ragazzi è urgentissimo....?

ki mi riesce a trovare il riassunto di "pappagalli verdi" di gino strada??

grazie mille è ke sn arrivato ad 1 punto e poi dato il contenuto mi sn rifiutato di leggerlo=)

grazie ank

3 risposte

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  • Anonimo
    1 decennio fa
    Risposta preferita

    Un vecchio afgano con i sandali rotti e infangati, e il turbante con la coda che scendeva fino alla cintura, stava accanto al figlio di sei anni nel pronto soccorso dell’ospedale di Quetta.

    Il bambino si chiamava Khalil e aveva il volto e le mani, o quel che ne restava, coperti da abbondanti fasciature. Stava sdraiato, immobile, la camicia annerita dall’esplosione. Qualcuno aveva strappato una manica e ne aveva fatto un laccio, legato stretto sul braccio destro per fermare l’emorragia.

    “È stato ferito da una mina giocattolo, quelle che i russi tirano sui nostri villaggi” disse Mubarak, l’infermiere che faceva anche da interprete, avvicinandosi con un catino di acqua e una spugna.

    Non ci credo, è solo propaganda, ho pensato, osservando Mubarak che tagliava i vestiti e iniziava a lavare il torace del bambino, sfregando energicamente come se stesse strigliando un cavallo. Non si è neanche mosso, il bambino, non un lamento.

    In sala operatoria ho tolto le bende: la mano destra non c’era più, sostituita da un’orrenda poltiglia simile a un cavolfiore bruciacchiato, tre dita della sinistra completamente spappolate.

    Avrà preso in mano una granata, mi sono detto.

    Sarebbero passati solo tre giorni, prima di ricevere in ospedale un caso analogo, ancora un bambino. All’uscita dalla sala operatoria Mubarak mi mostra un frammento di plastica verde scuro, bruciacchiato dall’esplosione.

    “Guarda, questo è un pezzo di mina giocattolo, l’ hanno raccolta sul luogo dell’esplosione. I nostri vecchi le chiamano pappagalli verdi…” e si mette a disegnare la forma della mina: dieci centimetri in tutto, due ali con al centro un piccolo cilindro. Sembra una farfalla più che un pappagallo, adesso posso collocare come in un puzzle il pezzo di plastica che ho in mano, è l’estremità dell’ala. “…Vengono giù a migliaia, lanciate dagli elicotteri a bassa quota. Chiedi ad Abdullah, l’autista dell’ospedale, uno dei bambini di suo fratello ne ha raccolta una l’anno scorso, ha perso due dita ed è rimasto cieco.”

    Mine giocattolo, studiate per mutilare i bambini. Ho dovuto crederci, anche se ancora oggi ho difficoltà a capire…

    Tre anni dopo ero in Perù. Quando me ne andai da Ayacucho, dopo mesi passati a organizzare il reparto di chirurgia, un amico peruviano, artista e poeta, mi ha regalato un retablo, una specie di presepe in gesso. Una scena di violenza e di lotta per il diritto alla terra.

    Intorno alle figurine di contadini incatenati, trascinati via da militari con il passamontagna, tante spighe di grano, molto alte, dorate.

    Sopra le spighe stormi di loros, pappagalli verdi col becco adunco e gli occhi rapaci. “Per i contadini di qui – mi disse Nestor spiegandomi il retablo – i pappagalli simboleggiano la violenza dei militari, hanno lo stesso colore delle loro uniformi. Arrivano, si prendono il raccolto, spesso uccidono, e se ne vanno via.”

    Nestor mi raccontava la misera vita della gente di quella regione andina, le sofferenze e la rassegnazione, e la violenza sistematica. Allora gli ho detto di altri pappagalli verdi, che avevo conosciuto in Afghanistan.

    Mine antiuomo di fabbricazione russa, modello PFM-1. Gli ho spiegato che le gettano sui villaggi, come fossero volantini pubblicitari che invitano a non perdere lo spettacolo domenicale del circo equestre.

    E ho visto i suoi occhi increduli, come erano stati i miei, e le labbra aprirsi un poco in segno di sorpresa.

    La forma della mina, con le due ali laterali, serve a farla volteggiare meglio. In altre parole, non cadono a picco quando vengono rilasciate dagli elicotteri, si comportano proprio come i volantini, si sparpagliano qua e là su un territorio molto più vasto. Sono fatte così per una ragione puramente tecnica – affermano i militari – non è corretto chiamarle mine giocattolo.

    Ma a me non è mai successo, tra gli sventurati feriti da queste mine che mi è capitato di operare, di trovarne uno adulto. Neanche uno, in più di dieci anni, tutti rigorosamente bambini.

    La mina non scoppia subito, spesso non si attiva se la si calpesta. Ci vuole un po’ di tempo – funziona, come dicono i manuali, per accumulo successivo di pressione. Bisogna prenderla, maneggiarla ripetutamente, schiacciarne le ali. Chi la raccoglie insomma, può portarsela a casa, mostrarla nel cortile agli amici incuriositi, che se la passano di mano in mano, ci giocano.

    Poi esploderà. E qualcun altro farà la fine di Khalil.

    Amputazione traumatica di una o di entrambe le mani, una vampata ustionante su tutto il torace e, molto spesso, la cecità. Insopportabile.

    Ho visto troppo spesso bambini che si risvegliano dall’intervento chirurgico e si ritrovano senza una gamba, o senza un braccio. Hanno momenti di disperazione, poi, incredibilmente, si riprendono. Ma niente è insopportabile, per loro, come svegliarsi nel buio.

    I pappagalli verdi li trascinano nel buio per sempre.

    Dicevo queste cose a Nestor, seduti nel suo laboratorio pieno di

  • 1 decennio fa

    “Pappagalli verdi” è il nome con cui gli Afgani chiamano le mine antiuomo (la maggior parte fabbricate in Italia) proprio per la loro forma che attira i bambini scambiandoli per giocattoli, giocattoli che poi gli scoppiano in mano lasciandoli mutilati o ciechi per sempre. E ci si chiede come può un uomo (probabilmente sposato e con figli) progettare consapevolmente un ordigno simile per rovinare la vita di un bambino. Questa è una delle tante riflessioni che Gino Strada fa nel suo libro dove racconta di tante storie, di tante esperienze messe in ordine sparso, simili a flashback, a pensieri, a ricordi. Racconta della costruzione di ospedali, di uomini mutilati, di operazioni e soccorsi effettuati in situazioni critiche, di colleghi e di uomini, donne e bambini salvatisi dalla morte che hanno una strana e bella luce di speranza negli occhi. Periodi brevi, semplici, duri, crudi che vanno dritti al cuore, e non mancano le riflessioni dell’autore, che non ci rivela proprio tutto quello che pensa ma quanto basta per riuscire a farci capire un po’ della rabbia, della lotta, della speranza di questi uomini. Non idealizza il suo lavoro, anzi, Gino ammette che ha deciso di diventare un chirurgo di guerra perché vuole viaggiare, mettersi alla prova e intanto riuscire anche ad aiutare qualcuno. Un libro senza nessuna pretesa, a parte quella di raccontare delle storie e di far riflettere su queste. E ci rendiamo conto che sono questi uomini quelli che lavorano veramente per la pace, e non quei potenti ipocriti che si limitano a parlare, stringendo tante mani senza poi far cessare quei massacri né aiutare quella vittime, come il ministro che arriva all’ospedale di Sarajevo e chiede se può tornare in Italia con due bambini mutilati che aveva intravisto per i corridoi per farsi fotografare con loro (richiesta che viene fatta, chissà perché, proprio un mese prima delle elezioni). Gino parla di genocidi, di popoli in guerra da anni che non ricordano più i motivi del loro odio reciproco, di civili come ce ne sono tanti, con l’unica differenza che il loro paese è in guerra e sono loro a rimetterci. Storie umane che si susseguono, tenute insieme da un sottile me inossidabile filo di speranza.

    spero di esserti stata d'aiuto

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