Anonimo
Anonimo ha chiesto in Scuola ed educazioneCompiti · 1 decennio fa

10 punti al migliore!?

sapete la trama o il riassunto del libro:i fantasmi di pietra?

10 punti se mi risp è urgente!!!!!!

6 risposte

Classificazione
  • Anonimo
    1 decennio fa
    Risposta preferita

    c'erano dei fantasmi di pietra...

    no dai scherzo..

    Ripercorrere le strade abbandonate e le vecchie case di Erto, il paese distrutto dalla frana del Vajont e in seguito saccheggiato, spogliato di tutto dove ogni casa, ogni via hanno ancora un"anima, una storia...e poi chiudere gli occhi e ricordare l"infanzia , la bellezza del borgo, la vita dura dei montanari e i ceffoni del prete...riaprirli e ascoltare il silenzio dietro le porte, sbirciare dalle finestre del paese morto mentre la nostalgia, la tristezza ti stringono in una morsa e i fantasmi del passato ritornano , prendono vita, sussurrano, non vogliono lasciare Erto e li senti come un brivido freddo fra i rovi che hanno soffocato i fiori dei giardini , nelle stanze gelide e vuote , fra le stradine di ciottoli : sono ombre , riflessi di vite perdute affacciate ai balconi spogli , inginocchiate davanti al sagrato della chiesa di San Rocco a contemplare la statua del santo in legno , scolpita in Val Gardena trecento anni prima , l"unica ad essere stata risparmiata dai ladri che si sono presi tutto ...ma i ricordi quelli no, nessuno li ha potuti rubare e rimangono vivi nella memoria dei vecchi abitanti che hanno lasciato le case diroccate per un paese migliore...ma a Erto le risate dei bambini si odono ancora.

    Mauro Corona ne "I fantasmi di pietra" passeggiando racconta percorrendo le quattro strade deserte che un tempo risuonavano di voci, di vita di ogni giorno: nasce un racconto commovente fatto di ricordi dell"infanzia , di scoperte, di superstizione mescolata alla fede , a volte crudi, a volte ironici , che fanno parte di una gioventù che viveva di niente , assaporava ed apprezzava la semplicità delle cose e un paio di sandali diventavano così il regalo più bello che avessero mai ricevuto i ragazzini.

    Il libro è suddiviso in quattro capitoli : Inverno, Primavera, Estate, Autunno , le quattro stagioni si susseguono come le quattro strade deserte di Erto : ad ogni stagione sono legate le vicende degli abitanti, le curiosità , le paure e l"infanzia di Mauro Corona.

    INVERNO

    Soffia il vento freddo e con le mani in tasca Mauro inizia la passeggiata dalla parte a valle del villaggio dove i ragazzini scendevano con le slitte sul ghiaccio vivo , dove c"era la chiesetta con accanto la fontana ora soffocata dalle ortiche; la prima casa era "la Villa" , una delle più belle costruzioni con il portico ad archi e torretta ..abbattuta dalla frana, distrutta in un attimo .. di tutta la sua bellezza architettonica rimangono solo i muri portanti, poi la bottega del calzolaio accanto alle strade strette ed irte dove i bambini sciavano calzando le scarpe con le suole di legno lisce, levigate come cera .

    Sta ancora lì la casa della nonna Tonina che faceva un caffè speciale tostando i chicchi di caffè sul fuoco del camino e poi li macinava poco alla volta con pazienza , il profumo si spandeva per la contrada ..lo si sente ancora, ogni tanto passando di lì quell"aroma delizioso portato dal vento.

    Altre case abbattute, altri cortili con le altalene rotte e nel mezzo una casa intatta , l"unica , quella della vecchina buona che "morì con il rosario " : la trovarono senza vita con il suo rosario, stava pregando , non fece in tempo a vedere la frana perché morì prima del disastro , era molto buona e girava di casa in casa quando sapeva ci fossero dei dissapori fra le famiglie per mettere la pace ..la sua bontà è rimasta fra le mura , le più forti, che non hanno ceduto alle avversità.

    E poi un"altra ancora, proibita, misteriosa : la casa degli " amanti disperati " , due giovani stretti nel loro ultimo abbraccio ..sembravano addormentati , uniti dall"amore fino alla fine..un mistero mai svelato fra le mura di quella casa perfetta con le tendine bianche di pizzo.

    Si va avanti, riaffiorano altri ricordi fra la desolazione della strada che conduce ad una delle tante osterie di Erto, quella del Santon ( chiamata così perché all"entrata c"era un"enorme statua di San Giovanni con un fiasco in mano ) dove gli uomini si fermavano a bere del buon vino, a raccontarsela, e ad attaccar brighe con i contrabbandieri e così con le storie tristi ci sono anche quelle allegre , come l"episodio tramandato dal nonno di Corona che risale al 1880:

    In quegli anni reggeva la parrocchia Don Chino, il quale era un omone alto un metro e novanta, massiccio; decise di allevare un maiale per far salsicce e poco prima di Natale radunò alcuni uomini che lo aiutassero, finito il lavoro appesero i prodotti sotto il camino in canonica.

    Due di loro però decisero di rubare i salamini la notte stessa , così per accedere alla canonica usarono il camino : calatosi all"interno uno ficcava il bottino nel sacco , l"altro lo tirava su.

    Don Chino sentendo i rumori si svegliò e andò a vedere , i ladri allora cercarono di scappare : quello sul tetto scese e sparì, l"altro invece rimase nel camino ; Don Chino prese una candela per far luce e lo esortò ad uscire.

    L"uomo nel camino per evitare di finire nelle

  • 6 anni fa

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  • 1 decennio fa

    Ripercorrere le strade abbandonate e le vecchie case di Erto, il paese distrutto dalla frana del Vajont e in seguito saccheggiato, spogliato di tutto dove ogni casa, ogni via hanno ancora un"anima, una storia...e poi chiudere gli occhi e ricordare l"infanzia , la bellezza del borgo, la vita dura dei montanari e i ceffoni del prete...riaprirli e ascoltare il silenzio dietro le porte, sbirciare dalle finestre del paese morto mentre la nostalgia, la tristezza ti stringono in una morsa e i fantasmi del passato ritornano , prendono vita, sussurrano, non vogliono lasciare Erto e li senti come un brivido freddo fra i rovi che hanno soffocato i fiori dei giardini , nelle stanze gelide e vuote , fra le stradine di ciottoli : sono ombre , riflessi di vite perdute affacciate ai balconi spogli , inginocchiate davanti al sagrato della chiesa di San Rocco a contemplare la statua del santo in legno , scolpita in Val Gardena trecento anni prima , l"unica ad essere stata risparmiata dai ladri che si sono presi tutto ...ma i ricordi quelli no, nessuno li ha potuti rubare e rimangono vivi nella memoria dei vecchi abitanti che hanno lasciato le case diroccate per un paese migliore...ma a Erto le risate dei bambini si odono ancora.

    Mauro Corona ne "I fantasmi di pietra" passeggiando racconta percorrendo le quattro strade deserte che un tempo risuonavano di voci, di vita di ogni giorno: nasce un racconto commovente fatto di ricordi dell"infanzia , di scoperte, di superstizione mescolata alla fede , a volte crudi, a volte ironici , che fanno parte di una gioventù che viveva di niente , assaporava ed apprezzava la semplicità delle cose e un paio di sandali diventavano così il regalo più bello che avessero mai ricevuto i ragazzini.

    Il libro è suddiviso in quattro capitoli : Inverno, Primavera, Estate, Autunno , le quattro stagioni si susseguono come le quattro strade deserte di Erto : ad ogni stagione sono legate le vicende degli abitanti, le curiosità , le paure e l"infanzia di Mauro Corona.

    INVERNO

    Soffia il vento freddo e con le mani in tasca Mauro inizia la passeggiata dalla parte a valle del villaggio dove i ragazzini scendevano con le slitte sul ghiaccio vivo , dove c"era la chiesetta con accanto la fontana ora soffocata dalle ortiche; la prima casa era "la Villa" , una delle più belle costruzioni con il portico ad archi e torretta ..abbattuta dalla frana, distrutta in un attimo .. di tutta la sua bellezza architettonica rimangono solo i muri portanti, poi la bottega del calzolaio accanto alle strade strette ed irte dove i bambini sciavano calzando le scarpe con le suole di legno lisce, levigate come cera .

    Sta ancora lì la casa della nonna Tonina che faceva un caffè speciale tostando i chicchi di caffè sul fuoco del camino e poi li macinava poco alla volta con pazienza , il profumo si spandeva per la contrada ..lo si sente ancora, ogni tanto passando di lì quell"aroma delizioso portato dal vento.

    Altre case abbattute, altri cortili con le altalene rotte e nel mezzo una casa intatta , l"unica , quella della vecchina buona che "morì con il rosario " : la trovarono senza vita con il suo rosario, stava pregando , non fece in tempo a vedere la frana perché morì prima del disastro , era molto buona e girava di casa in casa quando sapeva ci fossero dei dissapori fra le famiglie per mettere la pace ..la sua bontà è rimasta fra le mura , le più forti, che non hanno ceduto alle avversità.

    E poi un"altra ancora, proibita, misteriosa : la casa degli " amanti disperati " , due giovani stretti nel loro ultimo abbraccio ..sembravano addormentati , uniti dall"amore fino alla fine..un mistero mai svelato fra le mura di quella casa perfetta con le tendine bianche di pizzo.

    Si va avanti, riaffiorano altri ricordi fra la desolazione della strada che conduce ad una delle tante osterie di Erto, quella del Santon ( chiamata così perché all"entrata c"era un"enorme statua di San Giovanni con un fiasco in mano ) dove gli uomini si fermavano a bere del buon vino, a raccontarsela, e ad attaccar brighe con i contrabbandieri e così con le storie tristi ci sono anche quelle allegre , come l"episodio tramandato dal nonno di Corona che risale al 1880:

    In quegli anni reggeva la parrocchia Don Chino, il quale era un omone alto un metro e novanta, massiccio; decise di allevare un maiale per far salsicce e poco prima di Natale radunò alcuni uomini che lo aiutassero, finito il lavoro appesero i prodotti sotto il camino in canonica.

    Due di loro però decisero di rubare i salamini la notte stessa , così per accedere alla canonica usarono il camino : calatosi all"interno uno ficcava il bottino nel sacco , l"altro lo tirava su.

    Don Chino sentendo i rumori si svegliò e andò a vedere , i ladri allora cercarono di scappare : quello sul tetto scese e sparì, l"altro invece rimase nel camino ; Don Chino prese una candela per far luce e lo esortò ad uscire.

    L"uomo nel camino per evitare di finire nelle mani del "Marcantonio" escogitò un trucco : si denudò e si

  • Anonimo
    1 decennio fa

    In sintesi

    Un paese abbandonato, silenzioso, fermato in un'istantanea scattata il giorno 9 ottobre 1963, quando il fianco del monte precipitò nell'invaso del Vajont. Eppure quelle case, quelle cucine, quelle stalle sono ancora abitate. È una popolazione di fantasmi quella che Corona suscita ripercorrendo, casa per casa, le strade che un tempo risuonavano di voci, del rumore degli strumenti di lavoro, della vita di ogni giorno.

    La recensione de L'Indice

    Mauro Corona vive ancora a Erto, dopo più di quarant'anni da quando il paese, il 9 ottobre 1963, scomparve travolto dalle acque del Toc, che precipitando nella diga del Vajont sollevò un'immane montagna d'acqua che sommerse Longarone e la zona circostante.

    Ora Corona ha scritto la Spoon River di Erto. Infatti fa rivivere i luoghi e dà voce ai personaggi della sua infanzia trascorsa in un paese che non esiste più. Sono pochi quelli che vivono ancora a Erto, in case riadattate alla meglio, la maggior parte della gente è emigrata in luoghi più accoglienti. Ora questo bellissimo libro racconta mille storie, di quando il paese era vivo e l'autore un bambino felice di viverci. Storie vere o talmente incredibili da sembrare leggende; e anche storie terribili, di delitti, suicidi, atrocità. Ne risulta uno spaccato antropologico, intriso di magia e di mistero, della montagna che si estende tra il Bellunese e il Friuli: il racconto veritiero e implacabile di una piccola comunità violentata e snaturata in un attimo, non dalla fatalità, ma dalla criminale incuria della società Sade (chi se la ricorda più?) che aveva in gestione la diga e le attività collegate a essa.

    Come si dice nella bandella di copertina, nel racconto di Corona "uomini, animali, piante, cose, ognuno riaccende la propria scintilla di vita". E spesso sono episodi favolosi e talmente fuori del comune da sembrare inventati. Come la storia di Stièfen Corona Larès che, una notte d'inverno, avendo smarrito il becco del suo gregge, un animale di gran pregio, lo cercò sulle montagne più impervie e, dato che la bestia non ne voleva sapere di camminare, se lo dovette caricare sulle spalle e trascinarlo fino a casa; per accorgersi poi di aver trasportato il diavolo in persona. E perfino si racconta di un ertano pazzo, che, per abituarsi a tutte le difficoltà della vita, una volta non esitò a mangiare carne umana e a cibarsi di animali repellenti.

    Il libro – scritto con sapiente accuratezza e amore infinito per la terra natale – è preghiera, elegia, atto d'accusa; ed è anche un'esemplare affabulazione narrativa con la quale la memoria fedele di una persona colpita da una disgrazia immedicabile sa ricostruire con certosina e commovente pazienza un mondo scomparso da quasi mezzo secolo. A dare il la a tutto è una frase lapidaria: "Era un bel paese il nostro, adesso non c'è più". Ed è ben spiegato perché Mauro Corona e tanti altri ertani hanno preferito continuare a vivere, pur tra mille difficoltà e ricordi angosciosi, nel paese colpito a morte anziché trasferirsi altrove: "Quando saremo vecchi, lungo le vie della Erto morta ci spierà la nostra infanzia, ci sorriderà la nostra adolescenza. Entrambe verranno a rammentarci i tempi felici, quando il paese era vivo e brulicante di gente, e si viveva in pace nel lavoro e nelle feste, e noi eravamo giovani, pieni di esuberanza e di entusiasmo. Cose che oggi non abbiamo più. E non abbiamo più nemmeno il nostro paese".

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  • Anonimo
    1 decennio fa

    Un paese abbandonato, silenzioso, fermato in un'istantanea scattata il giorno 9 ottobre 1963, quando il fianco del monte precipitò nell'invaso del Vajont. Eppure quelle case, quelle cucine, quelle stalle sono ancora abitate. È una popolazione di fantasmi quella che Corona suscita ripercorrendo, casa per casa, le strade che un tempo risuonavano di voci, del rumore degli strumenti di lavoro, della vita di ogni giorno.

    L’autore parla a lungo del tempo, del sole e del vento che agiscono sulle povere case del suo vecchio paese, e della vita degli uomini che lo abitavano prima del Vajont, scandita dalle incombenze dettate dai ritmi naturali, che ordinavano lo svolgersi dell’agricoltura e della pastorizia. Si avverte una grande nostalgia, un grande rimpianto, un continuo ed intensissimo ricordare personaggi ed amici che non ci sono più e che hanno segnato quell’epopea che Mauro Corona, con quasi tutti i suoi libri, cerca disperatamente di far conoscere e non lasciare dimenticare.

  • Anonimo
    1 decennio fa

    vorrei aiutarti ma non l'ho mai sentito sto libro

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