Sari
Lv 5
Sari ha chiesto in Scuola ed educazioneCompiti · 1 decennio fa

please mi trovate la poesia nella casa di n. compagna di infanzia ( di mario luzi) io non lo trovo!?

4 risposte

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  • 1 decennio fa
    Migliore risposta

    Nella casa di N. compagna d’infanzia

    Il vento è un aspro vento di quaresima,

    geme dentro le crepe, sotto gli usci,

    sibila nelle stanze invase, e fugge;

    fuori lacera a brano a brano i nastri

    delle stelle filanti se qualcuna

    impigliata nei fili fiotta e vibra,

    l’incalza, la rapisce nella briga.

    Io sono qui, persona in una stanza,

    uomo nel fondo di una casa, ascolto

    lo stridere che fa la fiamma, il cuore

    che accelera i suoi moti, siedo, attendo.

    Tu dove sei? sparita anche la traccia…

    Se guardo qui la furia e se più oltre

    l’erba, la povertà grigia dei monti.

    Canto :

    Dove vai che nel vento arido corri

    una di quelle vie senza stagioni

    dietro i cui muri luminosi

    un passo che rintroni aizza i cani

    e sveglia l’eco? Visti dalla casa

    da cui ti guardo, dove il corpo vive,

    movimento e quietudine si sfanno.

    T’invoco per la notte

    che viene e per il sonno; ,

    tu che soffri, tu sola puoi soccorrermi

    in questo cieco transito dal tempo

    al tempo, in questo aspro viaggio

    da quel che sono a quello che sarò

    vivendo una vita nella vita,

    dormendo un sonno nel sonno.

    Tu, adorata, che soffri come me,

    di cui mi dà vertigine pensare

    che il tempo, questo freddo

    tra gli astri e sulle tempie e altro, contiene

    la nascita, la malattia, la morte,

    la presenza nel mio cielo e la perdita.

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  • Anonimo
    1 decennio fa

    In evidenza è qui l’antitesi fra l’elemento naturale e il soggetto lirico, rimarcata dal parallelismo strutturale: ‘vento’ e ‘io’ aprono rispettivamente la prima e la seconda strofe, ma alla sonorità luttuosa e sinistra e al dinamismo distruttivo del vento («geme, sibila, fugge, lacera, incalza, rapisce») fa da contrasto la quiete contemplativa e insieme attiva dell’io: fermo ma in attesa. Quello che preme sottolineare è come l’identità dell’io si definisca questa volta tramite un rispecchiamento mancato. Al «qui» dell’«io» non corrisponde infatti un luogo altrettanto definito del «tu», ma un suo non-luogo: «Tu dove sei?» Lo specchio simbolico è vuoto: è dissolta non solo la presenza ma anche la traccia del tu desiderato, ‘rapito’ «nella briga» del tempo come i resti festosi del Carnevale sono rapiti dall’«aspro vento di quaresima» (connotato come vento infernale, si noti, per suggestioni lessicali di limpida ascendenza dantesca). Lo sguardo non può quindi che constatare il vuoto che si riverbera sul «qui» del poeta, che diventa «furia» e deserto, vita scarsa e incolore. Siamo nel 1950: per l’Italia sono gli anni duri del deserto e della ricostruzione, della «povertà grigia» del dopoguerra; per Luzi quelli di un acuto disagio personale, di un senso di solitudine che in parte si spiega con la difficoltà di integrarsi nel nuovo contesto culturale. Nel ’47 scrive infatti a Spagnoletti: «sono caduto in una pericolosa depressione psichica. Mi sento completamente estraneo a questo nostro famoso milieu italiano, che d’altra parte, come vedi, mi tiene a distanza» [11] . La terra è dunque ancora una «terra desolata»: sui toni luminosi prevalgono quelli scuri della malinconia, del suo «sole nero», che trova il suo corrispettivo nel contatto mancato con l’Altro. Ma allo stesso tempo l’io ha ritrovato la sua appartenenza al «fondo della casa», luogo non solo geografico ma forse soprattutto luogo archetipico che indica un tentato riavvicinamento alla Madre. La «casa» infatti è quella dei parenti di Samprugnano, paese maremmano originario dei genitori di Luzi (che vi trascorse ogni estate fino al ’40), e il tu che manca all’appello è Nella Papini, cugina per via materna a cui il poeta fu sempre molto legato. Da quel «fondo» domestico, che tra qualche anno diventerà il «fondo delle campagne» (la raccolta nata dal lutto per la perdita della madre) e che ora si caratterizza come un luogo contemplativo da cui si può solo contemplare un vuoto, un non-luogo, si possono perciò ‘attendere’ le «primizie», «il rifiorire stralunato e spaesato della vita […] nella cenere del deserto».

    A mano a mano che nella riflessione estetica di Luzi acquista preminenza l’idea della «naturalezza» della poesia, intesa non come voce individuale ma come voce dell’umano in quanto tale, e si consolidano di riflesso le istanze realistiche, il colloquio esclusivo con il tu tende però sempre più a funzionare da principio divaricatore dell’io, a introflettersi per assumere, più che in passato, i tratti della specularità, diventando la traduzione, sul piano espressivo, di un dibattito interno, di una ricerca di oltranza che vuole condurre alla conquista di un senso unitario, a una sintesi ricercata non al di fuori, ma dentro l’umano e a partire dalle sue contraddizioni. Se per un verso la sicurezza cognitiva dell’io tende quindi a ridursi e l’unità della coscienza si sfalda, sfrangiandosi in una molteplicità di voci a continuo confronto, per l’altro si accresce il margine dell’alterità, sintomo di una visione del mondo sempre in fieri, sempre aperta all’ipotesi, o meglio alla domanda, di un religioso «non ancora» [12] . E sempre più si afferma, di conseguenza, il ricorso al modulo dell’interrogativa, laddove principale interlocutore non è più la donna, intermediario presente-assente, ma il Tu cristico, direttamente chiamato a rendere ragione da un lato delle perdite e dei lutti della storia, ma anche a testimoniare, dall’altro, l’attesa della «parusia», di un avvento liberatorio definitivo. Nella poesia Il fiume, scritta nel ’71, la domanda è la stessa che veniva formulata nell’altra lirica: «Tu dove sei?», ma il tu invocato, dai contorni indefiniti, è ora una metafisica «voce di perenne alterità» [13] , che se da una parte apre un varco alla verticalità del discorso, spezzando il circolo immanente della meditazione infra- e interpersonale, dall’altro risponde all’urgenza di ampliare le possibilità conoscitive della poesia, di allargarne il campo d’azione. Parlando della raccolta a cui Il fiume appartiene, Su fondamenti invisibili, Luzi sottolinea infatti che essa «è una dilatazione del discorso, della conoscenza immediata, attuale, orizzontale, sociologica del reale, a una totalità potenziale dove tutte le mie ragioni, non solo di presenza illic et immediate, ma in senso anche trascendentale, metafisico, siano in causa.» [14] Ancora una volta, il confronto dialettico con l’Altro, la ricerca di un’apertura si scopre come il tramite privilegiato per un d

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  • 1 decennio fa

    commento

    In un paesaggio desolato, percosso dal vento primaverile (“di quaresima”, con forte connotazione simbolica), con i fluttuanti residui di una festa , probabilmente di Carnevale (“i nastri delle stelle filanti”), l’io lirico in una stanza nel fondo di una casa ascolta i battiti del suo cuore e lo stridere della fiamma, della vita intorno a sé, e attende, interrogando un’assenza e volgendo lo sguardo, al di là della furia che imperversa, ai monti lontani, brulli e grigi nel cielo nuvoloso. Nel ricordo de “La casa dei doganieri” di Montale vengono affrontati in tono colloquiale i temi di fondo, con un interrogativo che è, sì, senza risposta, ma rompe il solipsismo dell’io lirico e la tendenza all’accentramento su di sé che come una corteccia aveva impedito un vero dialogare e un vero confrontarsi del poeta con gli altri, con la storia.

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  • Anonimo
    1 decennio fa

    Nella casa di N. compagna d’infanzia

    Il vento è un aspro vento di quaresima, Io sono qui, persona in una stanza,

    geme dentro le crepe, sotto gli usci, uomo nel fondo di una casa, ascolto

    sibila nelle stanze invase, e fugge; lo stridere che fa la fiamma, il cuore

    fuori lacera a brano a brano i nastri che accelera i suoi moti, siedo, attendo.

    delle stelle filanti se qualcuna Tu dove sei? sparita anche la traccia…

    impigliata nei fili fiotta e vibra, Se guardo qui la furia e se più oltre

    l’incalza, la rapisce nella briga. l’erba, la povertà grigia dei monti.

    Canto

    Dove vai che nel vento arido corri in questo cieco transito dal tempo

    una di quelle vie senza stagioni al tempo, in questo aspro viaggio

    dietro i cui muri luminosi da quel che sono a quello che sarò

    un passo che rintroni aizza i cani vivendo una vita nella vita,

    e sveglia l’eco? Visti dalla casa dormendo un sonno nel sonno.

    da cui ti guardo, dove il corpo vive, Tu, adorata, che soffri come me,

    movimento e quietudine si sfanno. di cui mi dà vertigine pensare

    che il tempo, questo freddo

    T’invoco per la notte tra gli astri e sulle tempie e altro, contiene

    che viene e per il sonno; la nascita, la malattia, la morte,

    tu che soffri, tu sola puoi soccorrermi la presenza nel mio cielo e la perdita.

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