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manu ha chiesto in Arte e culturaPoesia · 1 decennio fa

Qualcuno sarebbe così gentile da fornirmi il testo della canzone di Cavalcanti "Donna me prega.."?

se magari esce anche una parafrasi,commento o che altro nn mi offendo(ttto il materiale è ben accetto)..Grazie mille cmq a tutti!!!!

1 risposta

Classificazione
  • 1 decennio fa
    Risposta preferita

    Come Guinizzelli, Cavalcanti affida la sua visione dell’amore a una canzone dottrinale, Donna me prega, che risulta estremamente difficile da comprendere. Forniamo, quindi, un sunto delle più importanti affermazioni teoriche contenute in esso.

    1) Come sappiamo, la canzone Al cor gentil rempaira sempre amore di Guinizelli metteva in relazione l’amore con la luce, il calore, il benefico influsso delle stelle sulle pietre preziose. Per Cavalcanti invece l’amore si forma

    d’una scuritate

    la qual da Marte — vène […]. (vv. 17-18)

    Marte è, come sappiamo, il dio della guerra, e l’amore è da Cavalcanti rappresentato proprio come una guerra. Ma il riferimento a Marte ha anche un altro significato. Secondo l’astrologia medievale, Marte è pianeta maligno e chi si trova sotto la sua influenza è colpito da un oscuramento intellettuale. In Cavalcanti l’amore viene appunto designato come una forza oscura, che produce un annebbiamento intellettuale. Se teniamo conto del fatto che la luce viene solitamente associata, metaforicamente, alla conoscenza (come è facile rilevare in Guinizzelli), possiamo già comprendere come in Cavalcanti l’amore, associato all’oscurità, sia necessariamente contrapposto alla conoscenza.

    2) Eppure, a prima vista, l’amore sembra una forma di conoscenza. Esso

    Vèn da veduta forma che s’intende,

    che prende — nel possibile intelletto,

    come in subietto, — loco e dimoranza.

    L’amore proviene da una «veduta forma» (potremmo spiegare come “la visione della bellezza”), «che si intende»: cioè questa «forma» può essere conosciuta dall’intelletto. Ora, sia l’amore che la conoscenza nascono da una percezione dei sensi (in questo caso la vista). E sia l’amore che la conoscenza hanno, a prima vista, come oggetto, qualcosa di universale (Cavalcanti non ci parla di una donna, ma usa il termine aristotelico «forma»). Possiamo dire che la bellezza, forma ideale e perfetta, si manifesta sensibilmente attraverso la donna. Da qui, l’uomo dovrebbe poter risalire alla conoscenza intellettuale della «forma».

    3) Perché, allora, l’amore non si trasforma in conoscenza? Possiamo immaginare la conoscenza come un processo che si articola in varie fasi: comincia dai sensi, passa attraverso la memoria e procede ancora oltre, trasformandosi in conoscenza intellettuale della «forma», capace di prescindere del tutto dai sensi (ai quali anche la memoria è legata: noi ricordiamo solo ciò che abbiamo percepito con i sensi). Ebbene, Cavalcanti sostiene che l’amore

    in quella parte — dove sta memora

    prende suo stato […].

    L’amore cioè si insedia e abita stabilmente («prende suo stato»), in quella parte dell’uomo in cui si trova la memoria. Il processo che genera l’amore, pur simile a quello della conoscenza, si arresta cioè prima di arrivare all’«intelletto». Ma cos’è questa «parte» dove sta la memoria, in cui si insedia stabilmente l’amore? Per Averroè la virtus memorativa ha sede nell’anima sensitiva, una delle tre partes animae di cui parla Aristotele. L’anima, di cui la memoria fa parte, non è però per Cavalcanti l’anima immortale. La memoria (che Cavalcanti designa spesso con il termine «mente») risiede, fisicamente, nel cervello del singolo uomo (cervello che, per Averroè, è una sorta di diramazione periferica del cuore). Ma la conoscenza intellettuale non è opera di quest’anima, non si produce nel cervello del singolo individuo. Per Averroè infatti all’atto intellettivo non corrispondono organi corporei. La conoscenza si attua invece nell’intelletto possibile4, che è una sostanza separata dal singolo individuo e unica per tutta l’umanità. Tutti gli uomini, con la mediazione dell’anima sensitiva, entrano in contatto con questo intelletto universale: le nostre percezioni arrivano all’intelletto e si trasformano in conoscenza. Tutti gli uomini, al tempo stesso, sono in grado di ricevere la conoscenza dall’intelletto. Ma, per far questo, essi devono spingersi oltre i limiti corporei di «quella parte dove sta memora».

    4) Il fatto che l’immagine della donna amata che produce l’amore (un’immagine mentale che i medievali designavano con il termine phantasma) si fissi e abiti stabilmente nella memoria del singolo individuo è in ultima analisi la ragione per cui l’amore (che a prima vista assomigliava a un processo di conoscenza), finisce poi per impedire la conoscenza. L’oggetto da cui si origina l’amore (la «veduta forma che s’intende») è infatti lo stesso oggetto della conoscenza intellettuale; ma il soggetto della conoscenza è diverso: la forma, quell’idea universale che, apparendoci sotto spoglie sensibili, ha appunto causato l’amore, prende «loco e dimoranza» nell’intelletto possibile, unico e separato, vero e incorporeo soggetto della conoscenza. Rimanendo invece fissato all’immagine conservata nella memoria, l’uomo innamorato è destinato a essere escluso dalla conoscenza. La passione non lascia che l’uomo miri nel loco dove c’è la forma ideale, ma lo fa guardare in un non formato loco.

    5) In definitiva, la prevalenza di immagini oscure e tormentose nella poesia di Cavalcanti ha una precisa ragione filosofica. Secondo la dottrina averroistica la conoscenza non comporta né dolore né piacere: essa è contemplazione del vero. È facile capire che l’innamorato, sospeso tra il dolore e il piacere sensuale, non può mai pervenire a essa. L’intelletto, sede della conoscenza, non può essere turbato dalla passione d’amore. L’anima sensitiva, sconvolta dalla passione d’amore determinata dal continuo ricordo della donna, non può elevarsi alla conoscenza.

    Donna me prega, - per ch'eo voglio dire

    d'un accidente - che sovente - è fero

    ed è si altero - ch'è chiamato amore:

    s' chi lo nega - possa 'l ver sentire!

    Ed a presente - conoscente - chero,

    perch'io no sper - ch'om di basso core

    a tal ragione porti canoscenza:

    ché senza - natural dimostramemto

    non ho talento - di voler provare

    là dove posa, e chi lo fa creare,

    e qual sia sua vertute e sua potenza,

    l'essenza - poi e ciascun suo movimento,

    e 'l piacimento - che 'l fa dire amare,

    e s'omo per veder lo pò mostrare.

    In quella parte - dove sta memora

    prende suo stato, - s' formato, - come

    diaffan da lume, - d'una scuritate

    la qual da Marte - vène, e fa demora;

    elli è creato - ed ha sensato - nome,

    d'alma costume - e di cor volontate.

    Vèn da veduta forma che s'intende,

    che prende - nel possibile intelletto,

    come in subietto, - loco e dimoranza.

    In quella parte mai non ha pesanza

    perché da qualitate non descende:

    resplende - in sé perpetual effetto;

    non ha diletto - ma consideranza;

    s' che non pote largir simiglianza.

    Non è vertute, - ma da quella vène

    ch'è perfezione - (ché si pone - tale),

    non razionale, - ma che sente, dico;

    for di salute - giudicar mantene,

    ch la 'ntenzione - per ragione - vale:

    discerne male - in cui è vizio amico.

    Di sua potenza segue spesso morte,

    se forte - la vertù fosse impedita,

    la quale aita - la contraria via:

    non perché oppost' a naturale sia;

    ma quanto che da buon perfetto tort'è

    per sorte, - non pò dire om ch'aggia vita,

    ché stabilita - non ha segnoria.

    A simil pò valer quand'om l'oblia.

    L'essere è quando - lo voler è tanto

    ch'oltra misura - di natura - torna,

    poi non s'adorna - di riposo mai.

    Move, cangiando - color, riso in pianto,

    e la figura - co paura - storna;

    poco soggiorna; - ancor di lui vedrai

    che 'n gente di valor lo più si trova.

    La nova- qualità move sospiri,

    e vol ch'om miri - 'n non formato loco,

    destandos' ira la qual manda foco

    (Imaginar nol pote om che nol prova),

    né mova - già però ch'a lui si tiri,

    e non si giri - per trovarvi gioco:

    né cert'ha mente gran saver né poco.

    De simil tragge - complessione sguardo

    che fa parere - lo piacere - certo:

    non pò coverto - star, quand'è s' giunto.

    Non già selvagge - le bieltà son dardo,

    ché tal volere - per temere - è sperto:

    consiegue merto - spirito ch'è punto.

    E non si pò conoscer per lo viso:

    compriso - bianco in tale obietto cade;

    e, chi ben aude, - forma non si vede:

    dungu' elli meno, che da lei procede.

    For di colore, d'essere diviso,

    assiso - 'n mezzo scuro, luce rade,

    For d'ogne fraude - dico, degno in fede,

    che solo di costui nasce mercede.

    Tu puoi sicuramente gir, canzone,

    là 've ti piace, ch'io t'ho s' adornata

    ch'assai laudata - sarà tua ragione

    da le persone - c'hanno intendimento:

    di star con l'altre tu non hai talento.

    10 PUNTI!!!!!!!!!!!!!KISSSSS

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