Roby ha chiesto in Scuola ed educazioneCompiti · 1 decennio fa

In Dante Aligheri"quella foce dov Ercule segnò li suoi riguardi"il lettore devesapere che nei mitigrecisi.....?

si raccontva che ERCOLE...

4 risposte

Classificazione
  • 1 decennio fa
    Risposta preferita

    Le Colonne d'Ercole nella letteratura classica indicano il limite estremo del mondo conosciuto. Oltre che un concetto geografico, esprimono anche il concetto di "limite della conoscenza".Attualmente si considera lo stretto di Gibilterra essere il nec plus ultra scelto da Eracle. Secondo la mitologia, l'eroe, in una delle sue dodici fatiche, giunse sui monti Calpe ed Abila creduti i limiti estremi del mondo, oltre i quali era vietato il passaggio a tutti i mortali. Separò il monte ivi presente in due parti (le due colonne d'Ercole) e incise la scritta nec plus ultra. Anche le Colonne d'Ercole, ossia lo Stretto di Gibilterra, come pure il passaggio tra Scilla e Cariddi, avevano dato luogo a una leggenda, imperniata sulle imprese di Ercole, in greco Eracle. Egli aveva ricevuto in compito di recuperare le mandrie di Gerione, che il pastore Eurizione custodiva nell'isola Eurizia, situata ai confini dell'OccidenteDurante il viaggio di andata aveva liberato la Libia da una moltitudine di mostri e, in ricordo di tali imprese, aveva eretto due colonne, d'ambo le parti dello Stretto, a Ceuta e sull'opposta sponda, nei pressi di Gibilterra.Infatti, secondo la leggenda, quando passò dall'Africa alla Spagna e raggiunse l'isola di Cadice, vi costruì un'alta torre sulla quale innalzò una statua rivolta a Est, con una chiave nella mano destra, come per aprire una porta; sulla sinistra incise invece l'iscrizione "Ecco i confini di Ercole", ad indicare il limite invalicabile delle terre note.Le favole antiche furono accolte nella cartografia dal Medioevo fino al Cinquecento: in molti planisferi medievali le "colonne d'Ercole" erano collocate in prossimità dello Stretto ma, via via che i navigatori si addentravano nell'Atlantico, le colonne venivano spostate sulle carte fino alle terre raggiunte per ultime, così segnando i confini del mondo conosciuto

  • Anonimo
    1 decennio fa

    Io e ' compagni eravam vecchi e tardi

    quando venimmo a quella foce stretta

    dov' Ercule segnò li suoi riguardi

    acciò che l'uom più oltre non si metta;

    da la man destra mi lasciai Sibilia,

    da l'altra già m'avea lasciata Setta.

    "O frati", dissi, "che per cento milia

    perigli siete giunti a l'occidente,

    a questa tanto picciola vigilia

    d'i nostri sensi ch'è del rimanente

    non vogliate negar l'esperïenza,

    di retro al sol, del mondo sanza gente.

    Considerate la vostra semenza:

    fatti non foste a viver come bruti,

    ma per seguir virtute e canoscenza"

    Sappiamo che secondo il mito Eracle/Ercole, prima di compiere la sua decima fatica (la cattura dei buoi del mostro Gerione), aveva eretto due pilastri in una località dell'estremo Occidente, identificata solitamente con lo stretto di Gibilterra. Questi pilastri, appunto le Colonne d'Ercole, indicavano il limite del mondo conosciuto: vi appariva infatti la scritta "nec plus ultra", non più oltre. Si trattava di un limite non solo geografico ma anche filosofico: un confine da non superare. Non a caso Dante, nella Divina Commedia (Inferno, XXVI), punirà con la morte Ulisse, che aveva osato oltrepassare quel confine, simbolo dei limiti posti da Dio alla conoscenza umana.Nell'immaginario dell'uomo moderno la figura di Ulisse è il simbolo della ricerca del sapere, di colui che instancabilmente cerca nuove strade e sposta in continuazione i traguardi di quel suo inarrestabile e metaforico viaggio verso ciò che è ancora sconosciuto. Difficilmente l'uomo moderno, ancor più l'uomo del secolo appena trascorso e di quello presente, trova elementi negativi nell'impresa di Ulisse alla ricerca del sapere, e se problematiche etiche si pongono ancor oggi allo scienziato in ordine ad esempio alle questioni della manipolazione genetica, è però altrettanto vero che per noi la conoscenza è un valore comune ormai acquisito e fortemente interiorizzato.

    La libertà di ricerca e di pensiero è una realtà indiscussa, non esistono più tribunali, nemmeno immaginari, che mettano in discussione il sapere. Le nuove frontiere raggiunte dalla conoscenze stimolano spesso dibattiti accesi e spesso preoccupati sulle conseguenze della realizzazione tecnica delle scoperte scientifiche, ma questo è il frutto inevitabile e legittimo del rapporto etico che l'uomo ha con la realtà.

    Dante, invece, non è un uomo moderno, appartiene fortemente all'epoca in cui è vissuto, è cioè un uomo del medioevo, il suo pensiero è fortemente radicato a quella realtà.

    Dante condanna Ulisse all'Inferno nell'ottava bolgia, tra i consiglieri fraudolenti, ma quello che emerge con maggior forza nel canto XXVI è il racconto dell'ultima, estrema impresa di Ulisse: il "folle volo" oltre le Colonne d'Ercole.

    Ma qual è la discriminante che ci separa l'uomo moderno da Dante e dagli uomini del suo tempo?

    Innanzi tutto Dante non è un uomo "copernicano", la sua visione cosmologica gli impone un'immagine dell'Oceano profondamente diversa da quella che più tardi le scoperte geografiche avrebbero offerto. Per lui l'Oceano non è l'ignoto da scoprire, non è la possibile via di comunicazione con i mercati orientali, per Dante oltre le Colonne d'Ercole c'è il mondo sanza gente (Inf. XXVI; 117), la parte del globo terrestre negata ai viventi, dove l'unica terra emersa è la montagna del Purgatorio. L'impresa di Ulisse rappresenta quindi per il poeta medievale la violazione delle leggi divine. Dante, allora, non poteva supporre che non molti anni dopo la sua morte l'Oceano al di là delle Colonne d'Ercole sarebbe stato navigato e che in Europa si sarebbe presto diffusa la notizia della scoperta delle Canarie.

    Se la concezione cosmologica medievale ci aiuta a capire l'immaginario dantesco per quanto riguarda l'ultimo viaggio di Ulisse, un altro elemento importante ci può aiutare a comprendere la condanna di Dante nei confronti di Ulisse.

    Mentre per il lettore moderno il nome di Ulisse rimane legato all'Odissea di Omero, è importante sottolineare il fatto che Dante non potè conoscere i poemi omerici e Ulisse è per lui un personaggio conosciuto attraverso le opere latine di Stazio, Ovidio e Virgilio. Questa precisazione sulle fonti a cui Dante ha attinto per conoscere la figura di Ulisse non è una pura curiosità filologica, in quanto è anche di tale mediazione che risente la condanna di Dante nei confronti di Ulisse. Motivo costante nelle opere latine degli autori citati è infatti l'evidente simpatia per i Troiani, progenitori dei Romani, e l'avversione per i Greci perfidi e falsi che hanno incendiato e distrutto *****. Per Dante ciò che era narrato nell'Eneide da Virgilio (l'assedio di *****, il viaggio di Enea, l'aiuto del Cielo all'eroe troiano, la sua discesa all'Inferno) erano fatti storicamente avvenuti. E se tutti i Greci erano perfidi, Ulisse rappresentava il simbolo dell'empietà e della scelleratezza.

    Un'altra importante considerazione si impone a questo punto per comprendere maggiormente la posizione dantesca ri

  • se sarai + kiara forse poxo aiutarti!!

  • 1 decennio fa

    ??? nn ho capito la domanda

Altre domande? Fai una domanda e ottieni le risposte che cerchi.