URGENTISSIMO!!!!! chi mi sa dire la fine del libro di Hyland " il bambino che non sapeva mentire"?

grazie in anticipo!

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  • Anonimo
    1 decennio fa
    Risposta preferita

    Pagina 5

    È gennaio, una cupa domenica d'inverno, e sono seduto in cucina con mia madre e mio padre. Mio padre, spalle al tavolo, tiene i piedi contro la parete e un libro in grembo. Mia madre siede alla mia destra con il libro aperto sul tavolo. Io sto accanto a lei, e la mia sedia, di fronte alla finestra, è vicina al calore dei fornelli.

    In mezzo al tavolo campeggia una teiera bollente e ciascuno di noi ha davanti a sé una tazza e un piatto. Nei piatti ci sono dei sandwich al prosciutto e al tacchino e in caso volessimo qualcos'altro da mangiare o da bere, non c'è problema. La dispensa è piena.

    Di tanto in tanto smettiamo di leggere e chiacchieriamo. È una bella sensazione, come se fossimo un sol uomo intento a leggere un unico libro anziché tre individui distinti e isolati.

    Questi sono i giorni perfetti.

    Attraverso la piccola finestra quadrata vedo la stretta strada di campagna che porta a Gorey e oltre la strada un campo innevato. Oltre il campo innevato, anche se non riesco a vederlo, l'albero a cui passo davanti ogni mattina e, due miglia oltre l'albero, la Gorey National School, dove tornerò alla fine delle vacanze di Natale.

    All'angolo della strada, a sinistra del cancello, c'è un palo con un cartello che indica la direzione di Dublino e sotto un altro cartello più piccolo che indica il cimitero. Ci restano due giorni da trascorrere insieme, solo noi tre, ed è esattamente ciò che voglio. Non voglio niente di diverso.

    Quando mia madre arriva all'ultima pagina del libro, prendo un mazzo di carte e lo spingo verso il suo gomito. Tra poco lei poserà il libro e mi chiederà di giocare. Osservo il suo viso aspettando fiducioso.

    All'improvviso chiude il libro e si alza in piedi di scatto.

    "John", esclama, "per favore vieni con me." Mi guida in corridoio, lontano da mio padre. Mi sottrae alla sua vista come se fossi spazzatura. "Vieni, e lascia lì il libro", puntualizza.

    Ci fermiamo in fondo alla ripida scaletta che porta alla camera dei miei genitori, nella mansarda — l'unica stanza del piano di sopra — e lei si appoggia alla balaustra incrociando le braccia sul petto. La pelle delle sue mani è fredda e bianca come gesso.

    "Ho qualcosa di diverso oggi?" domanda.

    "No. Perché?"

    "Mi stavi fissando. Mi stavi fissando ancora."

    "Stavo solo guardando", ribatto.

    Si allontana dalla balaustra e mi mette le mani sulle spalle. È alta un metro e settantasette centimetri e anche se io misuro solo quattro centimetri in meno, lei riesce a sovrastarmi obbligandomi a incurvare le spalle. Preme su di me con tutto il peso del corpo, facendo leva sulle gambe.

    "Mi stavi fissando, John. Non dovresti fissare in quel modo."

    "Perché non posso guardarti?"

    "Perché ormai hai undici anni. Non sei più un bambino piccolo."

    Vengo distratto dai miagolii della gatta, Critone, chiusa nell'armadio del sottoscala con i gattini appena nati. Vorrei andare da lei, ma mia madre non accenna a lasciarmi.

    "Ti stavo solo guardando", ripeto.

    Vorrei dirle che non c'è niente di infantile nel guardare le cose, ma vacillo sotto la pressione delle sue braccia e i tremiti mi impediscono di parlare.

    "Perché?" insiste lei. "Perché mi devi guardare in quel modo?"

    Mi sta facendo male alle spalle, è inaspettatamente pesante. Sembra così leggera, e così bella, quando è seduta al tavolo o in fondo al mio letto, e parla con me facendomi ridere. In questo momento invece mi fa rabbia, perché è alta, perché è grande, perché è pesante, e perché considera grande anche me, più grande di quanto io non sia veramente.

    "Non lo so. Perché mi piace, immagino", azzardo.

    "Faresti meglio a perdere il vizio."

    "Perché?"

    "Perché e irritante. È impossibile rilassarsi quando qualcuno ti fissa in quel modo."

    "Scusa", mormoro.

    Lei si raddrizza e allenta la presa. Mi avvicino e le do un bacio vicino alla bocca.

    "Bene, ci siamo capiti", dice.

    La bacio un'altra volta, ma quando le passo le braccia intorno al collo per attirarla a me e stringerla forte, lei si ritrae. "Non adesso", dice. "Fa freddo qui fuori."

    Gira sui tacchi e a me non resta che seguirla in cucina.

    I capelli ricci e scuri di mio padre gli ricadono disordinatamente sulla fronte coprendogli gli occhi. "Chiudi la porta", ordina senza alzare lo sguardo dal libro.

    "È già chiusa", osservo.

    "Bene", approva. "Allora tienila chiusa."

    Sorride rivolto al libro che sta leggendo: Frenologia e cranio criminale.

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    Pagina 87

    Una settimana dopo, tornando a casa da scuola, mi fermo sul mio sentiero, a circa sessanta metri dalla bambola sull'albero. C'è una mucca, addormentata o morente, sdraiata a terra. Mi inginocchio e la guardo. Ha gli occhi chiusi, però respira ancora.

    Sento uno scalpiccio di zoccoli e vedo unaltra mucca che corre da sola nel campo. Non ho mai visto una mucca così veloce. All'improvviso si ferma vicino alla staccionata. Abbasso gli occhi s

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