Anonimo
Anonimo ha chiesto in Politica e governoPolitica e governo - Altro · 1 decennio fa

La ricerca in Italia? Non puoi vivere con 800 euro al mese?

CAMBRIDGE ( Inghilterra) – Un approccio scientifico completamente diverso, senza concorsi, senza cavilli. La mission per tutti è la stessa e l’interesse personale viene messo in secondo piano. E’ questo uno dei segreti del sistema universitario di Sua Maestà, - un colosso di 3mila istituti e oltre 50mila corsi – e del Rae, il «Research Assessment Exercise», un gruppo paragovernativo composto dai migliori studiosi del Regno Unito che ha il compito di stabilire le eccellenze fra le università . Il Rae, gestisce un tesoro di 1,5 miliardi di sterline che vengono spalmati nell’arco di cinque anni grazie ad una valutazione dei risultati delle ricerche effettuate dagli atenei. «E’ qui che si gioca la partita del sostegno alla ricerca, quella per l’assegnazione dei fondi governativi – dice Pietro Cicuta, 34 anni docente di Fisica al Cavendish Laboratory -. E’ semplice: ogni università invia al Rae un dossier che illustra le migliori ricerche condotte nelle 67 discipline, così che a ogni dipartimento viene assegnato un voto al progetto e al valore scientifico delle pubblicazioni. In seguito, i fondi vengono assegnati sulla base dei risultati conseguiti. In Italia, siamo molto lontani da questo metodo».

«LA DIFFERENZA E’ LA RESPONSABILITA’» - E’ della stessa opinione anche Andrea Ferrari, uno dei più importanti ricercatori italiani che operano da queste parti, noto per le sue ricerche sui nano tubi di carbonio e i nuovi dispositivi elettronici al Nanomaterials and Spectroscopy group . « Sono d’accordo sulla meritocrazia, anche se la vera differenza tra l’Inghilterra e l’Italia è il concetto di responsabilità. In Inghilterra chi prende le decisioni, anche di nominare degli incapaci, ne deve rispondere. E assumere un incapace significa attirare meno finanziamenti e pubblicare ancor di meno sulle riviste scientifiche, insomma è l’anticamera della chiusura dei dipartimenti. Come non ricordare la cessazione di Chimica a Exeter, Fisica a Reading e Norwhich? Per non parlare poi dei gruppi o linee di ricerca che vengono interrotte. In Italia non è fattibile».

«IN ITALIA MANCANO LE OCCASIONI» –Mirco Musolesi ha una storia analoga a quella di Pietro Cicuta, arrivato a Cambridge per caso, dopo aver consultato il sito web del dipartimento: è un ingegnere elettronico di 33 anni, borsista post doc al Computer Laboratory della prestigiosissima William Gate Building ed è partito da Bologna per dare prima la tesi a Londra e poi approdare nel capoluogo del Cambridshire. «Sono uno dei cinque italiani al Computer Laboratory, in totale siamo 250 provenienti da tutto il mondo - spiega Musolesi -. E’ stimolante vivere e crescere in un contesto come questo altamente competitivo, ma leale. Purtroppo in Italia la qualità dell’insegnamento è ottima, ma non ci sono le soluzioni per restare. E anche se io volessi, mancano le occasioni. E’ impensabile fare ricerca per 800 euro, è disincentivante. Qui mi trovo bene perché c’è un alto concetto di meritocrazia: se un dipartimento non raggiunge i risultati che si era prefisso all’inizio chiude i battenti».

«DAL CNR ALLA MICROSOFT » - Al centro di ricerca della Microsoft, uno dei sei poli del mondo voluti da Bill Gates, incontriamo invece Luca Cardelli, che del polo britannico è il condirettore. «Sono partito dal’Italia perché il processo di domanda per un posto di ricercatore a Pisa mi aveva scioccato. Avevo una borsa del Cnr, anche se mi pagavano con almeno un anno di ritardo. Alla fine, scrissi al Cnr e il presidente mi rispose personalmente una lettera di scuse». Ora Cardelli è riuscito nell’impresa titanica di creare il primo laboratorio Microsoft italiano a Trento. «A Cambridge siamo solo 3 italiani, più i vari studenti e accademici che vanno e vengono. Il progetto di creare un laboratorio a Trento è stato facilitato dall’ autonomia regionale trentina che da anni mette la ricerca scientifica in primo piano. Così in poco tempo abbiamo bypassato la burocrazia centralizzata».

«NON C’ERANO LE RISME DI CARTA» – Nell’immensa area dei laboratori scientifici nel West Cambridge, intervallati da college e piste ciclabili, abbiamo appuntamento con Giuliana Fusco, 28 anni proveniente dalla facoltà di Chimica a Napoli che vorrebbe dedicarsi alla ricerca in Italia. L’ha spinta a Cambridge la sua forza di volontà, dopo che per un intoppo burocratico sull’asse Napoli–Cambridge è saltato un progetto di interscambio tra studenti partenopei e inglesi. «Aspettavo un assegno di 1200 euro per sostenere le spese iniziali, ma purtroppo ho perso il treno dell’Erasmus e mi sto autofinanziando con l’aiuto dei miei genitori. Mio padre è un pensionato e mia madre è una casalinga, ma credono in me». Giuliana, ci accompagna nei laboratori dove sta perfezionando i suoi esperimenti. «Nel mio dipartimento non potevamo usare gli strumenti perché erano pochi. Effettuare un prova pratica era impossibile: c’era il dottorando o il professore che simulava l’ esperimento, senza farla fare agli studenti. Noi prendevano solo

Aggiornamento:

gli appunti. Non posso dimenticarmi che fino a qualche mese fa, stampavamo gli spettri degli esperimenti sulla carta riciclata. Mancavano perfino le risme di carta bianca».

«ERO UN FASTIDIO E NON UNA RISORSA» - Anche Agnese Abrusci non ha dubbi. Ha 29 anni ed è originaria di Bari. Ha una tempra sudata sul campo e una borsa di studio con un progetto di tesi sullo sfruttamento delle celle solari, dalle quali si ricava l’energia convertibile in elettricità. «In Italia la tua fortuna dipende dai professori che ti spingono a valutare altre opportunità come quelle di andare all’estero, ma sono pochi e fuori dal coro. I gruppi di ricerca con i quali lavoravo a Bari erano vecchi e senza stimoli. Qui ho trovato i capi dei gruppi di ricerca che hanno in media 35 anni. A Cambridge mi sento finalmente una risorsa, a Bari ero solo un fastidio. A che prezzo dovrei ritornare?».

4 risposte

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  • 1 decennio fa
    Migliore risposta

    Ha ragione S1mo,non sono solo i lavoratori iper-qualificati costretti a vivere con 800 € al mese ad andarsene,oramai chiunque abbia voglia di fare,di emergere,di lavorare sodo affinchè gli vengano ricnosciuti i suoi meriti se ne va.

    Qui non c'è posto.

    Non c'è davvero posto.

    La PA è diventato ricettacolo di raccomandati,biscazzieri e incompetenti.

    Il settore privato non ne parliamo.Tutto in nero,paghe da fame,sindacati afasici e un futuro tra un lavoro precario e l'altro.

    Sì,va bene c'è la pizza,il clima è buono,qui ci sono gli affetti più cari ma vale davvero la pena?

    Quando intervistano qualche "cervello" fuggito all'estero sento sempre la medesima risposta «se potessi tornare indietro,farei la stessa cosa».

    Molto eloquente.

  • Anonimo
    1 decennio fa

    Fossero soltanto i ricercatori a fuggire, tutto sommato sarebbe, per quanto deprecabile, ancora ancora tollerabile.

    In realtà stanno fuggendo tutti quelli che hanno voglia di fare, una qualifica specifica e il coraggio di non essere ancorato al territorio.

    I lavoratori qualificati se ne vanno, non c'è spazio qui da noi.

  • Anonimo
    1 decennio fa

    L' Italia ha bisogno solo di babbuini e marionette manovrabili !!

  • 1 decennio fa

    la fuga dei "nostri" cervelli dall'Italia,è cosa risaputa,purtroppo mai nessun governo ha fatto in modo che ciò non avvenisse.

    sarebbero soldi spesi benissimo ma non c'è nessun interesse al riguardo,da capire il perchè.

    temo per i miei figli...

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