VeRoNiCa ha chiesto in Scuola ed educazioneCompiti · 1 decennio fa

Ricerca antichi mestieri in italia?

Non riesco a trovare una ricerca sugli Antichi mestieri in Italia

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3 risposte

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  • Anonimo
    1 decennio fa
    Risposta preferita

    La scomparsa di tanti mestieri, relegati ormai soltanto nella memoria, costituisce una perdita assai grave, dal momento che si pone l'esigenza di conservare la memoria storica per comprendere il nostro presente.

    Li ricorda Nicola Milano nel suo libro "Curiosando per Modugno" (II edizione, Levante Editori, Bari), che tra le altre cose ci parla di "altre consuetudini", quelle degli antichi mestieri, oggi per lo più scomparsi, anche perché il consumismo ha contribuito notevolmente alla loro sparizione.

    Gli ombrellai, tipica categoria di artigiani, riparavano ombrelli sostituendo bacchette rotte e manici spezzati, eseguendo anche rattoppi alla stoffa. Questi erano chiamati anche "conzapiatterutte", poiché riparavano con tecniche particolari piatti e tegami di tela filati o spaccati. Gli ombrellai giravano soprattutto nelle giornate piovose, eseguendo il loro lavoro dinanzi alle case dei richiedenti.

    Altra categoria erano gli arrotini, artigiani che giravano per le vie del paese annunciando il loro passaggio con il grido "iamafuorbece", cioè mola forbici, dotati di una mola smeriglio, il cui moto rotatorio era determinato da un pedale che azionava una grossa ruota di legno che trasmetteva il movimento all'intero congegno. Oggi l'arrotino esiste ancora ma dispone di mezzi più moderni, anche se la struttura fondamentale del congegno è identica alla precedente.

    Altri artigiani considerati di categoria più elevata erano i barbieri, i cui saloni nel passato non erano molto affollati, poiché i clienti andavano a farsi radere una volta o due alla settimana, preferibilmente il sabato e la domenica. Molti si facevano crescere anche i baffi, ad eccezione dei sacerdoti che si radevano anche i baffi, consuetudine che si diffuse anche tra il laicato, specie dopo la prima guerra mondiale per imitazione degli emigrati americani che importavano quella moda da oltre oceano.

    I barbieri oltre che di barba e capelli si occupavano anche di altre attività soprattutto sanitarie, come cavare denti o applicare sanguisughe (che in tempi andati si utilizzavano per far succhiare sangue agli ipertesi). I saloni del tempo erano anche scuole per strumenti a corda. Infatti, la tradizione vuole che il barbiere avesse una vocazione innata per la musica, privilegiando quella operistica. Forse ispirati dal più famoso "Barbiere di Siviglia", per cui impartiva lezioni di chitarra e mandolino, soprattutto per i giovani che andavano a trascorrere il tempo libero. I barbieri, inoltre, essendo buoni suonatori, erano chiamati ad allietare ospiti ed invitati, in occasione di feste o matrimoni, che allora si svolgevano rigorosamente in casa.

    Un altro mestiere quasi del tutto scomparso è quello della sartina, favorito dallo sviluppo dell'industria tessile che consentì l'apertura di numerose botteghe per la vendita al dettaglio di tessuti e filati di vario genere, incoraggiando l'arte della sartoria e dando lavoro a sarti e sartine.

    Anche gli accalappiacani facevano parte della schiera degli artigiani del tempo. All'epoca i cani erano numerosi, poiché ogni agricoltore si cresceva l'animale fedele per custodire il cascinale, la stalla o la casa e spesso quando non gli serviva più l'abbandonava per strada.

    L'accalappiacani, dipendente comunale, prelevava i cani abbandonati portandoli in un luogo di raccolta, ove sostavano per alcuni giorni per dare l'opportunità ad eventuali padroni di richiederne il riscatto. In mancanza di ritiro la sorte di quelle bestie era segnata.

    Un altro personaggio che si aggirava per le vie della città era il banditore, utilizzato per comunicare ai cittadini disposizioni dell'Amministrazione comunale, della Chiesa o avvisi di privati cittadini.

    Per gli annunci ufficiali del Comune, il banditore era preceduto dal rullio del tamburo. Per gli annunci della Chiesa, invece del tamburo, veniva suonato un grosso campanello, mentre gli annunci privati erano preavvertiti dal suono della trombetta. Ovviamente gli annunci erano fatti in gergo dialettale ed il passaparola era molto efficiente. Oggi il sistema di comunicazione è notevolmente cambiato: il banditore è stato sostituito da sms, volantinaggio, mail, pubblicità.

    Concludendo, i mestieri scomparsi sono più numerosi di quel che si crede, ne ricordo qualche altro: il calzolaio, il cestaio, il fabbro, il falegname, il maniscalco, il carbonaio, lo stagnino, il fornaio, ecc. Per non parlare dei mestieri legati alla civiltà contadina per i quali sarebbe utile, prima che scompaiano del tutto, allestire qualche museo che ne conservi la memoria.

    PUNTIIIIIIIIIIIIIII

  • 1 decennio fa

    OCCUPAZIONE:

    L’occupazione si misura in due modi: contando quante sono le persone che stanno

    lavorando e quante sono le "unità di lavoro equivalenti" che tengono conto di

    quante ore lavora ognuna.

    Facciamo un esempio: se ci sono due idraulici che lavorano 60 ore alla settimana,

    gli occupati sono due, ma visto che entrambi lavorano l’equivalente di una volta e

    mezzo un tempo pieno, le unità di lavoro sono tre. Se però il lavoro va male, ed

    entrambi lavorano solo 20 ore, i lavoratori sono sempre due, ma le unità di lavoro

    sono solo più una. In pratica, in un caso si contano "le teste", nel secondo quanto

    lavoro c’è.

    Nel grafico qui sopra si vede cosa è successo a lavoro e lavoratori nell’ultimo

    decennio.

    La prima cosa da dire è che l’occupazione (la linea blu) complessivamente è

    cresciuta. Parte fiacca, poi inizia a crescere in modo vigoroso, e negli ultimi anni,

    più o meno quando Berlusconi (Forza Italia) e Maroni (Lega Nord), grazie alla

    collaborazione di Marco Biagi, riescono finalmente ad abbattersi sul mercato del

    lavoro con la Legge 30, rallenta bruscamente.

    Guardando alle unità di lavoro poi la frenata è ancora più drastica, e diventa un calo

    nell’ultimo anno (sottolineato già da tempo sia dall’Istat che da Bankitalia).

    La cosa interessante da notare è che per la prima volta nella storia repubblicana

    sono più i lavoratori che le unità di lavoro: c’è più gente che lavora, sì, ma di lavoro

    ce n’è poco.

    Se poi, anziché guardare ai dipendenti, guardiamo ai precari con la "C" maiuscola

    (quella di co.co.co.), la situazione è ancora più evidente, perché per loro possiamo

    confrontare in modo molto più efficace quante sono le "teste" che lavorano con

    quanto lavoro effettivamente c’è. Ovvero quanti sono i commensali e quanto è

    grande la torta.

    Nel secondo trimestre del 2004 l’Istat ci ha detto che i cococò sono circa 400 mila.

    Tradotto in parole, il numero dell’Istat si legge più o meno così: "Nel giorno in cui

    abbiamo fatto le interviste, c’erano 400 mila italiani che stavano lavorando come

    cococò".

    Ora, che succede se un call-center decide di buttar fuori 10 mila di loro per

    sostituirli con altri 10 mila collaboratori freschi freschi?

    Succede che il mese dopo l’Istat continua a contarne 400 mila (la dimensione della

    torta), ma il numero di commensali che se la sono divisa sale a 410.000.

    Il numero di commensali l’Istat non lo misura, ma per saperlo basta chiedere

    all’Inps, che ha pubblicato on line il suo osservatorio sui parasubordinati.

    Considerando solo le persone per le quali la collaborazione è l’unica forma di

    lavoro ed hanno un contratto con un solo committente - categoria di solito

    identificata come la più debole - nel 2004 se ne sono contate 840.000.

    In altre parole: quanto lavoro c’è? Cento. Quanti sono i precari che cercano di

    spartirselo? Duecentodieci.

    DISOCCUPAZIONE:

    Veniamo ai disoccupati. Anche qui, la prima notizia sembra buona: dal grafico qui

    sotto vediamo che il numero di disoccupati nell’ultimo decennio è calato molto,

    almeno dal '98 in avanti.

    Di nuovo, però, il numero dei disoccupati non è una statistica da guardare da sola.

    Ci sono casi in cui l’economia va bene, ma la disoccupazione aumenta: quel che

    capita è che alcuni lavoratori, in possesso di un contratto con poche agevolazioni e

    presi da un turbine di ottimismo, si mettono a cercar lavoro o un altro lavoro, e

    finché non lo trovano il numero di disoccupati aumenta.

    Ci sono casi in cui il mercato è talmente depresso che molti alzano bandiera bianca,

    smettono di cercar lavoro, e il numero di disoccupati diminuisce.

    Nel grafico è riportato appunto il numero dei cosiddetti "scoraggiati", cioè persone

    senza lavoro che a precisa domanda dell’Istat: "Perché non sta cercando lavoro?"

    barrano la X su "Ritiene di non riuscire a trovarlo". Il numero di scoraggiati - 600

    mila fin verso il 2003 - nel 2004 ha una prima impennata che li porta ad 1 milione,

    per poi salire ancora a circa 1.250.000.

    Basandoci sul solo dato della disoccupazione, basta quindi convincere un altro

    mezzo milione di persone che è inutile stare a cercarsi un lavoro per portare la

    disoccupazione ad un confortante 5.5%

    MERCATO DEL LAVORO

    E' vero che le imprese e la stessa competitività dell’Italia, come di qualunque altro

    Paese, hanno bisogno di flessibilità. E' falso però che le diverse forme di flessibilità

    introdotte in Italia negli ultimi anni abbiano lontanamente a che fare con questa

    esigenza. Per chiarire questo punto occorre fare qualche distinguo sulle diverse

    forma di flessibilità.

    Da un lato ci sono forme più "sane", che rispondono a reali esigenze di flessibilità

    organizzativa. Tra queste ci sono i contratti tempo determinato, l'apprendistato, e

    persino quelle fattispecie "iperflessibili" che vanno dal lavoro interinale al jobsharing

    al lavoro a chiamata. Sono forme di lavoro in alcuni casi migliorabili ma

    sono tutte caratterizzate dall'avere regole certe che tutelano il lavoratore e poss

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