la difesa accorata del proprio pessimismo e in particolare delle teorie sensiste; l'intonazione dei versi è costantemente polemico-dimostrativa).

    IV. Versi 87-157: Stoltezza e nobiltà dell'uomo.

    versi 87-157

    A dimostrazione del concetto segue l'esempio, che ha il carattere di un paragone nei confronti dell'immagine appena conclusa. Un uomo di misera condizione e di membra malate, ma che abbia un animo alto e generoso, non si vanta nè considera sè stesso ricco e gagliardo (= vigoroso, pieno d’energia), e non finge, in modo ridicolo, davanti alla gente, di condurre una vita agiata o di essere fisicamente forte; al contrario, senza vergogna, si fa vedere qual è, povero ("mendico") di forze e di beni, e così chiama sè stesso apertamente e giudica la sua condizione in modo corrispondente alla realtà.

    Il poeta non considera magnanimo, ma stolto, un essere che, destinato a scomparire del tutto ("perir") e allevato tra le sofferenze, afferma di essere nato per la felicità e il godimento, e riempie di stomachevole orgoglio i suoi scritti, promettendo ai popoli per l'avvenire, su questa terra, altissimi destini e felicità sempre nuove, tali che, non solo sono ignorate dalla terra (cioè che nessun essere umano ha mai provato), ma anche

  • 1 decennio fa

    boh

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  • Anonimo
    1 decennio fa

    tipo......

    FARTELA?!?!?!?!?!?!

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