Anonimo
Anonimo ha chiesto in Arte e culturaLibri ed autori · 1 decennio fa

ciao raga qlk1 ha letto il libro di hermanne hesse pellegrinaggio d'autunno????

mi potete fare 1 breve trama sul libro. e anke 1

pikkolo commento. grazie 1000 a tt. 1 bacione.

3 risposte

Classificazione
  • Nahla
    Lv 7
    1 decennio fa
    Risposta preferita
  • Gea
    Lv 6
    1 decennio fa

    E' il libro (anzi libricino, viste le dimensioni) che mi ha fatto innamorare di lui.

    Fa un favore a te stessa, leggilo.

  • 1 decennio fa

    Tre racconti ambientati in paesaggi suggestivi e nella contemplazione di una natura bucolica. Stile sommesso e quieto, si nota la giovinezza dell'autore soprattutto in alcuni dialoghi poco spontanei e forse in una punta di presunzione da parte di Hesse. Qualche termine ripetuto all'eccesso, causato forse da una padronanza della lingua che Hesse non aveva ancora ottenuto.

    Hermann Hesse

    PELLEGRINAGGIO D'AUTUNNO 1905

    Traversata del lago

    Serata molto fresca, umida, inospitale, precocemente buia. Ero sceso dalla montagna giù per uno stradellino ripido, in parte argilloso e incassato tra due pareti, e adesso mi trovavo, da solo, sulla riva del lago, tremando dal freddo. Da oltre i colli giungevano fumi di nebbia, la pioggia si era esaurita e, ormai cadevano soltanto poche gocce, deboli e scacciate dal vento.

    Sulla spiaggia c'era una barca dalla cinghia piatta che, per metà, era stata tirata sulla ghiaia. Era in buone condizioni, pitturata di fresco senza acqua sul fondo; i remi parevano nuovissimi. Accanto si trovava una capanna di tavole d'abete, aperta e vuota. Allo stipite della porta era appeso un vecchio corno d'ottone, legato con una catenella. Vi soffiai. Ne uscì un suono duro e stizzoso, che si diffuse pigramente. Soffiai di nuovo, più a lungo e più forte. Poi mi sedetti sulla barca, in attesa che giungesse qualcuno. Il lago era solo leggermente mosso. Onde piccolissime sbattevano contro le esili pareti della barca, producendo in debole sciacquio. Avevo un pò freddo, e mi avvolsi nel mio ampio mantello, umido di pioggia; mi infilai le mani sotto le ascelle e mi misi ad osservare la superfice del lago. In mezzo al lago spuntava un'isoletta che, a giudicare dall'aspetto, era solo uno scoglio imponente, nerastra sull'acqua plumbea. Vi avrei fatto costruire, se fosse stata mia, una torre a pianta quadrata, con poche stanze. Una camera da letto, un salotto, un soggiorno e una biblioteca. Poi vi avrei insediato un guardiano che tenesse tutto in ordine e, ogni notte, accendesse una luce nella stanza più alta. Io, però, avrei continuato a viaggiare, sapendo che in ogni momento mi avrebbe atteso un rifugio, una dimora. Nelle città lontane avrei raccontato alle giovinette della mia torre nel lago. <<C'è anche un giardino?>>, mi avrebbe forse chiesto una di loro. E io:<<Non lo so più, è tanto che non ci torno. Ci andiamo insieme?>>. Lei avrebbe riso e, d'un tratto, i suoi occhi castano chiaro avrebbero cambiato sguardo. Poteva anche essere che i suoi occhi fossero azzurri o neri, e viso e collo bruni, e il suo vestito rosso scuro con guarnizioni di pelliccia. Se solo non avesse fatto così freddo! In me cresceva a vista d'occhio un senso di fastidio.

    Che m'importa di quella nera isola rocciosa? E' ridicolmente piccola, poco più di uno starco di uccello; sarebbe impossibile costruirgli alcunchè. E da che pro , inoltre? E che m'importa se una giovinetta di mia invenzione, alla quale, se esistesse davvero, mostrerei la mia torre-castello, nel caso in cui ne avessi una... che m'importa, dicevo, se tale giovinetta è bionda o bruna e se il suo abito ha guarnizioni di pelliccia o di pizzo o la solita passamaneria? Sarebbe come dire la passamaneria non mi basta? Dio me ne guardi! E rinunciai alle guarnizioni di pelliccia. alla torre e all'isola, solo per amore della pace. Il mio senso di disagio cancellò bisbeticamente quelle immagini, tacque e crebbe invece di diminuire. <<Scusa>> mi chiese dopo un pò,<<che ci fai seduto qui, in un luogo sconosciuto, su una spiaggia fradicia, a morire di freddo?>> Proprio allora si udì uno scricchiolio sulla ghiaia, e una voce profonda mi chiamò. Era il vecchio barcaiolo. <<E' tanto che aspetta?>> , mi domandò mentre lo aiutavo a spingere la barca in acqua. <<Abbastanza, mi sembra. Andiamo!>> Prendemmo due paia di remi, ci staccamo da riva, ci girammo e provammo il ritmo; poi ci mettemo a remare in silenzio, vogorosamente. Con il calore che mi pervadeva le membra, e con quel movimento agile e ritmico, si fece strada in me uno spirito nuovo, che pose rapidamente fine al mio gelido e pigro malumore. Il barcaiolo aveva la barba grigia, era alto e magro. Lo conoscevo; anni prima mi aveva traghettato diverse volte, ma lui non mi riconobbe. Dovemmo remare per un mezz'ora e, durante la traversta, si fece completamente notte. A ogni colpo, il mio remo sinistro urtava lo scalmo, emettendo un rugginoso cigolio; a poppa le deboli onde s'infrangevano irregolari contro il fondo della barca, con un rumore sordo. Io mi ero tolto prima il mantello e poi anche la giacca, appoggiandoli accanto a me; quando ci avvicinammo all'altra riva, ero già leggermente sudato. Le luci della spiaggia giocavano sull'acqua scura, vi balzavano sussultando in linee spezzate e abbagliavano più di quanto non illuminassero. Toccammo terra, e il barcaiolo lanciò la corda della sua barca intorno ad un palo robusto. Dall'androne nero uscì il doganiere, con una lanterna. Detti al barcaiolo il suo magro compenso, lasciai che il doganiere mi fiutasse il mantello e mi tirai giù le maniche della camicia, sotto la giacca. Al momento di andarmene mi tornò in mente il nome del barcaiolo. <<Buona notte, Hans Leutwin>>, gli gridai allontanandomi, mentre lui, con una mano davanti agli occhi, mi seguiva con lo sguardo, stupefatto e borbottando qualcosa.

    Al leone d'oro

    Il mio viaggio di piacere cominciò soltanto nella vecchia cittadina dove, giungendo dalla sponda del lago, entrai attraverso un'alta porta ad arco. Anni addietro avevo abitato per un certo tempo in quella zona, vivendo esperienze dolci ed amare delle quali, qua e là, speravo di incontrare ancora un'eco. Una passeggiata per le strade notturne, scarsamente partecipi della luce delle finestre, davanti a vecchi frontoni e scale e balconi chiusi. Nella Maiengasse, stretta e curva, un oleandro davanti a un'antiquata casa signorile mi inchiodò sul posto, con un fiotto di ricordi. Ebbero lo stesso effetto una panchina davanti a un'altra casa, l'insegna di un'osteria, il palo di un lampione: ero stupefatto di quante cose, da tempo dimenticate, fossero in realtà tutt'altro che dimenticate. Erano dieci anni che non vedevo quel paesino, ma all'improvviso ebbi nuovamente presenti tutte le storie di quella mirabile giovinezza. Arrivai anche davanti al castello, che si ergeva ardito e ascoso nella piovosa notte autunnale, coi suoi torrioni neri e poche finestre, rosse e quadrate. Allora, quand'ero ragazzino, era raro che vi passassi davanti senza immaginarmi, nella camera più alta della torre, la figlia di un conte, sola e in lacrime; scivolavo allora con mantello e scala di corda su quelle mura vertiginose, fino alla sua finestra. <<Mio salvatore>>, balbettava lei, in preda a un lieto spavento. <<Semmai suo servitore>>, rispondevo con un inchino. Poi, con la massima cautela, la portavo giù per quella scala spaventosamente oscillante.., un grido, si spezzava la corda... e io mi ritrovavo nel fossato con una gamba rotta mentre la bella, accanto a me, si torceva le sue mani affusolate. <<Mio Dio, e ora? Come posso aiutarla?>> <<Si metta in salvo, nobile signora, un servo fedele l'attende al portone posteriore.>> <<Ma lei?>> <<Una sciocchezzuola, non se ne dia pena! Rimpiango soltanto di non poterla accompagnare ancora, per oggi.>>Nel frattempo il castello era stato devastato da un incendio, lo sapevo dai giornali; eppure, almeno di notte, non ce n'era traccia, pareva tutto come prima. Rimasi un po' ad osservare la sagoma di quel vecchio edificio, poi svoltai nel primo vicolo. E anche là l' insegna di una rispettabile locanda recava sempre il vecchio, grottesco leone di latta. Decisi di entrare, alla ricerca di un asilo per la notte. Dall'ampio portale mi si fece incontro un chiasso violento: musica, grida, andirivieni della servitù, risa e gozzoviglie; nel cortile si trovavano carri ai quali erano stati tolti i finimenti per appendervi, invece, corone e ghirlande di rami d'abete e fiori di carta. Entrando trovai che la sala, il salone e persino la stanza attigua erano occupati da una lieta brigata che festeggiava un matrimonio. Non era certo possibile consumare una cenetta tranquilla, lasciarsi beatamente assalire dai ricordi davanti a un bicchiere di vino, nella solitudine di quell'ora crepuscolare e, men che mai, andarsene pacificamente a letto, di buon'ora. Mentre aprivo la porta della sala, mi passò fulmineo tra le gambe un cagnolino che era stato rinchiuso fuori, uno Spitzer nero, che si precipitò abbaiando di gioia verso il suo padrone, tra i tavoli: l'aveva scorto all' istante perché era in piedi, e stava tenendo una concione. <<...e cosi, egregi signori!>>, stava gridando rosso in volto e a voce eccessivamente alta, quando il cagnolino gli fu addosso come una furia, abbaiando allegramente e interrompendo il suo discorso. Si incrociarono risa e parole di scherno, l'oratore dovette riportare fuori il cane, gli egregi signori sogghignavano, felici del male altrui, e bevevano alla salute. Io mi feci da parte e, quando il padrone del cagnolino fu di nuovo al suo posto ed ebbe ripreso il suo discorso, avevo già raggiunto la stanza attigua, mi ero tolto cappello e mantello e mi ero seduto all'estremità di un tavolo. Quel giorno non mancavano certo manicaretti. Mentre mi davo da fare intorno all'arrosto di montone, il mio vicino di tavolo mi fornì le notizie essenziali sulle nozze. Non conoscevo la coppia, ma conoscevo un gran numero di invitati: volti che anni addietro mi erano familiari e che adesso mi circondavano, al chiarore dei lumi, alcuni già mezzi ubriachi, tutti cambiati e invecchia

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