Anonimo
Anonimo ha chiesto in Scuola ed educazioneCompiti · 1 decennio fa

Chi è così gentile da inventarmi un racconto di fantasia?10PUNTIIIII!!!!!!!!!!…?

Chi è così gentile da inventarmi un racconto di fantasia con almeno 30 righe con le seguenti istruzioni:

Personaggi: una fanciulla misteriosa

Luogo: un castello diroccato

Tempo: una notte stellata di agosto

1 risposta

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  • Anonimo
    1 decennio fa
    Risposta preferita

    Appena scesa dallo scuolabus e imboccata la stradina sterrata che portava a casa, Martina ebbe un tuffo al cuore. Non era la moto dello zio quella che si scorgeva issata sul cavalletto, nel prato accanto al cancello? Fece gli ultimi metri di corsa con lo zaino che le ballonzolava sulla schiena e arrivò davanti alla porta d’ingresso senza fiato.

    - Zio Nanni, zio Nanni! – chiamò affannata.

    L’arrivo dello zio rappresentava sempre una eccitante novità, nella monotonia della vita in campagna. Nella grande casa che era stata dei nonni, la sua camera era sempre pronta, ma lui l’occupava raramente: faceva l’inviato speciale di un quotidiano ed era spesso in giro per il mondo. Dovunque andasse, non dimenticava mai la sua unica nipote, inviandole cartoline e piccoli doni.

    Martina si trovò sollevata a volteggiare in aria fra le braccia dello zio: - Ecco la mia Spinacina! – Il soprannome era dovuto ai suoi capelli biondi lisci e folti invano raccolti in trecce o ciuffi, perché andavano da tutte le parti.

    A tavola Nanni parlò del suo ultimo viaggio. Era stato in Guatemala a fare un servizio sulla condizione degli indios. Aveva vissuto con loro e condiviso la loro poverissima vita, raccontando poi in numerosi articoli le ingiustizie subite dai discendenti dei famosi Maya.

    Martina ascoltava affascinata. Dopo pranzo lo zio le fece un cenno complice e si avviò verso la scala. La bambina lo seguì svelta.

    – Guarda cosa ti ho portato – fece lui con aria misteriosa.

    E come un mago che estrae delle stoffe da un cappello a cilindro, tirò fuori da una sacca una grande rete colorata.

    - Che è? – chiese la bambina incuriosita - È un’amaca. Lo sai vero cos’è un’amaca?

    Martina annuì.

    - Io ci ho dormito per tutto il tempo che sono stato con gli Indios. Loro appendono le amache a due ganci e dormono così. Ma questa non è una semplice amaca: è magica! L’hanno tessuta le donne intingendo i fili nel succo di piante di tutti i colori. Piante fatate…

    La bambina lo guardava con gli occhi sgranati: - Perché magica?

    - Perché quando ci si stendono le bambine come te, l’amaca parte per un lungo viaggio nel tempo, nello spazio… non si può comandarla, decide lei dove vuole andare…Ma, attenzione! Quel viaggio deve restare segreto, non si può raccontare a nessuno, altrimenti non si ripeterà mai più. Prima di ripartire lo zio Nanni legò l’amaca al tronco di due meli, nel frutteto.

    Era un luogo appartato, tranquillo, dove Martina si rifugiava a leggere e a fantasticare.

    L’amaca aveva la trama sottile come una tela di ragno e sembrava intessuta con l’arcobaleno. Lo zio Nanni si era raccomandato: perché la magia si realizzasse, Martina doveva aspettare il primo giorno di estate al tramonto del sole.

    A lei parve che il tempo non passasse mai, in attesa che arrivasse la fatidica data. Ma la mattina di quel giorno tanto atteso, si svegliò febbricitante con un brutto mal di gola e la mamma la costrinse a letto. La bambina era disperata; le ore passavano veloci e si avvicinava l’ora del tramonto…

    All’improvviso il miracolo: una telefonata del babbo che annunciava un guasto alla macchina e pregava la moglie di andarlo a prendere in città. La mamma lasciò a malincuore Martina con mille raccomandazioni (“ormai sei grande, ricordati di prendere l’antibiotico fra un’ora…”). Appena sentì sbattere il cancello, Martina afferrò la pillola dal comodino per ingerirla più tardi e corse al frutteto temendo di non fare in tempo. Stesa nell’amaca, guardava attraverso le maglie iridescenti della rete la palla di fuoco che stava per inabissarsi dietro la collina. La sera però pareva uguale a tutte le altre: gli uccelli cinguettavano, un cane lontano abbaiava…

    Improvvisamente l’amaca ebbe come un fremito; il cielo si oscurò, le fronde degli alberi cominciarono a ruotare in un veloce girotondo e una strana musica di flauti sostituì lo stridio delle rondini. Martina si sentì risucchiare in un vortice: le mancava il respiro e avvertiva vampe di calore, ma la sensazione non era spiacevole. Si trovò in un grande spiazzo ombreggiato da una vegetazione tropicale su cui si ergeva una piramide mozza formata da tanti gradini che parevano salire in cielo, fino ad una casa di pietra riccamente decorata. Davanti a lei una figura spaventosa, con un grande mantello piumato e una maschera sul viso, faceva strani segni cantando una nenia. Seduti intorno in cerchio vi erano uomini, donne e bambini, scuri di pelle, minuti, con gonnellini fatti di piume variopinte e bellissimi monili che le parvero d’oro.

    Fu portata in una grande capanna e lasciata sola. Poi arrivarono delle donne che le sciolsero i capelli pettinandola a lungo e le fecero indossare una veste leggera e fresca; infine la condussero in un’altra capanna. Alla scarsa luce che penetrava dalle frasche, intravide una donna che piangeva accanto a una stuoia su cui stava rannicchiata una bambina più o meno della sua età. La bambina respirava a fatica e il viso pareva infuocato.

    La donna si avvicinò a Martina e le toccò i capelli, inginocchiandosi poi ai suoi piedi. Lei capì che la credeva dotata di qualche potere per il loro colore biondo, ma non sapeva cosa fare. Si accostò alla sua coetanea che smaniava per la gran febbre. Avrebbe voluto aiutarla, ma come? All’improvviso si accorse che, stretta nel pugno sudaticcio, teneva ancora la pastiglia di antibiotico.

    Fece cenno alla donna di rialzarsi, le mise nel palmo la pillola e indicò la bocca della bambina. L’altra capì immediatamente; prese una brocca da terra, sollevò la malata e le fece ingerire la medicina.

    Martina fu ricondotta fuori nel grande spiazzo. Era sorta la luna piena che spargeva un magico chiarore intorno. Tutto era silenzio. Il popolo sedeva in un grande cerchio mentre l’uomo con la maschera stava immobile davanti alla scalinata.

    All’improvviso la radura fu rischiarata dal sole che varcò la cortina della fitta vegetazione e illuminò la grande piramide mostrando le meravigliose decorazioni colorate di cui era adorna. Si udì un grido di esultanza e la donna uscì dalla capanna correndo come pazza per la radura e prostrandosi ai piedi di Martina. La bambina si rese conto che la piccola malata doveva star meglio e ne fu felice. Subito fu circondata, sollevata e portata in trionfo fino davanti alla scalinata della piramide dove l’uomo mascherato le porse una coppa d’oro piena di un liquido odoroso di muschio. Lei la prese e la vuotò fino all’ultima goccia. La coppa le sfuggì di mano, mentre il suo corpo fu avvolto da un turbine vorticoso e la luce del sole si frammentò in mille schegge lucenti…

    Martina! Non posso proprio fidarmi di te! Perché non sei rimasta a letto? – La voce preoccupata della mamma pareva venire da molto lontano. Lei si accorse che si era fatto quasi buio, ma aveva ancora davanti agli occhi una miriade di luminose scintille dorate.

    Lo zio Nanni tornò per Natale. Martina aveva sempre tenuto il segreto stretto nel cuore e fu dura non parlarne con lui, ma il timore che l’esperienza non potesse più ripetersi le cucì la bocca.

    Dopo cena, come faceva sempre, la bambina chiese: - Zio, mi racconti una delle tue storie?

    - Se vai subito a letto…

    Infilata sotto la trapunta Martina assaporava, ancor prima che lui cominciasse, il piacere dell’ascolto.

    - Questa leggenda me l’hanno raccontata i miei amici indios. Stai a sentire.

    C’era una volta una bellissima principessa Maya già promessa sposa al capo di una tribù vicina. Quel matrimonio avrebbe fatto cessare una lunga guerra fra le due popolazioni e tutti aspettavano con gran gioia il giorno delle nozze. Purtroppo la principessa si ammalò gravemente. Tutto il popolo si disperava, sia perché amava la principessa sia perché temeva che la tribù nemica, una volta sfumato il matrimonio, riprendesse le ostilità. L’unica speranza era riposta nel misterioso arrivo, preannunciato dal Grande Sacerdote, di una creatura divina, dalla pelle bianca e dai capelli d’oro.

    Un giorno all’improvviso, la creatura celeste comparve come per incanto nella radura del tempio. Fu condotta dalla principessa morente e subito estrasse dalla sua mano candida un sassolino magico che fece ingoiare alla malata. E il miracolo avvenne: la bambina guarì. Si celebrarono le nozze e i due popoli vissero a lungo in pace e in armonia fra loro.

    Martina quasi non aveva respirato durante il racconto dello zio.

    - E di quella creatura…insomma, di quella bambina bionda, cosa è successo?

    - Gli indios raccontano che è stata portata via dalla luce dell’arcobaleno…

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