Anonimo
Anonimo ha chiesto in Arte e culturaLibri ed autori · 1 decennio fa

al faro virginia wolf?

ciao, mi servirebbero informazioni critiche su questo libro e sul periodo in cui è stato scritto, ad esempio il significato del faro e del fatto k la pittrice lily briscoe nn riesce a terminare il suo quadro. GRAZIE!!!

2 risposte

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  • Anonimo
    1 decennio fa
    Risposta preferita

    Gita al faro, tradotto a volte anche come Al faro, è un romanzo della celebre scrittrice britannica Virginia Wolf, pubblicato per la prima volta nel 1927.

    Il romanzo segue ed amplia la tradizione del romanzo modernista, in cui la trama ha un' importanza secondaria rispetto all' introspezione psicologica dei personaggi, e la prosa alle volte è estremamente complicata e oscura.

    In questo romanzo, l' autrice ci presenta la vita di una famiglia contemporanea. Il volume è suddiviso in tre parti, che stanno a rappresentare le tre modalità in cui percepiamo il tempo: passato, presente e futuro. Tre istanze soggettive che confluiscono in una realtà oggettiva in continuo mutare; panta rei, tutto scorre, in una ricorsiva citazione del filosofo greco Eraclito. Ma i tre tempi non sono isolati momenti del nostro sentire, sono invece realtà che vicendevolmente si contemperano, nelle situazioni e nella nostra mente: il ricordo diviene mezzo universale per far rivivere casi e persone,l' immaginazione metodo unanime per preannunciare il futuro; e anche il presente non è che contingenza inesorabilmente legata alle realtà che la precedono e la seguono.

    CRITICA

    Il mondo della Woolf, e in particolare di "Gita al faro", ha già scoperto Freud, e ha già conosciuto le opere di Sartre e di Joyce, anzi, il suo filo coscienziale, si allaccia a questi scrittori con agilità. "La frantumazione di cui è stato vittima il mondo riecheggia la sua dissonanza sui vari personaggi, i quali - come scrive Debenedetti - si sono trasformati da personaggi-uomo a personaggi-particella vaganti indipendenti nella trama dell'opera, la loro caratterizzazione non può così avvenire dall'esterno, per bocca di un narratore, ma può solo essere riorganizzata tramite le voci interne dei pensieri dei diversi personaggi, i quali rivelano poco a poco, con le loro osservazioni, lati e sfumature degli altri, dandone comunque un insieme tutt'altro che unitario".

    La Woolf, segue le linee dell'Ulisse, non si preoccupa di reintegrare gli oggetti esplosi e li lascia liberi e incompleti; l'opera, dunque, rifiuta ogni compiutezza riconoscendola falsa rispetto alla reale esistenza. Anche dietro le esplosioni, si può ben vedere Joyce, anche se qui la Woolf ha realizzato una severa selezione degli oggetti: non tutti infatti sono epifanie in senso proustiano, Ella fa una cernita ben ferma solo su alcune delle immagini e degli oggetti più significativi, come ad esempio i quadri di Lily o la scogliera accanto alla villa dei Ramsay.

    Nel romanzo vi è un gioco introspettivo possibile solo attraverso la registrazione della coscienza dall'interno, in modo da coglierne ogni oscillazione; il narratore diviene così una figura secondaria, atta a svolgere, come già in Joyce, il compito di mero introduttore nella storia e di collegatore tra le parti, fingendosi a sua volta pensiero del narratore stesso: nella seconda parte del libro infatti, la Woolf sorvola su interi anni occupandoli con il filo dei pensieri costruiti come se appartenenti al narratore.

    Si attua così lo stesso fenomeno presente in Joyce, ove, come scrive Debenedetti "L'estremo rallentamento di certi episodi anche più narrativi, porta i singoli istanti, per dare tempo a ciascuno di mettersi a fuoco, quasi al limite del discontinuo", comunque legati a tracciare l'identità attraverso il monologo interiore. Attraverso questo grande espediente joyciano la Woolf riesce nel suo intento, questa infatti raccogliendo attentamente i vari flussi di parole, di immagini istantanee, di interiezioni e di fonemi insensati, e registrando le eruzioni sentimentali e le evoluzioni emotive, costruisce quel grande labirinto che è "Gita al faro", sotto questo aspetto introduce, ma forse non se ne rende conto, quel labirinto kafkiano, in cui i binari delle coscienze si intrecciano per formare un tutto visibile solo da chi si è perso in quel labirinto esistenziale, che non è altro che la risposta al quesito iniziale.

    Nello sguardo limpido e disincantato che raccoglie le contraddizioni del reale, oltre all'importanza di "essere duttili e nudi di fronte alla verità", si radica l'angoscioso travaglio con cui la sua esasperata sensibilità avverte la prossimità di vita e morte: "...perché è così tragica la vita; così simile a un tenue nastro gettato sopra un abisso. Io guardo giù; ho le vertigini; mi chiedo come potrò camminare sino alla fine".

    questo è tutto quello che ho trovato... spero ti possa servire.. ciao ciao

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