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Anonimo
Anonimo ha chiesto in Scuola ed educazioneUniversità · 1 decennio fa

mi date un aiuto??

mi servirebbe sapere i caratteri principali del romanticismo e la differenza tra leopardi e manzoni nel modo di scrivere, e di affrontare il romanticismo

1 risposta

Classificazione
  • Anonimo
    1 decennio fa
    Risposta preferita

    Romanticismo (letteratura) Movimento letterario affermatosi in Europa tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo. In contrapposizione al razionalismo illuminista (vedi Illuminismo), rivalutò l’immaginazione e la libertà creativa dell’individuo. Entrato in uso alla metà del Seicento, il termine inglese romantic indicava narrazioni di contenuto particolarmente fantasioso, affine a quello dei romanzi cavallereschi medievali; in un’accezione più ampia, e con valore spesso anche dispregiativo, indicava temi e argomenti strani, assurdi o comunque fuori del comune, ma anche paesaggi naturali inconsueti e pittoreschi tali da colpire le emozioni e i sentimenti dello spettatore. Fu poi Jean-Jacques Rousseau a definire “romantico” uno stato d’animo incline alla meditazione e alla malinconia. L’inizio del romanticismo si fa generalmente coincidere con la pubblicazione della rivista “Athenäum” (1798-1800), fondata a Jena dai fratelli August Wilhelm e Friedrich Schlegel, che enunciò le linee programmatiche del nuovo movimento. Particolarmente influenzato dal pensiero del filosofo Johann Gottfried Herder, il romanticismo tedesco individuava nel Medioevo il momento di formazione della coscienza nazionale germanica, le cui origini dovevano essere quindi valorizzate da una letteratura non più assoggettata alla tradizione classica. Il ritorno alle fonti originarie della cultura tedesca fu anche uno degli obiettivi del movimento Sturm und Drang. Lo stato d’animo degli scrittori romantici può essere esemplificato dal protagonista del romanzo epistolare I dolori del giovane Werther (1774) di Johann Wolfgang von Goethe, dove all’esaltazione del sentimento amoroso si accompagna il senso di solitudine di Werther, che non potendo adattarsi alla mediocrità del vivere, compie con il suicidio un gesto estremo di rivendicazione della propria libertà. Il manifesto del romanticismo inglese è la Prefazione alla seconda edizione delle Ballate liriche (1800) dei poeti William Wordsworth e Samuel Taylor Coleridge: vi si afferma che la vera poesia nasce dal sentimento e dall’immaginazione, quando la tensione espressiva non viene imbrigliata dalla fredda perfezione formale. Nella letteratura francese, analoga funzione di manifesto programmatico ebbe un’altra Prefazione, quella di Victor Hugo al proprio dramma Cromwell (1827): vi sono esposte le ragioni della scelta di un protagonista tanto diverso dai modelli della tradizione classica, contraddistinto dalla presenza di difetti e qualità riscontrabili anche nell’“uomo comune”, benché già in precedenza Rousseau avesse evidenziato nel processo di “umanizzazione” dell’eroe una caratteristica delle moderne tipologie del personaggio letterario. Hugo ebbe comunque il merito di contestare e rifiutare uno dei canoni ritenuti fino ad allora fondamentali dell’arte drammatica, quello delle tre unità, di tempo, di luogo e di azione, la cui formulazione veniva tradizionalmente attribuita alle teorie poetiche di Aristotele. Dalla Germania e dalla Francia i grandi temi romantici circolarono in tutta Europa, costituendo un punto di riferimento essenziale per gran parte della produzione letteraria del XIX secolo. In Italia, i primi segni di sensibilità romantica emersero già in Vittorio Alfieri e Ugo Foscolo. Si assume però come anno di nascita del romanticismo il 1816, anno di pubblicazione sulla rivista milanese “Biblioteca italiana” dell’articolo intitolato Sulla maniera e l’utilità delle traduzioni scritto da Madame de Staël. Criticando “gli eruditi che vanno continuamente razzolando le antiche ceneri”, la scrittrice francese sollecitò gli italiani a cogliere i fermenti innovativi presenti nelle letterature delle altre nazioni europee. L’articolo innescò un acceso dibattito culturale che vide schierati su posizioni conservatrici autori come Vincenzo Monti e Pietro Giordani, mentre i giovani romantici, tra i quali Silvio Pellico, Ludovico Di Breme, Pietro Borsieri e Giovanni Berchet, si riunirono intorno alla rivista “Il Conciliatore”, mostrandosi aperti ai nuovi stimoli culturali, soprattutto ai temi patriottici. Fu Berchet, con La lettera semiseria di Grisostomo (1816), a indicare come nuovo percorso compositivo la poesia popolare in contrapposizione a quella classica e mitologica, definendo quest’ultima “poesia dei morti”.Il rifiuto della mitologia è uno dei temi centrali della Lettera sul romanticismo (1823) di Alessandro Manzoni, per il quale la letteratura doveva avere come soggetto il “vero”, frutto di una sintesi tra valori morali, veridicità storica e accuratezza espressiva. A questi stessi principi, che sono alla base della concezione manzoniana del romanzo storico, si ispirò la composizione dei Promessi sposi (1827, 1840-1842), una delle opere fondamentali del romanticismo italiano. Su un altro versante si collocò la ricerca espressiva di Giacomo Leopardi, che produsse risultati di straordinario rilievo nella lirica europea, mentre autori come Carlo Porta, Giuseppe Gioachino Belli, Giuseppe Giusti, Ippolito Nievo si fecero interpreti di un romanticismo dai toni prevalentemente realistici. A un cosiddetto “secondo romanticismo”, caratterizzato da un sentimentalismo dai toni esasperatamente languidi e sospirosi, appartengono invece poeti come Giovanni Prati e Aleardo Aleardi.Il romanticismo si fece sostenitore anche di ideali civili, primo fra tutti la libertà dei popoli dall’oppressione politica, in nome del diritto di ogni individuo al riconoscimento della propria dignità. Nel Guglielmo Tell (1804) di Friedrich Schiller, cui si ispirò l’omonima opera (1829) di Gioacchino Rossini, il leggendario eroe svizzero incarna il simbolo della rivolta contro il tiranno e la dominazione straniera.

    Poeti come George Byron e Percy Bysshe Shelley sostennero gli ideali romantici della lotta per la libertà sia con la loro opera sia nella vita, combattendo in Italia e in Grecia. Il russo Aleksandr Puškin, che scrisse poesie di aperta intonazione rivoluzionaria, come l’ode Alla libertà (1817), fu per questo perseguitato dal regime zarista. Secondo la concezione illuministica la natura era regolata da un complesso di leggi e fenomeni che l’uomo poteva comprendere grazie all’uso della ragione. In campo estetico venivano quindi ignorati tutti gli aspetti del reale che aprivano spiragli su dimensioni ancora sconosciute e che, sfuggendo agli schemi razionali, per questo venivano ritenute inquietanti. Nell’estetica neoclassica di Johann Joachim Winckelmann il bello si trova nella “nobile semplicità” e nella “quieta grandezza”; esso è “come la profondità del mare che resta sempre immobile per quanto agitata sia la superficie”.

    Per i romantici, invece, la natura è il luogo in cui l’anima può dare sfogo alla propria malinconia e i fenomeni più interessanti sono proprio quelli che esulano dalla norma, mettendo l’individuo in contatto con una dimensione superiore, che non può essere percepita con l’aiuto della ragione ma solo abbandonandosi ai sensi e alla fantasia. Il “bello” coincide allora con il “sublime”, sia esso un paesaggio sconvolto dalla furia degli elementi (si pensi alla situazione descritta da Leopardi nell’Ultimo canto di Saffo) o l’uomo perseguitato da una sorte ineluttabile (come nel caso di Ulisse, “bello di fama e di sventura”, nel sonetto A Zacinto di Foscolo). La ricerca di nuove esperienze interiori si tradusse spesso in un’apertura verso nuovi orizzonti spaziali e temporali. Ci si rivolgeva con grande interesse a culture ancora sconosciute, o si rileggevano in una nuova ottica testimonianze ed espressioni di civiltà ormai scomparse. L’interesse per la poesia popolare aveva già in precedenza dato i suoi frutti nella poesia ossianica, che evocava atmosfere altomedievali, mentre ad affascinanti sfondi orientali si era richiamato Samuel Taylor Coleridge in Kubla Khan (1816).

    La nostalgia per il Medioevo si fuse con la malinconica consapevolezza dell’impossibilità di recuperare un passato ormai perduto per sempre; fra gli scenari preferiti dai narratori romantici ci furono allora castelli in rovina e abbazie diroccate, sfondi ideali per ambientare storie dense di elementi misteriosi e soprannaturali come quelle dei romanzi gotici di Matthew Gregory Lewis e di Horace Walpole, autore del celebre Castello d’Otranto (1764). L’interesse per il soprannaturale caratterizzò in particolar modo la letteratura romantica inglese e tedesca. Esso fu acuito da un lato dalla disillusione nei confronti del razionalismo settecentesco, dall’altro dalla riscoperta del patrimonio folclorico della fiaba popolare, dovuta in primo luogo ai fratelli Grimm e Hans Christian Andersen.

    Uno dei motivi ricorrenti nel genere fiabesco, e che ebbe molto seguito in letteratura, fu quello del Doppelgänger, ossia del “doppio” o dell’“altro che è in noi”. Soprattutto gli scrittori tedeschi furono affascinati da questa nuova possibilità di indagine sulla propria identità, di uno scavo in un io più profondo. Il poeta Heinrich Heine vi dedicò una lirica, intitolata proprio Il doppio (1827); lo stesso tema compare nel racconto Gli elisir del diavolo (1816) di E.T.A. Hoffmann e nel romanzo breve La straordinaria storia di Peter Schlemihl (1814) di Adelbert von Chamisso, la vicenda di un uomo che vende la propria ombra al diavolo. Alla metà dell’Ottocento il motivo del doppio ricompare nel romanzo di Fëdor Dostoevskij Il sosia (1846), descrizione di uno stato di alienazione di cui è vittima un modesto impiegato. Nella seconda metà dell’Ottocento alcune delle tendenze tipiche del romanticismo divennero particolarmente accentuate, come nel caso della poesia sentimentale, che talvolta divenne un facile pretesto per evadere in una visione trasognata e illusoria di mondi irreali. Dalla reazione a certe esasperazioni romantiche derivarono movimen

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