no0ne ha chiesto in Scuola ed educazioneCompiti · 1 decennio fa

il pastore di anatre grazia deledda riassunto pleaseee?

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  • Anonimo
    1 decennio fa
    Risposta preferita

    Pino si recava di mala voglia dai contadini Bilsi, presso i quali lo inviava sua madre con queste precise istruzioni:

    - I Bilsi hanno rimandato al Signore il loro unico figlio Polino, che tu conoscevi; e adesso cercano un ragazzino a giornata, per guardare le anatre: tu vai là e dici alla Marta Bilsi: mi manda mia madre, per l'affare delle anatre. Poi, a tutte le sue osservazioni, devi rispondere con rispetto, e dire sempre di sì. Hai capito? Va: prendi un pezzo di pane, e non farti vedere affamato.

    E Pino andava, col pezzo di pane in mano, i calzoncini rimboccati fino alle ginocchia come dovesse guadare il fiume, e un nero pensiero negli occhi chiari. Perché la sera innanzi egli aveva sentito confabulare i suoi genitori; e la madre diceva sospirando:

    - Dio volesse davvero, che gli si affezionassero fino a tenerlo con loro per figlio.

    Ecco, sì, i suoi genitori lo mandavano dai Bilsi come i Bilsi avevano rimandato al Signore il loro Polino.

    Trecento passi lungo l'argine bastarono a Pino per raggiungere la casa dei Bilsi. Volgendosi vedeva benissimo la sua: grande differenza però c'era, fra la sua e la casa dei Bilsi, quella nera e screpolata come la casa dei gufi, questa nuova e bianca con le persiane verdi, l'aia grande quanto un prato. Piante di girasoli alte come alberi, con tanti piccoli soli che si volgevano di qua e di là dondolandosi, circondavano il campo di zucche che la precedeva: e anche le zucche, tra le foglie già vizze, erano dorate come il fuoco. Tutto bello, tutto ricco; ma non ci si vedeva un bambino, e Pino guardava sempre verso la sua catapecchia, sembrandogli di vedere nel prato sotto l'argine i suoi numerosi fratellini mocciosi giocare e azzuffarsi, già immemori di lui come del comune amico Polino.

    La madre di Polino, con un fazzoletto nero legato intorno alla testa in segno di lutto, lo accolse quasi con ostilità. Il dolore la rendeva cattiva; le faceva odiare tutti i bambini rimasti nel mondo, mentre il suo se n'era andato non si sa dove. Pino aveva sperato di ricevere almeno, per buona entrata, una fetta di polenta calda con un pezzetto di burro: invece gli fu messa in mano una lunga fronda di salice, e gli furono subito presentate le anatre.

    - Le vedi? Sono dodici. Contale un po'. Sei buono a contare?

    Egli non era certo di contarle senza sbagliarsi, ma ricordò le avvertenze della madre e rispose franco di sì.

    - Allora le conduci qui nel prato sotto l'argine, verso il fiume: se hanno voglia di entrare in acqua lasciale entrare; purché non vadano lontano. A mezzogiorno ritorna su. Bada che ci siano tutte. Hai capito? Tutte.

    I modi di lei erano così bruschi che a Pino veniva voglia di svignarsela senz'altro; ma ricordava il rimbombo di tamburo delle sue spalle quando il padre gli dava senza risparmio le busse; e per non risponder male alla donna inghiottiva la saliva come dopo aver bevuto la purga. Meno male che le anatre lo circondavano gracchiando, sempre più strette ed espansive. Era a chi più poteva metter su il becco verso le mani e il petto di lui; una gli si slanciò fin quasi al viso. Pareva volessero baciarlo. Oh, come già dimostrarono di volergli bene. Ma lui non si scomponeva; sapeva che era il suo pezzo di pane ad attirarle.

    E andò via con loro: fuori sull'argine ebbe la tentazione di recarsi con loro verso casa: si avvide però che la padrona lo osservava e tirò dritto. Tirò dritto per modo di dire perché le anatre, perduta la speranza del pane, si allontanavano da lui e tendevano a sbandarsi. Ed era un gran da fare, correndo da una parte all'altra con la fronda su e giù, per riunirle; poiché sebbene paressero sciancate e stupide, esse camminavano rapide e con pretese d'indipendenza; solo una, che rimaneva in coda al branco, si metteva ogni tanto giù accucciata per terra perché era zoppa davvero.

    Come Dio volle si andò giù dunque per l'argine, fino al prato in riva al fiume. Pino respirò, e le anatre gracchiarono di gioia tendendo in alto i grandi becchi gialli e grigi che parevano nasi di cartone come quelli delle maschere grottesche. Si sentiva il soffio dell'acqua corrente e l'odore dei gigli palustri: ma la vera poesia che sollevava il cuore di Pino e i becchi delle anatre scaturiva dal fatto che innumerevoli chioccioline coprivano di una crosta simile alla lebbra i cespugli della riva.

    Era d'agosto e faceva caldo anche laggiù: le zanzare poi pareva nascessero dall'erba e senza riguardo s'introducevano nei calzoni di Pino, punzecchiandogli anche il sedere. Abituato a ben altre disavventure, adesso che le anatre stavano tutte attaccate ai cespugli e li succhiavano come mammelle, egli si abbandonava ai suoi ricordi. Gli sembra di essere ancora nel prato, di là dall'argine, coi fratelli e i cugini: si bastonano a vicenda, contendendosi un toporagno che è stato preso dalla trappola combinata in comune. L'animaletto, con gli occhi lucenti e aguzzi come punte di ago, si dibatte anche lui dentro la trappola di giunchi, piccola quanto un pugno: le bambine piangono e scappano, perché hanno paura di tanto mostro, e in casa si sente la mamma questionare col nonno. Tutto è triste e movimentato laggiù: e in mezzo alla calma del prato ove le grosse anatre di Maria Bilsi fanno strage di chiocciole, pure il cuore di Pino è triste e agitato perché è rimasto laggiù.

    Quando furono sazie, le anatre si riunirono e parvero far consiglio: e Pino ne profittò per contarle. Una, due, tre; una, due, tre; le contava a gruppi, ma non gli riusciva di raggiungere il numero di dodici: allora pensò di sciogliere il consiglio e farle camminare. Un colpo di fronda, e le anatre si misero in fila: allora egli osservò che erano una diversa dall'altra, anche di fisionomia, chi grigia, chi bruna, chi bianca, chi gialla; persino la punta di colore turchino delle loro ali variava di tinta. Questo lo confortò; perché lo aiutava a distinguere se c'erano tutte.

    E dopo averle lasciate un po' diguazzarsi nell'acqua bassa di una pozza del greto le ricondusse non senza una certa soddisfazione a casa. Aveva indovinato anche l'ora, o meglio l'aveva indovinata il suo stomaco, e Marta poteva dirsi contenta di lui. Ella però non poteva più essere contenta di nulla, in questo mondo, e lo accolse con la solita freddezza, come se dandogli da pascolare le anatre gli avesse concesso un favore.

    Anche il desinare non corrispose alle speranze di Pino. Egli aveva pensato che i Bilsi, specialmente adesso che non avevano più a chi lasciare i loro campi, mangiassero polli e salame tutti i giorni: ed ecco, invece, non venne a tavola che la minestra di riso e fagioli con la quale lui aveva antica dimestichezza. Meno male che il lungo contadino Bilsi era di buon umore: cominciò a scherzare col ragazzo, stuzzicandolo ogni tanto con un bastoncino per farlo meglio ridere. Si fece raccontare da lui, a più riprese, com'era andata la storia del nonno, al quale alcuni burloni avevano attaccato sul dorso un cartellino con su scritto: «Fusto da vendere» (il nonno di Pino era il più famoso ubbriacone di tutti i dintorni); e ogni volta rideva da tenersi la pancia.

    Pino lo guardava sorpreso. Era un padre, quello, il quale da appena dieci giorni aveva rimandato al Signore il suo unico figlio? E non sapeva, il piccolo pastore d'anatre, che il lungo contadino rideva e scherzava così per cercare di distrarre la moglie.

    Ma anche il Bilsi cambiò d'umore quando ritornò al lavoro. S'era fatto accompagnare da Pino, poiché solo più tardi si dovevano ricondurre le anatre al pascolo, e gli ordinò di cavare certe erbacce rampicanti che si abbarbicavano ai pomidoro ancora carichi di frutti. Non era una fatica lieve, perché se le radici venivano via facilmente dal terreno umido, i viticci non intendevano di staccarsi dai fragili rami ai quali stavano tenacemente attorcigliati. Qualche pianta un po' tenera si sradicò quindi assieme col suo parassita: il contadino se ne accorse e sgridò il ragazzo chiamandolo persino «figlio di un cane». Sembrava davvero un altro, adesso, il Bilsi, con una faccia arrabbiata come d'uno ch'è stato mortalmente offeso e non può vendicarsi. Anche Pino era offeso e sdegnato. Erano modi, quelli, da trattare la gente? Neppure il padre quando gli dava le busse lo chiamava «figlio di un cane». È vero che parlando così avrebbe dato del cane a sé stesso; ma Pino a questo non ci pensava, anche perché s'era tagliato un piede con un pezzo di vetro e il sangue che ne veniva fuori, più rosso dei pomidoro intorno, gli destava un senso di terrore. Per fortuna la madre gli aveva dato un fazzoletto, che egli s'era proposto di tener pulito. Con grandi sospiri lo trasse e lo spiegò: con grandi sospiri si legò il piede: e non dimenticò mai l'amarezza che provò quando il Bilsi, senza alcun senso di pietà, pur vedendolo così gravemente ferito, gli gridò di riprendere il lavoro.

    Le giornate di agosto non sono poi tanto lunghe: ma per Pino quella fu la giornata più lunga dell'anno.

    Verso il tramonto egli conosceva già una per una le dodici anatre, il modo di ciascuna di camminare, di guardare, di starnazzare: e le odiava dalla prima all'ultima. Quando era sicuro di non esser veduto le maltrattava, battendole con la fronda o buttando loro manciate di terra. Prese la zoppa e la scaraventò nell'acqua, e rise nel vederla dibattersi come un nuotatore al quale è venuto il crampo ai piedi. Sentiva di essere diventato pure lui cattivo. Oh bella, e gli altri non lo erano con lui, cominciando dai genitori? E non pensava che, dopo tutto, per lui forse era meglio che i Bilsi lo trattassero così, da povero servetto: non pensava né questo né altro, intontito dalla solitudine e un po' anche dalla fame. Nulla gli avevano dato, dopo la minestra del mezzogiorno; e giù nello sterpeto fra l'argine e il f

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