Anonimo
Anonimo ha chiesto in Scuola ed educazioneCompiti · 1 decennio fa

piccola ricerca.....urgente x doma mattinaaaa?

ciao a tutti mi potreste fare una piccola ricerca sulla "questione sociale"??

x favore..

1 risposta

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  • 1 decennio fa
    Risposta preferita

    credo di aver trovato qualcosa:

    A metà dell'Ottocento, e sempre di più con il trascorrere degli anni, il paesaggio europeo si arricchì di un nuovo protagonista: le ciminiere delle fabbriche, vere e proprie torri del capitalismo, che diffondevano dense colonne di fumo nelle città sempre più popolate di uomini, donne, bambini. Per gli osservatori di quel secolo, che si trovavano a descrivere la realtà nuova della grande città, le trasformazioni degli spazi urbani rappresentarono il primo, evidente segnale dell'esistenza di una società massificata. Già A. de Tocqueville (La democrazia in America 1835-1840, ed. it. 1884) nel descrivere il processo di disgregazione dell'antico regime coglieva il passaggio da una società compattata e gerarchica a una società dinamica, non omogenea, molecolare e individualista. La grande città era il simbolo di un'era nuova, in cui il mutamento sociale diveniva minacciosamente ingovernabile, estraneo ai codici che avevano retto in passato l'ordinamento civile (A. Briggs). In questa realtà, fatta di ciminiere e di fuliggine all'esterno e di miseria e degradazione all'interno, prese corpo una domanda fondamentale: come è possibile che il processo economico e sociale da cui dipende la prosperità di una nazione sia responsabile anche di una spaventosa concentrazione di povertà e di degrado? Dare risposta a ta le quesito significava in primo luogo affermare l'esistenza di una questione sociale e in secondo luogo coglierne il profondo significato politico.

    DA ENGELS A WEBER. La prima argomentata analisi, che costituisce un contributo originale alla costruzione di una sociologia delle classi, fu quella di F. Engels, che ha legato, nella sua opera La situazione della classe operaia in Inghilterra (1845, ed. it. 1899), la storia del lavoro salariato in fabbrica alla storia della città industriale, alla condizione urbana, alla concentrazione di lavoro e di povertà che in essa si realizzava, alle enormi questioni di portata sociale che vi si determinavano. Pochi decenni più tardi, alle soglie del Novecento, l'osservazione sociologica si trovò a fare i conti con una realtà più complessa e nell'analisi sociale entrarono variabili diverse che andavano da quelle tradizionali del reddito, della proprietà, del tipo di professione a quella della mentalità, dei modelli di vita, delle ideologie. M. Weber (Economia e società, 1922, ed. it. 1974) rese sistematiche queste distinzioni individuando nella società la presenza di gruppi che sono accomunati dal possesso di talune rendite (classi possidenti) e gruppi che si caratterizzano per il fatto di agire all'unisono e che diventano classi sociali attraverso i propri comportamenti collettivi. È il caso dei lavoratori che si identificano come classe nel momento in cui organizzano la propria lotta contro gli imprenditori. Le identità sociali quindi non nascono soltanto sul terreno del mestiere, ma anche sul piano delle culture e dei comportamenti. Di conseguenza maggiormente articolati risultano i terreni su cui orientare l'indagine storiografica.

    IL PROBLEMA DELLA SALUTE. Un problema fondamentale è, per esempio, quello della salute. Gli studi sulla lunghezza della vita hanno mostrato differenze notevoli nella vita media fra le varie classi sociali. Il modello più osservato, quello inglese, fornisce a tal proposito dati estremamente significativi. All'inizio degli anni Quaranta dell'Ottocento in Inghilterra artigiani e operai risultavano, in genere, avere una vita media di lunghezza inferiore di più di un quarto rispetto a quella dei professionisti; nelle città industriali la situazione si faceva ancora più drammatica: molto elevata era soprattutto la mortalità infantile e, quando riuscivano a sopravvivere, i figli dei proletari erano precocemente inghiottiti dalla fabbrica. L'industrializzazione assorbiva infatti un esteso lavoro minorile, ben conosciuto per le numerose inchieste di cui fu oggetto e al quale si affiancò quello femminile. Il lavoro minorile e femminile era ricercato perché meno retribuito; a ragione di ciò si davano giustificazioni (quali il fatto che donne e bambini venivano adibiti solo a lavori richiedenti poco sforzo) che gli studi sull'organizzazione del lavoro in fabbrica hanno mostrato essere false. Minori, donne e maschi adulti (l'intera classe operaia) soffrivano tutti condizioni di vita e di lavoro pesantissime: loattestano i numerosi rapporti e le frequenti inchieste condotte all'epoca, lo sottolineano gli storici che si sono interessati alla questione sociale. Non a caso E.P. Thompson (Società patrizia e cultura plebea. Otto saggi di antropologia storica sull'Inghilterra del Settecento, raccolta italiana del 1981) scriveva, a conclusione della sua analisi sulle condizioni di vita della classe operaia britannica nella sua fase di formazione, che nel 1840 si stava meglio di cinquant'anni prima, ma si era sofferto e si continuava a soffrire come un'esperienza catastrofica questo piccolo passo in avanti.

    L'OPPOSIZIONE POLITICA. Questa situazione di degrado sociale provocò anche disordini e rivolte: dal luddismo ai primi scioperi (E.J.E. Hobsbawm, Studi di storia del movimento operaio, 1964, ed. it. 1972), gli operai si organizzarono e si sentirono sempre più un gruppo solidale. Di fronte a tale sviluppo della situazione crebbero le preoccupazioni dei ceti dirigenti e nella sfera politica si svilupparono posizioni che cercarono di correggere l'andamento sociale dell'industrializzazione. Come è stato evidenziato in particolare dagli studiosi che hanno affrontato il problema a livello internazionale rivolgendo le loro analisi oltreché all'Inghilterra (E.P. Thompson, Rivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra, 1963, ed. it. 1969; E.J.E. Hobsbawm, Lavoro, cultura e mentalità nella società industriale, raccolta italiana del 1986) alla Francia (L. Chevalier, Classi lavoratrici e classi pericolose. Parigi nella rivoluzione industriale, 1958, ed. it. 1976), alla Germania (J.J. Leed, La forza lavoro e l'industrializzazione tedesca, in Storia economica Cambridge, vol. VII, 1978, ed. it. 1979) e all'Italia (G. Procacci, La lotta di classe in Italia agli inizi del XX secolo, 1970) del secondo Ottocento, l'industrializzazione mise in moto un doppio ordine di forze: da un lato il potere politico che nello sviluppo dell'industria vide il sorgere di elementi generatori di tensioni sociali, di potenzialità di rivolta, di rifiuto dell'ordine esistente; dall'altro l'affermarsi di nuovi movimenti politici che con il tempo coinvolsero i lavoratori, volti a incidere in maniera profonda sulla condizione proletaria. Gli stessi operai, dal canto loro, svilupparono forme sempre più salde e complesse di autorganizzazione per la difesa dei loro diritti e per migliori condizioni di vita. Da queste molteplici spinte sorse, a partire dalla Gran Bretagna, una legislazione protettiva del lavoro con particolare riguardo alla regolamentazione della giornata lavorativa.

    PRESSIONE DEMOGRAFICA E OCCUPAZIONE. Nella seconda metà dell'Ottocento l'aumento del proletariato e la crescita demografica possono far pensare a un miglioramento del quadro sociale rispetto ai primi anni dell'industrializzazione (M. Livi Bacci, La trasformazione demografica delle società europee, 1977); in realtà questo miglioramento non può essere inteso in senso assoluto e soprattutto fu sempre fortemente condizionato dall'andamento dell'eco nomia, ciclicamente colpita da crisi e depressioni. Nei periodi caratterizzati dalla depressione economica, per esempio gli anni Ottanta e Novanta dell'Ottocento, si aggravava, tra gli altri, il problema della povertà. Gli studiosi del fenomeno della povertà in epoca di preindustrializzazione (B. Geremek, H. Kamen) hanno dimostrato come la soluzione a tale questione fosse tradizionalmente demandata alle amministrazioni cittadine che esercitavano un'autentica prevenzione nei confronti dell'accattonaggio. La povertà era considerata una colpa e l'erogazione dell'assistenza era confinata entro i limiti di un minimo di sussistenza. Inoltre al povero venivano fortemente limitati i diritti: egli non poteva circolare liberamente e non aveva diritto di partecipazione politica. Gli storici hanno sottolineato come invece in fase di sviluppo industriale avanzato il problema si ponesse in termini di questione sociale (disoccupazione, sottoccupazione) da affrontarsi con criteri diversi da quelli che avevano ispirato precedentemente la gestione della povertà. Studi sul caso tedesco, per esempio, hanno mostrato come la presenza di un movimento operaio organizzato impedisse che venissero adottate misure repressive e spingesse il governo a varare una serie di provvedimenti per la tutela del lavoro e dei lavoratori, prima forma di una moderna legislazione sociale (H.U. Wehler). La questione sociale veniva così scomposta secondo due diverse modalità: la gestione della povertà e lo schema di assicurazione per il lavoratore salariato. All'assistenza che produceva gli effetti stigmatizzanti di un'emarginazione sociale riservata al povero considerato colpevole della sua situazione, si affiancò la soluzione assicurativo-previdenziale che avrebbe dovuto garantire l'integrazione del movimento operaio nel sistema borghese e capitalistico attraverso una prospettiva riformistica.

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