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Anonimo
Anonimo ha chiesto in Scuola ed educazioneCompiti · 1 decennio fa

tema italiano 3 media aiutooooooooooooo?

ecco il titolo :

il razzismo si fonda sulla pretesa di ritenere alcune razze superiori ad altre. Trovi che questo fenomeno sia presente ancora oggi nel nostro paese? Riferisci le tue idee, apportando alcuni esempi di esperienza diretta o indiretta.

non troppo lungo e abbastanza seplice un bacio e grazie in anticipo!!!!!!!!!!!!

3 risposte

Classificazione
  • 1 decennio fa
    Risposta preferita

    Il razzismo inteso come quella dottrina che presuppone una superiorità su basi biologiche di una razza umana sull'altra, è un concetto moderno, sviluppatosi da un fraintendimento delle teorie di Darwin e del positivismo.

    In epoche antecedenti prevaleva un sentimento di disprezzo verso le altre culture ritenute inferiori, verso i "barbari".

    Il razzismo rappresenta uno dei tanti abbagli ideologici presi dalla mente umana nel corso della Storia e credo che nessuno possa sostenere, al giorno d'oggi, in maniera fondata, con argomentazioni scientifiche e senza timore di essere sonoramente disapprovato, che una razza sia superiore a un'altra. Ammesso che all'interno della specie umana sia possibile individuare delle razze pure.

    Il nazismo, per citare una delle ultime vittoriose (almeno per un certo periodo) concezioni politiche razziste, che si basava sull'idea di superiorità della razza ariana, oggi ripugna alla quasi totalità delle persone ed è considerato un obbrobrio ideologico non più ripetibile.

    Eppure la guardia non va mai abbassata e la cronaca ci riferisce, con cadenza presso che quotidiana, di episodi di discriminazione avvenuti sulla base del colore della pelle o del luogo di provenienza. Si tratta, per lo più, di microepisodi di intolleranza o di xenofobia. Certo siamo lontani, almeno qui in Italia, da quanto scritto nei libri di Wright o nei racconti della Gordimer.

    Speriamo ci sia risparmiato di assistere ad esperienze umilianti per la dignità umana come la schiavitù in tante parti del globo, o l'apartheid in Sudafrica o la violenza rivoltante del Ku Klux Klan negli Stati Uniti.

    Non bisogna nascondersi che l'ondata di immigrati dal Terzo Mondo, che ha raggiunto l'Italia negli ultimi decenni, ha scosso equilibri secolari, abitudini consolidate, modi di vivere e di pensare sedimentati nei secoli, provocando inquietudini. Da noi esisteva, tutt'al più, la contrapposizione fra Nord e Sud, l'annosa e irrisolta questione meridionale, ma lo sviluppo industriale del Paese ha finito col metabolizzare le insofferenze razziste. Molti operai e intellettuali meridionali hanno contribuito alla crescita economica della nazione.

    Oggi non è così. La crisi economica, la disoccupazione, l'insicurezza fanno vivere lo Straniero come una minaccia a un benessere da poco acquisito e già precario. La psiche umana, sempre in cerca di un facile capro espiatorio, responsabile delle proprie disavventure, può facilmente individuare nell'Altro, nel Diverso, l'origine di tutti i mali.

    Per contro, culture quasi totalmente estranee al nostro modo di pensare, con valori spesso antitetici ai nostri, reclamano oggi attenzione, diritti, considerazione. Richieste legittime, ma non si può pensare che ciò non possa provocare, per la velocità con cui è avvenuto il processo di immigrazione, degli intoppi nell'integrazione dei nuovi arrivati in un tessuto sociale consolidato. Insomma anche gli italiani, che razzisti non sono, hanno bisogno di abituarsi all'idea di una società multiculturale, un'entità fino a ora totalmente loro sconosciuta.

    Io credo che ciò stia avvenendo quotidianamente, a piccoli passi, nel migliore dei modi. La nostra è una società aperta, una democrazia matura, che, pur tenendo conto di mille disfunzioni e ritardi, considera la tolleranza verso chi è diverso uno dei valori fondamentali.

    Penso che gli italiani abbiano capito che quello che conta sono gli individui, la loro voglia di fare e di inserirsi, la loro umanità, il contributo che ognuno è in grado di portare allo sviluppo e al progresso della società. Il colore della pelle, l'area geografica di provenienza, la religione professata, le idee politiche non possono essere motivo di discriminazione.

    Gli italiani avvertono altresì l'esigenza di essere rassicurati circa il tasso di tolleranza contenuto nelle altre culture. Su questo concetto è difficile transigere. Chi proviene da fuori deve accettare le nostre leggi, le nostre regole del gioco, i valori democratici su cui si fonda la nostra Costituzione. Non si può essere tolleranti con gli intolleranti. Lo sosteneva pure un filosofo pacifista come Norberto Bobbio. Non ci si può rifugiare nel relativismo culturale tanto caro a certi nostri intellettuali contemporanei, che finiscono col promuovere un deleterio razzismo alla rovescia sostenendo la superiorità morale di coloro che sono storicamente oppressi e proponendo una riedizione del mito russoviano del Buon Selvaggio francamente inaccettabile

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  • Anonimo
    1 decennio fa

    Vari sono i volti dell’intolleranza, che si manifesta in alcuni paesi dell’Africa e dell’Asia con guerre e repressioni, mentre nei paesi industrializzati assume il volto dell’emarginazione e della discriminazione.

    Quindi, anche se sulla carta gli uomini sono dotati di uguali diritti, rimane la convinzione, magari inconsapevole, che le persone di origine diversa dalla nostra sono inferiori, e quindi, nei loro confronti si attua una strisciante discriminazione. Forse qualcuno non si rende conto di una situazione di questo genere, ma non sempre è possibile chiudere gli occhi di fronte a questo. Non è concepibile, infatti che un popolo viva ignorando le persone che fanno parte di un altro popolo. L’ideale è che ciascuno rispetti le opinioni e le usanze altrui, anche se non le condivide, ma questa è forse solo un’utopia. Sembra infatti che le cronache ci dimostrino ogni giorno di più che non si può realizzare una convivenza pacifica. Alcune popolazioni, anzi, sono state decimate da altre in una lotta sfociata in guerra, come nel caso degli armeni e dei curdi in Turchia, degli ebrei nella Germania nazista e di alcune tribù in Uganda e Ruanda. Tuttavia qualcosa è cambiato in questi ultimi anni. La violenza e la discriminazione si basano non più sul concetto di razza, ma su quello di cultura, provenienza e religione di una persona. Spesso sono gli stessi genitori a consigliare di non avvicinarsi agli zingari. Le persone di colore sono viste con un certo timore e sospetto anche se camminano semplicemente per la strada vicino a noi. È così che, oggi, si realizza l’intolleranza, senza bisogno di ricorrere alla violenza. Eppure questo atteggiamento è assurdo: perché, anche se le persone hanno avuto un’educazione diversa dalla nostra, questo non vuol dire che siano tutti delinquenti o cattivi. Se poi hanno un accento o caratteristiche somatiche diverse, questo è dovuto alla zona da cui loro provengono. Del resto anche noi, durante lunghi periodi di vacanza, cambiamo colore della carnagione o inflessione dialettale.

    In Asia, invece, sarebbe la religione il motivo che divide le popolazioni tra di loro. In realtà i bambini sono vittime innocenti di una furia omicida che prende la religione come scusa per nascondere la propria visione ideologica estremista. Spesso quindi, le madri non sanno neanche il perché della perdita dei loro figli, e tutto questo in base a presunte differenze di razza o di religione. Il comune denominatore di tutte queste discriminazioni è quindi l’ignoranza, perché se una persona riflettesse veramente sui suoi pregiudizi, si accorgerebbe che sono tutti infondati e irrazionali.

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  • 1 decennio fa

    si e dopo?

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