oLILLAo ha chiesto in Arte e culturaLibri ed autori · 1 decennio fa

Chi ha letto "L'uva barbarossa" di Romana Pucci?

Com'è? Me ne date una recensione?

1 risposta

Classificazione
  • Anonimo
    1 decennio fa
    Risposta preferita

    da:

    http://www.carloromeo.it/index.php?option=com_cont... al termine di un lungo e meditato percorso di ricerca poetica, il romanzo autobiografico L’uva barbarossa (1983) della scrittrice Romana Pucci rappresenta una delle più originali rielaborazioni letterarie delle vicende della guerra e del dopoguerra altoatesino. 1) La narrativa della scrittrice segue il filo di una ricostruzione biografica ed esistenziale; dai miti dell’infanzia sino alla dura disillusione e alla scoperta della tragedia umana. In questo senso l’intero suo percorso letterario riproduce, in un successivo approfondimento di livelli, una medesima “rivelazione negativa”: lo «smarrimento senza penombre» (Carmeni) espresso nelle giovanili esperienze liriche; lo scacco subito dall’«anima bambina» di fronte al «tradimento» della crescita nel primo romanzo, La volanda; infine, la sconfitta operata dalla «storia» e vissuta nella figura del padre nel secondo (e ultimo) romanzo, L’uva barbarossa. Qui il ricordo delle radici contadine toscane fungono da contraltare allo spaesamento e alla mobilità familiare determinata dai trasferimenti del padre ferroviere. L’«esilio» bolzanino sembra spezzare l’armonia di una fiaba infantile. L’originale linguaggio della Pucci sembra enfatizzare questo stordimento: elisioni, bruschi passaggi analogici, contaminazione tra inserti lessicali di ascendenza letteraria, cadenze toscane e frasi di registro colloquiale, con un uso sistematico del discorso indiretto libero. Tutto ciò conferisce al monologo interiore una forma frammentaria e spigolosa, di particolare intensità.

    Si veda, ad esempio, la descrizione del primo impatto con la città di Bolzano: babelica, parcellizzata, anonima. Il mondo tedesco compare lontano, arroccato, come i suoni dei suoi aspri fonemi. Il senso di estraneità trova subito forma nel gergo dei «nuovi arrivati».

    Migrati al nord, la prima cosa che vediamo, scesi dal treno, è un cielo gretto, mensurabile, d’incima la chiostra montagnosa, stelle pacchiane ai bordi dell’imbuto: in fondo si pressa la città.

    Fatte a piedi due strade, gravati di bagagli, ci infodera un ghetto FFSS, ce n’è dovunque; e ghetti INCIS, ghetti semirurali per anomali Zona INDUSTRIALE.

    Una cerchia sconnotata, senza storia, né tradizioni, né linguaggio in comune e, in mezzo, rocca asburgica di cittadini asburgici ottativi italiani (per la terra, che è lo zoccolo della patria), machiavellati dall’indole e dai luoghi a sventare le trame di nord e sud, e pigliar da questo e quello, fingendosi pigliati.

    Della nuova città non ricordo, sulla prime, che quel soffitto a dito e l’aria vetrigna, senza odore né suono; non la casa, entrandovi, che impressione. Ma il ciondolare, dopo due giorni, attorno alla Fontana delle Rane, fra vialetti ghiaiosi e fiori culti a far la data. Non falda d’erba ove poggiare i piedi, aiuole fisimate in posticcio.«Proibito calpestare le ...» e bracciali di ferro tutto intorno.

    Voglio strappare una cineraria ma mi vien dietro il vaso. Fiori finti, cambiabili, una truffa.

    La mamma su una panca mi chiama a voce alta, gli altri invece bisbigliano. Io sconosciuta d’improvviso a me stessa, non ritrovandomi in alcuno (…)

    Mentre rompo uno spruzzo alla fontana un ragazzino confida a mio fratello che i cedronei calzerottati, sfilanti nel piazzale, sono una specie diversa di tedesco, e si chiamano crucchi, quelli grembialati d’azzurro invece baccani. Così do un nome alla terra d’esilio, la chiamo Baccanìa. 2)

    La figura intorno alla quale s’incentra la narrazione è quella del padre: anarchico e anticlericale negli anni giovanili, poi fascista, infine scettico nei confronti dell’istituzionalizzazione del regime. L’onesta povertà, la concretezza, il buon senso non lo preservano dalla dura esperienza della sconfitta, che nella memoria della figlia si concentra dolorosamente nell’episodio del 3 maggio 1945. Nei cruenti scontri a fuoco che si accendono nel capoluogo, a guerra ormai finita, qualcuno (i tedeschi? qualche ragazzo che “gioca al partigiano”?) spara alla casa dei Pucci, uccidendo un bambino e ferendo al braccio il padre, che resterà invalido. Questi vivrà la grottesca esperienza di ricevere il «brevetto Alexander» quale «partigiano ferito» e di subire al contempo un procedimento di epurazione come «fascista», con conseguente perdita del posto di lavoro. Seguono per la protagonista la lotta con la miseria e la sua vergogna, i successi scolastici accompagnati da un sentimento di solitudine e incomprensione nel rapporto con gli altri, la perdita definitiva del mondo dell’infanzia toscana rappresentata dalla morte della nonna. La narrazione di tutte le successive vicende torna sempre all’istante dell’amara disillusione da parte di coloro «per i quali la guerra non è finita nel 1945».

    È la gente comune che ci angoscia, quella che si trasforma in un minuto e commette assassinio, delazione, oltraggio di cadaveri e, in un minuto, torna a piccole vite: onesta, grigia,

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