? ha chiesto in Computer e InternetComputer - Altro · 1 decennio fa

riassunto del bambino con il pigiama a righe?

vi prego ho bisogno di un riassunto del bambino con il pigiama a righe che non sia lungo ma neanche troppo corto...grazie milleee! 10 punti al migliore!

2 risposte

Classificazione
  • 1 decennio fa
    Migliore risposta

    Il bambino con il pigiama a righe

    La storia del bambino con il pigiama a righe è molto difficile da descrivere in poche parole.

    E’ un viaggio con un bambino di nove anni che si chiama Bruno, il figlio di un comandante delle SS.

    Il tutto inizia, quando Hitler si autoinvita a casa del comandante per “proporgli” un nuovo incarico, cioè diventare comandante supremo del campo di concentramento più grande, Auschwitz.

    Mentre tutti sono presi da grande eccitazione per l’Ospite d’onore, Bruno, è attratto dalle maniere gentili e dalla grande bellezza della donna bionda che lo accompagnava.

    Inizia così la grande avventura di Bruno; Dal centro di Berlino ad una casa di campagna con attorno il nulla, o per essere più precisi con attorno… un immenso reticolato di filo spinato, al quale Bruno non riesce a dare una spiegazione.

    Sarà proprio la grande curiosità di Bruno, che lo porterà ad incontrare “un bambino con il pigiama a righe”.

    Il libro dal quale ho fatto una riduzione, è di John Boyne, giovane scrittore Irlandese, nato nel 1971 ed alla sua quarta opera.

    Purtroppo ho dovuto eliminare buona parte del libro, per potermi concentrare sul protagonista.

    Spero vivamente di non aver “massacrato” il testo originale, e sin d’ora, a torto o a ragione, ve ne chiedo scusa.

    Marco Ballerini

    Il bambino con il pigiama a righe - una favola di John Boyne (Fabbri) si inserisce nella scia di molte rappresentazioni che ricorrono al punto di vista di un bambino (si veda il romanzo di Jerry Spinelli, Corri, bambino corri) per riportare il lettore nella tragedia della Shoà. Questo romanzo, in particolare, è tutto giocato sul sottinteso, su ciò che è taciuto ma è riflesso nelle sguardo di un bambino, che lascia trapelare da indizi sempre più certi l’epoca in cui è collocata la storia e il luogo, terribilmente preciso, indicato con il nome storpiato di Auscit, forse per la fatica, per il dolore, di pronunciarlo quel nome.

    Erano arrivati ad Auscit, l’aveva detto papà, l’aveva detto sua sorella. Auscit come uscita? Sembrava che qualcuno avesse lasciato di gran fretta il posto. Lasciato a loro? A lui, Bruno, a Gretel, sua sorella (quante arie, per qualche anno in più di lui), alla mamma (che si era assoggettata di cattiva voglia a quel trasloco da Berlino), al papà (l’unico che si sentiva investito di destino e gloria nel passaggio a quel brutto posto che si chiamava Auscit: non lo aveva forse detto "il Furio", quella sera a cena a casa loro, che per lui, per papà, aveva grandi progetti? Questi? in questo brutto posto che si chiamava Auscit, portare l’uniforme da parata?).

    Dalla casa di Berlino (dove lui, Bruno, faceva "l’esploratore", da prima che avesse nove anni - giù e su per la balaustra delle scale – che viaggio! su e giù per quei cinque piani; dentro e fuori per soffitte e nascondigli, dentro e fuori dalla meraviglia delle sue sorprese), ad Auscit.

    Brutto posto Auscit, dentro e fuori.

    Dentro, in una casa che perdeva in tutto nel confronto con quella che aveva prima (è sempre lui, Bruno, che va per i suoi pensieri, che imbarazza di domande la cameriera e il padre, indispettito dal via vai di soldati vocianti e rumorosi, e soprattutto da quel tenente odioso che lo chiama ometto), e fuori.

    Là FUORI, della sua finestra, superato il giardino di tante aiuole ordinate e una panchina, comincia la strada del filo spinato che procede all’infinito. E’ il recinto che chiude in un mondo, che pure deve chiamarsi Auscit come la casa da cui sembra promanare, baracche, ciminiere, uomini e donne, vecchi e bambini. Tutti vestiti allo stesso modo: pigiama a righe e berretto di tela in testa. Questo è quello che vede Bruno dalla sua finestra, Bruno che è in cerca di un amico, perché si sente proprio solo in quel brutto posto che si chiama Auscit.

    Dentro e Fuori.

    Fuori.

    Provare con il gioco dell’ "l’esploratore". Recuperare il travestimento nell’armadio. Riprendere le abitudini della casa di Berlino, riprendere le consuetudini delle recite con la nonna (“se ti metti i panni diventi il personaggio”).

    Fuori. Il giardino, la panchina, ‘la panchina con la targhetta’ (“Bruno lesse piano, tra sé: donata in occasione dell’apertura del campo di… Esitò. ‘Auscit’, continuò, inciampando come al solito sul nome. ‘Giugno 1940’”).

    In cammino. Lungo il filo spinato. Cammina…cammina…sembrava il deserto, c’era il vuoto. Così deve essere la scena nella quale va l’esploratore, che cerca qualcosa che deve essere scoperto “come l’America”, o trova qualcosa che è meglio lasciar perdere “come un topo morto nell’armadio della cucina”. Quel puntino che Bruno vide all’orizzonte, che poi diventò macchia, che poi diventò striscia, era una persona, un bambino, proprio il bambino con il pigiama a righe, ed “era lì che si faceva i fatti suoi aspettando di essere scoperto” (come l’America).

    Dentro e fuori.

    Dentro la rete, fuori della rete. Di là Shmuel, di qua Bruno. Ogni giorno da quel giorno. Senza poter giocare. Uno di là

  • 1 decennio fa

    Berlino, anni Quaranta. Bruno è un bambino di otto anni con larghi occhi chiari e una passione sconfinata per l'avventura, che divora nei suoi romanzi e condivide coi compagni di scuola. Il padre di Bruno, ufficiale nazista, viene promosso e trasferito con la famiglia in campagna. La nuova residenza è ubicata a poca distanza da un campo di concentramento in cui si pratica l'eliminazione sistematica degli ebrei. Bruno, costretto ad una noiosa e solitaria cattività dentro il giardino della villa, trova una via di fuga per esplorare il territorio. Oltre il bosco e al di là di una barriera di filo spinato elettrificato incontra Shmuel, un bambino ebreo affamato di cibo e di affetto. Sfidando l'autorità materna e l'odio insensato indotto dal padre e dal suo tutore, Bruno intenderà (soltanto) il suo cuore e supererà le recinzioni razziali.

    La drammaticità della Shoah, di un inferno voluto dagli uomini per gli uomini, è inarrivabile e di fatto non rappresentabile ma questo non ha impedito al cinema di provare e riprovare a misurarsi con quella tragedia. L'approccio cinematografico di Mark Herman, regista e sceneggiatore, è diretto e il punto di vista assunto è quello di un bambino, figlio di un gerarca nazista, la cui innocenza (davanti all'orrore) trova corrispondenza soltanto in Shmuel, coetaneo internato all'inferno. A differenza di La vita è bella e di Train de vie, Il bambino con il pigiama a righe non è una favola dove ognuno ha un proprio e preciso ruolo, al contrario nel film di Herman i due universi, quello del Bene e quello del Male, si lambiscono fino a confondersi e a sconvolgersi. Nel Bambino col pigiama a righe è l'inadeguatezza e la debolezza degli adulti, anche di quelli buoni, a obbligare i bambini a prendere in mano il proprio destino e a determinarlo. I padri e le madri non fanno “magie” come il Guido Orefice di Benigni e il Male che li circonda finisce per inghiottire i loro figli e renderli all'improvviso consapevoli. Il regista inglese è abile a evitare gli stereotipi della storia “cattiva” e della contrapposizione tra infanzia idealizzata e abiezioni del mondo adulto, analizzando la durezza di un'epoca (la Germania nazionalsocialista) e di un'età (l'infanzia).

    Muovendosi tra trappole d'apparenza ed eludendo clichè, sentimentalismi e scene madri, Herman mette in scena le ingiustizie e i rapporti di forza che si definiscono già nell'età più verde. Attraverso il minimalismo di episodi quotidiani, immersi nella severità dei colori freddi, Il bambino col pigiama a righe svolge la memoria, rivisitandola con soluzioni e libertà che rendono la storia intollerabile e lancinante. Per questa ragione, l'autore “chiude la porta” sulla camera a gas, interponendo fra gli spettatori e il volto della Medusa la pietas di un narrare artistico che consenta di guardarla senza soccombere impietriti, atterriti. Tratto dal romanzo omonimo dell'irlandese John Boyne, Il bambino con il pigiama a righe è un film evocativo di un'epoca nera e tragica, rivista attraverso la psicologia di un'amicizia infantile e di una (pre)matura scelta di campo, complicate da una realtà storica di discriminazioni e di selezioni razziali. Immagini che richiamano per tutti la necessità di frequentare (sempre) la Memoria e di non considerare mai risarcito il debito con il nostro passato.

Altre domande? Fai una domanda e ottieni le risposte che cerchi.