Anonimo
Anonimo ha chiesto in Scuola ed educazioneCompiti · 1 decennio fa

SOS COMPITI ITALIANO x favore leggete il seguente testo e aiutatemi a rispondere alle domande sottostanti..

SUL FONDO (da se questo è un uomo di primo levi)

Il racconto prende avvio dal 13 dicembre 1943, quando l’autore-narratore fu catturato dalla milizia fascista. Il brano seguente è tratto dal secondo capitolo del romanzo e descrive l’arrivo dei deportati nei lager di Buna-Monowitz, vicino ad Auschwitz.

Il viaggio non durò che una ventina di minuti. Poi l’autocarro si è fermato, e si è vista una grande porta, e sopra una scritta vivamente illuminata (il suo ricordo ancora mi percuote nei sogni): ARBEIT MACHT FREI, il lavoro rende liberi. Siamo scesi, ci hanno fatti entrare in una camera vasta e nuda, debolmente riscaldata. Che sete abbiamo! Il debole fruscio dell’acqua nei radiatori ci rende feroci: sono 4 giorni che non beviamo. Eppure c’è un rubinetto: sopra un cartello, che dice che è proibito bere perché l’acqua è inquinata. Sciocchezze, a me pare ovvio che il cartello è una beffa, “essi” sanno che noi moriamo di sete, e ci mettono in una camera, ed è vietato bere l’acqua. Io bevo, e incito i compagni a farlo; ma devo sputare, l’acqua è tiepida e dolciastra, ha odore di palude. Questo è l’inferno. Oggi, ai nostri giorni; l’inferno deve essere così, una camera grande e vuota, e noi stanchi di stare in piedi, e c’è un rubinetto che gocciola e l’acqua non si può bere, e noi aspettiamo qualcosa di certamente terribile e non succede niente. Come pensare? Non si può più pensare, è come essere già morti. Qualcuno si siede per terra. Il tempo passa goccia a goccia. Non siamo morti; la porta si è aperta ed è entrata una SS, sta fumando. Ci guarda senza fretta, chiede:-Wer kann Deutsch?- Si fa avanti uno fra noi che non ho mai visto, si chiama Flesch; sarà lui il nostro interprete. La SS fa un lungo discorso pacato: l’interprete traduce. Bisogna mettersi in fila per cinque, a intervalli di 2 metri fra uomo e uomo; poi bisogna spogliarsi e fare un fagotto degli abiti in un certo modo, gli indumenti di lana da una parte e tutto il resto dall’altra, togliersi le scarpe ma far molta attenzione di non farcele rubare. Rubare da chi? Perché ci dovrebbero rubare le scarpe? E i nostri documenti, il poco che abbiamo in tasca, gli orologi? Tutti guardiamo l’interprete, e l’interprete interrogò il tedesco, e il tedesco fumava e lo guardò da parte a parte come se fosse trasparente, come se nessuno avesse parlato. […] Poi viene un altro tedesco, e dice di mettere le scarpe in un certo angolo, e noi le mettiamo, perché ormai è finito e ci sentiamo fuori dal mondo e l’unica cosa è obbedire. Viene uno con la scopa e scopa via tutte le scarpe, via fuori dalla porta in un mucchio. E’ matto, le mescola tutte, 96 paia; poi saranno spaiate. La porta dà all’esterno, entra un vento gelido e noi siamo nudi e c copriamo il ventre con le braccia. Il vento sbatte e richiude la porta; il tedesco la riapre, e sta a vedere con aria assorta come ci contorciamo per ripararci dal vento uno dietro l’altro; poi se ne va e la richiude. Adesso è il secondo atto. Entrano con violenza quattro con rasoi, pennelli e tosatrici, hanno pantaloni e giacche a righe, un numero cucito sul petto; forse sono della specie di quegli altri di stasera (stasera o ieri sera?);ma questi sono robusti e floridi. Noi facciamo molte domande, loro invece ci agguantano e in un movimento ci troviamo rasi e tosati. Che facce goffe abbiamo senza capelli! I quattro parlano una lingua che non sembra di questo mondo, certo non è tedesco, io un poco il tedesco lo capisco. Finalmente si apre una porta: eccoci tutti chiusi, nudi tosati e in piedi coi piedi nell’acqua, è una sala di docce. Siamo soli, a poco a poco lo stupore si scioglie e parliamo, e tutti domandano e nessuno risponde. Se siamo nudi in una sala docce, vuol dire che faremo la doccia. Se faremo la doccia, è perché non ci ammazzano ancora. E allora perché ci fanno stare in piedi, e non ci danno da bere, e nessuno ci spiega niente, e non abbiamo ne scarpe ne vestiti ma siamo tutti nudi coi piedi nell’acqua, e fa freddo ed è 5 giorni che viaggiamo e non possiamo neppure sederci? […] Noi siamo a Monowitz; vicino ad Auschwitz, in Alta Slesia: una regione abitata promiscuamente da tedeschi e polacchi. Questo campo è un campo di lavoro, in tedesco si dice Arbeitslager, tutti i prigionieri (sono circa diecimila) lavorano ad una fabbrica di gomma che si chiama la Buna, perciò il campo stesso si chiama Buna. Riceveremo scarpe e vestiti, no, non i nostri: altre scarpe, altri vestiti, come i suoi. Ora siamo nudi perché aspettiamo la doccia e la disinfestazione, le quali avranno luogo subito dopo la sveglia, perché in campo non si entra se non si fa la disinfestazione. Certo, ci sarà da lavorare; tutti qui devono lavorare. Ma c’è lavoro e lavoro: lui, per esempio, fa il medico, è un medico ungherese che ha studiato in Italia; è il dentista del Lager. E’ in Lager da 4 anni (non in questo: la Buna esiste da un anno e mezzo soltanto), eppure; possiamo vederlo; sta bene; non è molto magro. Perché è in Lager? E’ ebreo come noi?-No- dice lui con semplicità, -io sono un criminale. Noi gli facciamo molte domande, lui qualche volta ride, risponde ad alcune e non ad altre, si vede bene che evita certi argomenti. Delle donne non parla: dice che stanno bene, che presto le rivedremo, ma non dice ne come ne dove. Invece ci racconta altro, cose strane e folli, forse anche lui si fa gioco di noi. Forse è matto: in Lager si diventa matti. Dice che tutte le domeniche ci sono concerti e partite di calcio. Dice che chi tira bene di boxe può diventare cuoco. Dice che chi lavora bene riceve buoni-premio con cui ci si può comprare tabacco e sapone. Dice che veramente l’acqua non è potabile, e che invece ogni giorno si distribuisce un surrogato di caffè, ma generalmente nessuno lo beve, perché la zuppa stessa è acquosa quanto basta per soddisfare la sete. Noi lo preghiamo di procurarci qualcosa da bere, ma lui dice che non può, che è venuto a vederci di nascosto, contro il divieto delle SS, perché noi siamo ancora da disinfettare, e deve andarsene subito; è venuto perché gli sono simpatici gli italiani, e perché, dice, “ha un po’ di cuore”. Noi gli chiediamo ancora se ci sono altri italiani in campo, e lui dice che ce n’è qualcuno, pochi, non sa quanti,e subito cambia discorso. In quel mentre ha suonato una campana, e lui subito è fuggito, e ci ha lasciati attoniti e sconcertati. Qualcuno si sente rinfrancato, io no; io continuo a pensare che anche questo dentista, questo individuo incomprensibile, ha voluto divertirsi a nostre spese, e non voglio credere a una parola di quanto ha detto. Alla campana, si è sentito il campo buio ridestarsi. Improvvisamente l’acqua è scaturita bollente dalle docce, 5 minuti di beatitudine; ma subito dopo irrompono 4 (forse sono barbieri) che, bagnati e fumati, ci cacciano con urla e spintoni nella camera attigua, che è gelida; qui altra gente urlante ci butta addosso non so che stracci, e ci schiaccia in mano un paio di scarpacce a suola di legno, non abbiamo tempo di comprendere e già ci troviamo all’aperto, sulla neve azzurra e gelida dell’alba, e scalzi e nudi, con tutto il corredo in mano, dobbiamo correre fino ad un’altra baracca, a un centinaio di metri. Qui ci è concesso vestirci. Quando abbiamo finito, ciascuno è rimasto nel suo angolo, e non abbiamo osato levare gli occhi l’uno dall’altro. Non c’è ove specchiarsi, ma il nostro aspetto ci sta dinanzi, riflesso in cento visi lividi, in cento pupazzi miserabili e sordidi. Eccoci trasformati nei fantasmi intravisti ieri sera. Allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo. In un attimo, con intuizione quasi profetica, la realtà ci si è rivelata: siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c’è, e non è pensabile. Nulla più è nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo, non ci ascolteranno, e se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga. Noi sappiamo che in questo difficilmente saremo compresi, ed è bene che così sia. Ma consideri ognuno, quanto valore, quanto significato è racchiuso anche nelle più piccole nostre abitudini quotidiane, nei cento oggetti nostri che il più umile mendicante possiede: un fazzoletto, una vecchia lettera, la fotografia di una persona cara. Queste cose sono parte di noi, quasi come membra del nostro corpo; ne è pensabile di venirne privati, nel nostro mondo, che subito ne ritroveremmo altri a sostituire i vecchi, altri oggetti che sono nostri in quanto custodi e suscitatori di memorie nostre. Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso; tale quindi, che si potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinità umana; nel caso più fortunato, in base ad un puro giudizio di umiltà. Si comprenderà allora il duplice significato del termine “Campo di annientamento”, e sarà chiaro che cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo.

Rispondi alle seguenti domande:

1-Il campo di lavoro. Indica le espressioni che comunicano le impressioni del protagonista all’arrivo nel campo.

2-Arbeit macht frei. I prigionieri sono assegnati a un campo di lavoro, sulla cui porta c’è un’insegna illuminata: Arbeit macht frei, il lavoro rende liberi. Questo vessillo sotto il quale inizia il percorso dei nuovi arrivati verso la disumanizzazione e la morte, quale significato assume?

3-Il trattamento dei deportati. I detenuti, una volta arrivati nel campo di concentramento, vengono sottoposti a una serie di trattamenti che sembrano seguire un rituale insensato. Quale significato, invece, assumo?

4-La spoliazione. Rileggi il seguente passo e spiegane il significato: “Nulla è più nostro: ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli; se parleremo non ci ascolteranno, se ci ascoltassero, non ci capirebbero. Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.

5-Il “fondo”. Che cosa intende l’autore con l’espressione “giacere sul fondo”?

6-Le reazioni del protagonista. Quale consapevolezza ha il protagonista della propria sorte? Con quale stato d’animo vive l’inizio della sua via di deportato?

7- Il metodo della crudeltà. Quali atti dimostrano la crudeltà gratuita degli uomini delle SS?

8-L’appello al lettore. Lo stile del romanzo coinvolge il lettore nella narrazione. Indica nel testo alcuni esempi del modo in cui l’autore fa appello al suo pubblico.

9-Spiega la seguente poesia dal titolo “ Se questo è un uomo”:

Voi che vivete scuri,

nelle vostre tiepide case,

voi che trovate tornando a sera

il cibo caldo e visi amici:

considerate se questo è un uomo

che lavora nel fango

che non conosce pace

che lotta per mezzo pane

che muore per un si o per un no.

Considerate se questa è una donna,

senza capelli e senza nome

senza più forza di ricordare

vuoti gli occhi e freddo il grembo

come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:

Vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore

Stando in casa andando per via

Coricandovi alzandovi;

ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,

la malattia vi impedisca,

i vostri nati torcano il viso da voi.

Aggiornamento:

loky ama federica hihihi mi sa ke io ti copierò nel voto uffi ma xke nessuno mi aiuta?nn è ke nn ho voglia di farlo è ke nn lo ho capito...

Aggiornamento 2:

praticamente quello scritto è un testo di primo levi nella parte finale ci sono 9 domande a cui nn riesco a rispondere e cercavo qualcuno ke mi aiutava....x favore

5 risposte

Classificazione
  • 1 decennio fa
    Risposta preferita

    La ricerca di base, chiamata anche ricerca pura o fondamentale, ha come obiettivo primario l'avanzamento della conoscenza e la comprensione teorica delle relazioni tra le diverse variabili in gioco in un determinato processo. È esplorativa e spesso guidata dalla curiosità, dall'interesse e dall'intuito del ricercatore. Viene condotta senza uno scopo pratico in mente, anche se i suoi risultati possono avere ricadute applicative inaspettate. L'espressione "di base" indica che, attraverso la generazione di nuove teorie, la ricerca di base fornisce le fondamenta per ulteriori ricerche, spesso con fine applicativo.

  • 1 decennio fa

    Tesoro: questo compito è meglio che tu lo faccia da sola. E che presti anche molta attenzione al significato di ogni parola. Non sia mai che tu possa imparare qualcosa d'importante.

    Anzi, se vuoi uno spassionato consiglio: leggi tutto il libro.

  • Nikita
    Lv 7
    1 decennio fa

    leggere, leggere, leggere che fa bene alla mente e al corpo!

  • Anonimo
    1 decennio fa

    In sostanza cos'è che vuoi sapere? Devi porre meglio la domanda così vedo se ti posso aiutare!!!

    Ciao Clara !

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  • Anonimo
    1 decennio fa

    Ciao qst brano l'ho avuto come compito e ho preso 5

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