leopardi e lucrezio confronto e pensiero?

aiuto...ho bisogno di qualcuno che riesca a chiarirmi le idee riguardo a lucrezio e leopardi... precisamente tra il loro pensiro riguardo la natura, quindi magari confrontando anche il de rerum natura e la ginestra... 10 punti al migliore e al più veloce

1 risposta

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  • Kate
    Lv 5
    1 decennio fa
    Risposta preferita

    ti metto un sito dove parla di lucrezio e leopardi e altro materiale

    http://members.fortunecity.it/neosmk5/Lucrezio.e.L...

    LUCREZIO – LEOPARDI

    Lucrezio e il De rerum Natura

    Sappiamo che Lucrezio ebbe un temperamento solitario e malinconico, sdegnò la politica e la vita mondana. Non pubblicò poesie da vivo: di qui il silenzio e il mistero che avvolgono la sua vita (ne abbiamo solo qualche cenno sommario fornitoci da S. Girolamo). Sofferente, forse, di una nevrastenia acuta, o di una forma di pazzia alternante, pare che si sia ucciso.

    Se questa morte sia stata conseguenza delle patite delusioni amorose e dello stato pietoso della sua salute, oppure se egli, che in tutto il poema condannò il timore della morte, abbia voluto dimostrare che parlava sul serio, o, ancora, se abbia ceduto alla disperazione per non essere riuscito a trovare nella filosofia epicurea la serenità e il conforto che tanto affannosamente vi aveva cercato, non si può affermare con certezza

    Anche Leopardi, pensò di comporre un'opera sulla natura delle cose (in una lettera del 1829, egli promette al Colletta di esporgli l'elenco dei suoi intenti: "Il trattato della natura degli uomini e delle cose conterrebbe le questioni delle materie astratte, dalle origini della ragione, dei destini dell'uomo, della felicità e simili"). Abbiamo tracce ed elementi di una sintesi compiuta del mondo materiale e morale nello Zibaldone, corpus di osservazioni erudite e filosofiche.

    Secondo Carducci, poi, "Leopardi è il Lucrezio del pensiero italiano" .

    La comunicazione con la natura

    La comunicazione si cerca nella natura: è la natura che ci tiene in pugno, disponendo delle nostre vite. Alla comunicazione segue la comprensione: rivolgersi alla natura significa ricondursi, all'uomo, cercando di scoprire le regole del ludus che determinano il suo destino.

    A questo proposito, Leopardi scrive:

    "Come, ahi, come, o natura, il cor ti soffre

    di strappar dalle braccia

    all'amico l'amico

    al fratello il fratello

    la prole al genitore

    all'amante l'amore: e, l'uno estinto,

    l'altro in vita serbar? Come potesti

    far necessario in noi

    tanto dolor, che sopravviva amando

    al mortale il mortal?"

    Il tu si cerca nella natura, e Leopardi e Lucrezio hanno la stessa doppia visione di essa, una che si ferma alla superficie, e l'altra che va più a fondo: quando vedono la natura coi soli occhi corporei, nelle sue attrattive esterne, se ne innamorano, ma poi ne scoprono le nefandezze nascoste, e se ne sdegnano.

    Il "Canto alla Primavera" di Leopardi richiama e ripete l'inno a "Venus genetrix" del I libro di Lucrezio. In questi passi la natura è personificata, quasi a voler cercare in essa un'entità dal quale ricevere le risposte alle eterne domande.

    Quando ne investigano a fondo i segreti paurosi, rivolgono frequenti rimproveri alla natura matrigna: basti pensare alla terribile requisitoria contro di essa nel "Dialogo della Natura e di un Islandese"; anche in Lucrezio sono presenti questi tormenti:

    "Il mondo non è stato affatto creato per noi dalla divinità, tanto esso è pieno di difetti" (II e V libro)

    "Perché immatura aleggia intorno la morte?" (V libro)

    E dell'ultimo pensiero ne abbiamo gli echi in Leopardi, che ebbe un'impressione dolorosissima della morte dei giovani.

    Lucrezio: "Quare mors immatura vagatur?" (V libro)

    Leopardi: "Mio dolore in veder morire i giovini come a vedere bastonare una vite carica di uva immatura" (da: "Appunti e ricordi" - 1819 - in "Scritti Vari").

    Questa è la visione più pessimistica, perché fa capire ai due poeti quanto sia improbabile che l'uomo, dalla natura, riesca a ricavare quelle risposte di cui ha bisogno (e questo per incapacità degli esseri umani, che non sanno comunicare con la natura, che, invece, è disposta a parlare con noi).

    D'altronde, quando Leopardi arresta lo sguardo alle "amene sembianze", si appaga del rapimento estetico della natura: nella lettera del 6 Marzo 1820 a Pietro Giordani racconta come, affacciatosi a contemplare una serena notte stellata, domanda perdono alla natura, gridando e piangendo.

    In un passo del "Tramonto della luna", Leopardi scrive:

    "Voi, collinette e piagge,

    caduto lo splendor che all'occidente

    in argento va della notte il velo,

    orfane ancor gran tempo

    non resterete, che dall'altra parte

    tosto vedrete il cielo

    imbiancar nuovamente, e sorger l'alba:

    alla qual poscia, seguitando il sole,

    e folgorando intorno

    con sue fiamme possenti,

    di lucidi torrenti

    inonderà con voi gli eterei campi"

    A questi versi si può citare Virgilio: "Sol, qui terrarum flammis opera omnia lustras" ("O Sole, che con la tua luce rischiari ogni cosa terrena", Eneide, IV, 607), oppure lo stesso Lucrezio: "Ognuno vede e sa chiaramente come tutto a un tratto il sole, sorto in quel punto, sia solito distendere su tutte le cose l'ammanto della sua luce" (II libro, vv.147-149).

    Quindi, la natura conosce i segreti tanto ricercati: ma l'uomo riuscirà a svelarli solo quando avrà trovato

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