Anonimo
Anonimo ha chiesto in Arte e culturaStoria · 1 decennio fa

l'Italia della prima repubblica?

avrei bisogno dei riassunti possibilmente o del materiale che comprenda tali punti..è troppo non so come fare...

1 risposta

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  • Yakuza
    Lv 5
    1 decennio fa
    Risposta preferita

    La Repubblica Italiana nacque il 2 giugno 1946 in seguito ai risultati del referendum istituzionale indetto per determinare la forma dello stato dopo la fine della seconda guerra mondiale.

    Si trattò di un passaggio di evidente importanza per la storia dell'Italia contemporanea, dopo il ventennio fascista ed il coinvolgimento nella guerra. Si svolse in un clima di esasperata tensione, e rappresenta un controverso momento della storia nazionale assai ricco di eventi, cause, effetti e conseguenze, che è stato anche considerato una rivoluzione pacifica dalla quale si produsse una forma di stato poco differente dall'attuale. La nascita della Repubblica fu accompagnata da polemiche di una certa consistenza circa la regolarità del referendum che la sancì. Sospetti di brogli elettorali e di altre azioni "di disturbo" della consultazione popolare tuttora non sono stati completamente fugati dagli storici e costituiscono oggetto di rivendicazioni da parte dei sostenitori della causa monarchica.

    L'Italia era una [monarchia] ereditaria: al capo di casa Savoia spettava il titolo di re d'Italia; nel 1946 divenne una repubblica per effetto del detto referendum istituzionale, e fu poco dopo dotata di un'Assemblea costituente al fine di munirla di una costituzione avente valore di suprema legge dello stato repubblicano, onde sostituire lo Statuto albertino, sino ad allora vigente. Prima del cambiamento vi era infatti una monarchia costituzionale fondata sullo Statuto (anche se durante il fascismo le garanzie sui diritti previste nello Statuto erano state di fatto modificate in senso restrittivo).

    Il 2 giugno 1946, insieme alla scelta sulla forma dello stato, i cittadini italiani (comprese le donne che votavano per la prima volta) elessero anche i componenti dell'Assemblea costituente che doveva redigere la nuova Carta Costituzionale e che fino all'elezione del primo parlamento della Repubblica svolse anche le funzioni di assemblea legislativa.

    LO STATUTO ALBERTINO

    La costituzione dell'Italia prima del 1946 era lo Statuto albertino, promulgato nel 1848 da Carlo Alberto, re di Sardegna. A suo tempo, la concessione dello Statuto aveva rappresentato un notevole avvicinamento della (allora) piccola monarchia sabauda verso le istanze pre-risorgimentali, e costituiva un passaggio reputato necessario, sebbene poi svolto in forme ben valide, prima di volgersi alla costruzione dello stato nazionale.

    Nel 1861, quando, in seguito al processo di unificazione, al Regno di Sardegna successe il Regno d'Italia, lo statuto non fu modificato (non era prevista una revisione costituzionale) e restò dunque il cardine giuridico al quale si sottometteva anche il nuovo stato nazionale. Prevedeva un sistema bicamerale, con il Parlamento suddiviso nella Camera dei Deputati, elettiva (ma solo nel 1911 si sarebbe giunti, con Giolitti, al suffragio universale maschile), e nel Senato, di sola nomina regia. Fattore fondamentalmente innovativo di questa Carta era la rigida definizione di alcune delle facoltà e di alcuni degli obblighi delle istituzioni (re compreso), riducendo la discrezionalità delle scelte operate dalle alte cariche dello stato ed introducendo un abbozzo di principio di responsabilità istituzionale.

    L'equilibrio di potere tra Camera e Senato era inizialmente sbilanciato a favore del Senato, che raccoglieva la buona nobiltà e qualche grande industriale di buone frequentazioni (lo Statuto prevedeva delle categorie fisse fra le quali il re poteva eleggere i senatori). Via via la Camera assunse maggiore importanza, in funzione sia dello sviluppo della classe borghese e del consenso che questa doveva sempre più necessariamente porgere alla classe politica, sia della necessità di produrre copiosa normativa di dettaglio, cui meglio poteva contribuire un ceto politico proveniente dalle classi a contatto con l'applicazione quotidiana di quelle norme.

    Nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, l'Italia poteva essere annoverata tra le democrazie liberali, benché le tensioni interne, dovute alle rivendicazioni delle classi popolari, insieme alla non risolta questione del rapporto con la Chiesa cattolica, per i fatti del 1870 (presa di Porta Pia e occupazione di Roma), lasciassero ampie zone d'ombra.

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