Libro??????????? 10 punti al migliore!!!!!!!!!!!?

Ciao raga!!!!!!!

Avrei bisogno del riassunto del libro "Palazzo Yacoubian".

Chi me lo da ?????????

6 risposte

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  • 1 decennio fa
    Risposta preferita

    TI CONSIGLIO DI LEGGERLO IL LIBRO è MOLTO BELLO QUI TI HO SCRITTO LA SINTESI ANKE SE 1 PO LUNGHETTA....

    Come un tempo i Faraoni, anche il miliardario armeno Hagub Yacoubian aveva smanie di posterità. E la sua personale piramide fu un palazzo che volle edificare nel cuore del Cairo nella centralissima via Suleyman pasha. Era il 1934 e il capolavoro fu affidato a un noto studio di architettura italiana. Il risultato stupì per ricchezza e magnificenza. “Dieci piani costruiti nel più classico stile europeo, con i balconi riccamente decorati di statue con i volti ellenici scolpiti nella pietra; le colonne, le scale, i corridoi tutti di marmo naturale e l’ascensore, di marca Schindler, uno tra i più moderni”. Piacque tanto al proprietario che fece scolpire nella parte interna del portone il nome Yacoubian a grandi lettere latine illuminate da una lampada al neon.

    All’inizio l’edificio ospitò il fior fiore della società dell’epoca: ministri, latifondisti, industriali, stranieri e milionari ebrei. Si potevano vedere parcheggiate nel garage Rolls Royce, Buick e Chevrolet. Poi con la rivoluzione del ’52 tutto cambiò. Subentrarono i generali, e a loro, negli anni sessanta, in un’ineluttabile caduta di rango, gli ufficiali di grado inferiore. Fino ad arrivare oggi a un caotico condominio dove ogni centimetro abitabile, dal sottoscala agli stanzini del terrazzo, è occupato da una feroce e scomposta umanità: lustrascarpe, ex aristocratici, un raffinato giornalista omosessuale, un politico corrotto, camiciai usurai e spioni.

    Ecco come in letteratura un palazzo diventa metafora d’un paese, l’Egitto, e ne incarna i fasti trascorsi e la miserabile attualità. Il miracolo è dentro il romanzo Palazzo Yacoubian di ‘Ala al-Aswani, edito in Italia da Feltrinelli. è il libro-scandalo del mondo arabo, con vendite inferiori solo al Corano, e un film appena uscito che ha scatenato il boicottaggio di alcuni parlamentari. Come il libro abbia potuto sfuggire alle maglie della censura, resta un enigma. Ne è stupito lo stesso autore, che se di mestiere faceva il dentista – con uno studio proprio a palazzo Yacoubian – è conosciuto da anni come severo critico del regime di Mubarak e militante del movimento d’opposizione laica Kifaya (in arabo: basta!).

    Ma entriamo insieme nell’edificio in decadenza e guardiamo da vicino l’affresco da comédie humaine che si compone. Ecco la portineria, dove il giovane Taha, figlio del custode, nei ritagli di tempo, tra un ordine e una commissione per gli esosi inquilini, si prepara al concorso d’ammissione per un posto da poliziotto. Ottimo studente, ambizioso e determinato, Taha ha un solo incubo. Che, a onta della sua preparazione e idoneità, gli venga rinfacciato d’essere il figlio di un portiere. E quindi indegno per le stellette da ufficiale.

    Al primo piano abita Hagg ‘Azzam, parvenu milionario sulla sessantina che, a prima vista, col viso roseo che trabocca di salute, la pelle liscia e brillante, potrebbe essere scambiato per “una stella del cinema o un sovrano, per la prosopopea, la calma imperturbabile, l’eleganza e la ricchezza che ostenta”. è lui il capo indiscusso di via Suleyman pasha. Ma ci sono vecchi che se lo ricordano, seduto sul marciapiede, in galabeya, gilè e turbante, con una piccola cassetta di legno davanti ai piedi, quando faceva il lustrascarpe. Dopodiché scomparve per più di vent’anni. Dice di aver lavorato nel Golfo ma corre voce che sia stato condannato per traffico di droga e che le sue attività commerciali siano solo una facciata per il riciclaggio del denaro sporco. è molto pio e osservante, sempre col rosario in mano. Ma ultimamente è preda di polluzioni notturne e un fastidioso priapismo lo tiene in uno stato di sovreccitazione nervosa. Su consiglio dello sheikh della moschea si è preso una seconda moglie, dalle forme appetibili e carnose, che tiene segregata e clandestina nell’appartamento a sollievo d’una lubrìca senescenza.

    un microcosmo esemplare

    Al secondo piano, in un appartamento che sembra lo studio di un artista bohémien, abita il giornalista Hatim Rachid. Figlio d’un eminente giurista egiziano e di madre francese, Hatim ha trascorso un’infanzia triste e solitaria, coi genitori sempre occupati o all’estero. L’unica compagnia fu quella di un domestico nubiano, Idris, che come un cane fedele allevò il cucciolo e ne diventò l’amante insostituibile. Quando alla morte del padre, Idris fu licenziato, e non si ebbero più sue notizie, il giovane Hatim cercò di colmare la perdita immergendosi in una sfrenata vita da gay. Ma benché avesse conosciuto tanti uomini, il suo desiderio erotico s’era come fossilizzato nel ricordo di Idris il cameriere. E in ogni incontro cercava l’immagine del primo amore, quella figura di “maschio primitivo, con tutta la sua durezza, grossolanità e virilità che la civilizzazione non aveva ingentilito”. Come gli era capitato mesi prima, quando una notte, sotto l’influsso dell’alcol, aveva rimorchiato in una via del centro, al cambio di guardia, un militare che assomigliava molto a Idris. Saïdi anche lui, contadino del Sud, col viso bruno e i bianchi denti abbaglianti.

    Il soldato si chiama ‘Abd Raddu e non è stato difficile, con un po’ di denaro, portarlo a casa e sedurlo. è nata una relazione che alterna a momenti di puro piacere e d’armonia improvvise repulsioni e tentativi di rottura. Ma ha come riossigenato la vita di Hatim che fantastica un futuro a due basato su quella ruvida e appagante intimità.

    Saltiamo per ora il terzo piano dove abita, immarcescibile bon vivant , il leggendario ingegnere Zaki bey al-Dusuqi. Su di lui torneremo a tempo debito, e approdiamo direttamente sulla terrazza. Che non era il suq che è diventato oggi, ma ospitava due stanze per la famiglia del portiere e cinquanta stanzini, tanti quanti erano gli appartamenti. Quei bugigattoli erano usati come dispense per i viveri, come cucce per cani e come lavanderie. Nessun domestico, allora, si sarebbe umiliato a dormirci dentro. Ma con l’arrivo della rivoluzione del ‘52 tutto cambiò. Furono le mogli degli ufficiali a trasformarli in alloggi per i camerieri e le domestiche strappate dai villaggi. E le consorti di estrazione proletaria non trovarono disdicevole nemmeno allevarci conigli, anatre e galline. Finché la pratica, per ordine del generale Dakruri, non fu proibita. A poco a poco però il vincolo che esisteva tra gli stanzini e gli appartamenti si spezzò e sul terrazzo nacque una comunità del tutto avulsa dal resto del palazzo. Che vendeva gli stanzini, li subaffittava, aveva bagni in comune, cucinava e stendeva i panni a cielo aperto. E la terrazza era in tutto e per tutto uguale a un vicolo popolare. Qui abita, ormai a disagio, la famiglia di Taha. E poi quella della sua fidanzata, la pudica e avvenente Buthanya. E poi Saber lo stiratore, Ali al-Sawwaq l’ubriacone, Hamed Hawwas, impiegato presso l’Ente nazionale delle fognature e il più sadico formulatore di denunce della zona, e centinaia di “temporanei” e chiassosi vicini.

    egitto plurale

    Risulta chiaro, già da questa traccia, perché il romanzo e poi il film abbiano suscitato in Egitto tanto scalpore. Sono il ritratto spietato d’una società irrimediabilmente corrotta e senza speranza. Con un Grande Uomo, riconoscibilissimo, che muove i fili dei burattini. Un paese in cancrena dove nessuno dei personaggi narrati – se non l’anacronistico Zaki bey – troverà una forma di riscatto. I giovani sono al solito i più manipolati. Tutti i sogni e le aspirazioni finiscono nella macina della sopravvivenza. E nella perdita di ogni dignità. è carne da stropicciare, il pudore delle ragazze. Esplosivo da innescare, il cervello degli studenti. La diagnosi che l’autore fa del paese è micidiale. Dittatura del regime e fondamentalismo religioso sembrano antagonisti ma sono le due facce della stessa medaglia. Si alimentano e si legittimano a vicenda. La corruzione genera ingiustizia sociale e miseria che sono il bacino dove il fondamentalismo pesca e si propaga. Esemplare è la storia di Taha. Mai e poi mai il figlio d’un portiere diventerà ufficiale di polizia. Platealmente umiliato al concorso, il serio e scrupoloso Taha è il diamante grezzo che cade dal cielo in grembo ai terroristi. Ci penserà la polizia a stuprarlo e a sfaccettarlo. Ora ha dentro la luce del Martire e darà un senso alla vita, immolandola. Un destino simile è scritto anche per Buthayna, la fidanzata. La morte del padre per bilarzia, nel giorno del Ramadan, precipita la famiglia nell’indigenza. Ecco la sintesi magnifica dell’autore: “Nel giro di pochi giorni, la madre si trasformò: portava sempre il lutto, il suo corpo era deperito, era diventata magrissima, il viso aveva assunto i caratteri tipici della vedovanza, si era fatto affilato, selvatico e mascolino”. Davanti a questo indurimento il lettore non si sorprende se, qualche pagina dopo, vede la candida Buthayna, “la santerella”, rassegnarsi ai sudici palpeggiamenti del datore di lavoro in cambio di mance per sfamare casa. Ma la ragazza sarà fortunata, e riuscirà con Zaki bey a riscattare la propria bellezza svenduta.

    Che dire anche del silenzio e dell’ipocrisia che circondano il tema scottante dell’omosessualità? Non esiste ciò di cui non si parla, è la regola nel mondo arabo. Lo sosteneva anche il codice Rocco. Ma qui l’autore ha l’audacia di presentare un personaggio, il giornalista Hatim Rachid, che non fa nulla per nascondere la sua gayezza. Tutti lo sanno e tutti fingono d’ignorarla. La prospettiva però è nuova. Hatim non è la solita checca effeminata e baraccona delle barzellette da caserma. è un uomo bello, colto e affascinante. E la relazione col soldato, complessa, impegnativa, di sottile introspezione. Cosa che purtroppo nel film risulta di grana grossa: la seduzione rasenta lo stupro e l’omosessuale è u

  • Anonimo
    1 decennio fa

    Palazzo Yacoubian è la saga non di una famiglia, ma degli abitanti di un palazzo costruito al Cairo negli anni trenta da un miliardario armeno. Storie parallele, vite che scorrono una accanto all’altra senza mai incrociarsi. Un palazzo che contiene in sé tutto ciò che l’Egitto era ed è diventato da quando l’edificio è sorto in uno dei viali del centro. Dal devoto e ortodosso figlio del portiere che vuole entrare in polizia ma che finirà invece per immolarsi nel nome di Allah, alla sua fidanzata, vittima delle angherie dei suoi padroni; dai poveri che vivono sul tetto dell'edificio e sognano una vita più agiata, al signore aristocratico poco timorato di Dio e nostalgico dei tempi di re Faruk che indulge in piaceri assolutamente terreni; dall'intellettuale gay con la passione per gli uomini nubiani che vive i suoi amori proibiti, neanche così clandestinamente, all’uomo d’affari senza scrupoli del pianterreno che vuole entrare in politica. Ciascuno di questi personaggi si ritroverà a fare delle scelte che, alla fine, porteranno alla rovina o alla redenzione. Quale sia l’esito, sarà il lettore a deciderlo. Ogni personaggio interpreta una sfaccettatura del moderno Egitto dove la corruzione politica, una certa ricchezza di dubbia origine e l’ipocrisia religiosa sono alleati naturali dell’arroganza dei potenti, dove l'idealismo giovanile si trasforma troppo rapidamente in estremismo e dove ancora prevale un'immagine antiquata della società. Oltre ai numerosi protagonisti, in questo romanzo campeggia la denuncia della società, della politica egiziana e dei movimenti islamisti, una denuncia particolarmente cara ad al-Aswani che oggi è uno degli esponenti di punta del movimento di opposizione egiziano Kifaya. Non a caso, un fervente sostenitore del libro è stato Saad ed-Din Ibrahim, celebre attivista egiziano per i diritti umani. Al-Aswani racconta magistralmente le piccole storie private, le tragedie e le gioie dell’Egitto che meno conosciamo, un Egitto plurale, un Egitto fatto di persone che si divertono, che vivono e che vanno ben al di là dell’immagine stereotipata che abbiamo dell’altra sponda del Mediterraneo.

  • 1 decennio fa

    LEGGI LA PRIMA RISP...

  • 1 decennio fa

    La storia che racconta l’egiziano ‘Ala Al Aswani nel suo Palazzo Yacoubian, attualmente il libro più venduto nei paesi arabi dopo Il Corano, non è affatto una recita. Non è nemmeno uno di quei fenomeni editoriali destinati a svanire nel nulla, ma assolutamente uno degli esordi più straordinari dell’ultimo decennio.

    Una scoperta sorprendente, un romanzo che davvero ti rapisce: per scrittura e contenuti. Un instant book, per certi versi, per via di un’analisi radiografica del mondo arabo di stringente attualità, ma destinato a rimanere nella storia della letteratura.

    In Palazzo Yacoubian si leggono le storie private degli abitanti di un edificio de Il Cairo che diventa metafora del moderno Egitto: vite parallele che non si incrociano mai. Esistenze spesso alla deriva: del caso e della vita, ma soprattutto di una società, quella egiziana, profondamente cambiata negli ultimi venti anni. Aswani, con assoluto coraggio, denuncia sulla carta le piaghe che devastano il proprio paese: un governo corrotto, un sistema di controllo poliziesco da incubo, la reazione dei più giovani portati a ribellarsi attraverso quella che sembra l’unica via, la jihad, la Guerra Santa.

    Per lo scrittore, invece, bisogna far comprendere proprio ai più giovani, anche occidentali, che il mondo arabo non è soltanto fondato sul Corano, che non nasce dal nulla, dal deserto, dal petrolio.

    Attraverso le esistenze dei protagonisti Aswani descrive il Cairo come un microcosmo: arena, prigione, labirinto. Un naufragio da cui l’umanità si salva a stento. E in questo Egitto in crisi di identità, un luogo dove la sofferenza è quotidiana, lo scrittore riesce a raccontare proprio quell’umanità scampata da una parte all’integralismo e dall’altra alla corruzione morale. E lo fa attraverso passaggi di una tenerezza e di un’innocenza commoventi e in netto contrasto con l’universo parallelo di chi crede che la rivoluzione sia farsi saltare in aria. I suoi protagonisti seguono destini diversi: scelgono o sono scelti per costrizione al proprio futuro, inchiodati da un presente che non sembra lasciar intravedere che il Nulla.

    Un romanzo, Palazzo Yacoubian, che è una moderna e drammatica “commedia umana” narrata da uno scrittore che riesce a riportarci le atmosfere più nascoste de Il Cairo.

    Con la stessa forza, la stessa potenza, la stessa determinazione di altri grandi scrittori egiziani: non solo Naguib Mahfuz, unico Premio Nobel per la Letteratura di origini arabe, ma anche quella, ad esempio, di un altro grandissimo (e purtroppo poco conosciuto almeno in Italia) come Albert Cossery.

    Leggete Palazzo Yacoubian perché riconsegna la dignità a un mondo arabo, mai come oggi così tanto sotto accusa. Vi emozionerete, vi arrabbierete, vi commuoverete, ma soprattutto capirete. E così che si esce da questo libro: con la consapevolezza che un libro può darci molto di più di tanti inutili dibattiti televisivi. Spegnete la tivù e accendete le luci di Palazzo Yacoubian: qui non si recita. Qui si vive.

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  • Anonimo
    4 anni fa

    Quando sono andato al Cairo ho trovato l’hotel su questo sito , te lo linko nel caso dovesse servirti , ho confrontato i prezzi con altri siti ed ho visto che è il più conveniente https://tr.im/1c216

    Il Cairo è una delle più densamente popolate capitale del mondo. I siti più famosi e più interessanti da visitare sono nella parte orientale della città. Il centro del Cairo, cuore della capitale effervescente, è sede di importanti edifici caratterizzati dall'architettura tipica del diciannovesimo secolo .Il Nilo forma attraversa la città e forma due isole, Roda e Gezira, aree residenziali tranquille, con tanto verde per passare il tempo libero. È un posto fantastico in cui tutti dovrebbero andare almeno una volta nella vita .

  • Anonimo
    6 anni fa

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