SerY ha chiesto in Scuola ed educazioneCompiti · 1 decennio fa

confronto dante e petrarca?

potreste darmi + informazioni possibili sul confronto tra la poetica di dante e quella di petrarca...e le loro concezioni dell'amore..ecc.. estraendole anche dalle loro opere + importanti! Grazie in anticipoo...domani ho il compito in classe e nn trovo niente di interessante!

1 risposta

Classificazione
  • 1 decennio fa
    Risposta preferita

    Il culto di Dante ha inizio nell’età a lui contemporanea, allorché il poeta fu esaltato per dottrina, sapienza e dirittura morale. Ne fa fede il rapido diffondersi di copie manoscritte della Commedia, di commenti e di poemi allegorico-didattici. Comincia nel Trecento anche una pratica di pubbliche letture nelle piazze delle città d’Italia, che ancora oggi dura con il grande successo popolare di Roberto Benigni; nel 1373 anche il Boccaccio, autore di un commento ai primi XVII canti dell’Inferno e del Trattatelo in laude di Dante, fu incaricato dal comune di Firenze di commentare pubblicamente la Commedia ; Petrarca, invece, pur non mancando di imitare Dante nei Trionfi, non amava la Commedia. È questo un atteggiamento che avrà conferma fra gli umanisti fiorentini: Leonardo Bruni dovette difendere l’uso del volgare nella Commedia sottolineando come “ciascuna lingua ha sua perfezione e suo suono e suo parlare limato e scientifico”. Oggi in genere, si tende a ricalcare uno schema che inizia con la figura ancora medievale di Dante e che attraverso Petrarca soprattutto, ma anche Boccaccio, giunge all'epoca dell'Umanesimo, segnalato come preludio dello splendore rinascimentale, in cui l'uomo, oramai affrancato da Dio, diventa, secondo il detto di Protagora, «misura di tutte le cose». Il travaglio di un'epoca è generalmente individuato nel confronto tra Dante e Petrarca: l'uomo della certezza e l'uomo della crisi, l'uomo che chiude l'epoca della trascendenza e l'uomo in cui inizia l'era nuova dell'autonomia, l'uomo che si affida al rigore della filosofia aristotelico-tomista per scandagliare il mondo e l'uomo che guarda a Sant'Agostino come a maestro dell'analisi interiore. Ovviamente tale traiettoria segna il progresso della cultura occidentale, lentamente perseguito da due secoli, ma singolarmente anticipato già da Petrarca. C'è un sonetto in Petrarca che mi sembra chiarificare queste considerazioni:

    Io son sì stanco sotto ‘l fascio antico

    de le mie colpe e de l'usanza ria

    ch'io temo forte di mancar tra via

    e di cader in mano del mio nemico.

    Questa prima quartina denuncia la stanchezza di vivere nella lacerazione tra l'amore di Dio e l'amore per le cose terrene, tema portante di tutta la produzione petrarchesca, al punto tale che il poeta dispera della salvezza e teme di cadere in preda del demonio. La nascita dell'uomo diviso fra cielo e terra che si può cogliere nella sua sensibilità resta in eredità alle generazioni successive e, attraverso le dotte discussioni degli umanisti, approda al laicismo del primo Cinquecento, alla vena fantastica di Ariosto, al sarcastico pessimismo di Machiavelli. Ma attraverso la strada che hanno percorso tutti questi grandi della nostra letteratura, se tanto si è acquisito, qualcosa si è perso: la possibilità della gioia, quella dell'uomo che non si affida solo a sé e non compie il viaggio della conoscenza con le sue sole forze, come novello Ulisse.

    L'Umanesimo ha consegnato all'uomo moderno, accanto al trionfo razionale che domina l'universo, anche un suo più segreto atteggiamento dinanzi alla vita, che trova espressione nel celebre canto carnevalesco di Lorenzo de' Medici:

    Quant'è bella giovinezza

    che si fugge tuttavia!

    Chi vuol esser lieto, sia

    di doman non c'è certezza.

    Si tratta di uno sgomento esistenziale della sorte terrena, fugace e provvisoria: il pensiero della morte che sovrasta ogni speranza, la caducità e la fragilità della bellezza, la tristezza delle cose che passano, costringono quasi a un sogno di evasione, nella consapevolezza dolorosa dei sentimenti che tramontano. A questo punto il confronto con Dante può uscire ancora una volta chiarificatore. Anche nel poeta della «Commedia» abbiamo notato un vero culto per i classici: basti solo ricordare il ruolo di Virgilio, il nobile castello del Limbo, l'incontro con Stazio. Ma il suo atteggiamento era ben diverso da quello che è proprio di Petrarca. Dante, come tutta la cultura medievale, non aveva coscienza della frattura esistente tra il mondo antico e quello a lui contemporaneo, perciò poteva assimilare figure e temi della cultura classica, adattandoli alla propria visione della realtà. La prova più eloquente è proprio il personaggio di Virgilio, che è definito «nostra maggior Musa», ed è inteso medievalmente come il grande saggio «che tutto seppe». Invece Petrarca ha ormai una coscienza chiara del distacco: per questo non assimila più il mondo antico al presente, nonostante rimangano residui di interpretazione allegorica, ma sente il bisogno di coglierlo nella sua fisionomia più autentica, liberandolo da quella deformazione che ad esso l'«età di mezzo» aveva sovrapposto. L'interno dissidio del Petrarca non consiste propriamente nel conflitto umano-divino, ma nel continuo tra la religione e la ragione da una parte che gli impongono la concezione di un Dio che comprenda tutto ma in cui tutto si annulli, e l'incoercibile forza del sogno dall'altra, che lo trascina a concepire un Dio riposo degli affan

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