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mico ha chiesto in Arte e culturaLibri ed autori · 10 anni fa

Mi serve assolutamente la trama del libro "nel mare ci sono i coccodrilli"?

mi serve se possibile entro domani o al massimo per venerdì.............grazie

3 risposte

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  • ?
    Lv 5
    10 anni fa
    Risposta preferita

    Ho deciso di comprare e leggere “Nel mare ci sono i coccodrilli” perché ho ascoltato l’intervista di Fabio Fazio a Enaiatollah Akbari. Un modo come un altro, a mio avviso, di incontrare un libro. Ho seguito con attenzione e curiosità il racconto di quel ragazzo dai capelli mozzati e dal sorriso diverso. Mi ha attratto il suo modo di parlare italiano, il suo racconto che mescolava atrocità e ironia, sciagura e voglia di vivere insieme ad immagini agghiaccianti trasposte con lo sguardo di chi, seppur poco più che ventenne, ha già visto e raccolto decine di mondi.

    Fabio Geda ha dato voce e inchiostro alla storia di Enaiatollah. Leggendo “Nel mare ci sono i coccodrilli” ho avuto la sensazione di sedermi anche io accanto a loro, al ragazzo afgano e allo scrittore italiano, per ascoltare un’incredibile avventura. Una storia che incanta e rapisce perché, pagina dopo pagina, riesce a condurre attraverso spazi e tempi che sono quelli che conosciamo ma che in realtà non conosciamo affatto perché troppo spesso filtrati da pregiudizi, approssimazioni, luoghi comuni e finzioni mediatiche. Geda lascia intatta la voce di Enaiatollah, non la camuffa, non la adultera e non la dissolve. E’ per questo che anche io ho ascoltato Enaiatollah.

    Il racconto inizia quando Enaiatollah ha intorno ai dieci anni ed è “alto come una capra”. L’età precisa di Enaiatollah non è nota: nessuno sa esattamente in che giorno e in che anno sia nato. Lui è un afgano hazara, etnia che, secondo la leggenda, discenderebbe da Gengis Khan, quindi da progenitori mongoli. E’ forse per questo che per i taleban e per i pasthun gli hazara sono inferiori. Ed è per questo che gli hazara vengono spesso perseguitati e uccisi. Ed è per questo che la madre di Enaiatollah, ormai senza marito, ucciso qualche anno prima, un giorno, decide di salvare suo figlio portandolo in Pakistan. Lo lascia solo facendosi promettere che sarebbe diventato un uomo per bene. “La mattina dopo non era più sul materasso con me e quando sono andato a chiedere a kaka Rahim, il padrone del samavat Qgazi, se sapeva dove fosse, quello mi ha detto che sì, era tornata a casa da mio fratello e mia sorella. Allora mi sono seduto in un angolo, tra due sedie, ma non sopra le sedie, per terra, sui talloni, e ho pensato che dovevo pensare e che pensare di dovere pensare, come diceva sempre il mio maestro, è già una grande cosa. Ma non c’erano pensieri dentro la mia testa, solo una luce che seppelliva tutto e non mi faceva vedere niente, come quando guardi il sole”.

    Il lungo viaggio “in solitaria” di Enaiatollah inizia qui. Dal Pakistan, da un samavat, da una terra e da un mondo che non conosce. Nascere in Afghanistan significa dover diventare grandi molto in fretta, essere “abbandonati” in un Paese diverso quando si è solo dei bambini da una madre che vuole solo il tuo bene, significa che sei già cresciuto.

    Enaiatollah cerca di darsi da fare e di lavorare come e con chi può. Conosce la strada, le botte, la fame e le difficoltà. Sceglie, dopo poco, di andare via. Nuova meta: Iran. L’unico modo per arrivarci è quello di rivolgersi a dei trafficanti di uomini. La storia di Enaiatollah spiega perfettamente, in decine di modi, quanto sia vasto e devastante il mercato della merce umana, forse l’affare più ghiotto della storia.

    Si fugge per colpa della guerra, della povertà, delle persecuzioni, della miseria ed il sogno è uguale per tutti: vivere meglio. In Iran Enaiatollah lavora in un cantiere dove si costruisce un condominio insieme a tantissimi altri stranieri che, come lui, sono arrivati da est e che vengono sfruttati e schiacciati dai ricatti dei contrabbandieri, dalla mancanza di libertà e dai rimpatri forzati da parte della polizia iraniana. La paura è presenza costante e pressante e proprio perché Enaiatollah non vuole più vivere nella paura che decide di andare in Turchia.

    Sono passati quattro anni e mezzo da quando Enaiatollah ha lasciato Nava, il paese afgano in cui è nato. La Turchia la raggiunge a piedi, oltrepassando le montagne. Ventisette giorni di stenti, buio, freddo e morti. Perché qualcuno, durante la tragica traversata, muore e viene abbandonato lungo la strada. Poi il tragitto nel doppio fondo di un camion, Enaiatollah si fa “groviglio di carne” e per tre giorni resta chiuso, insieme a circa altre ottanta persone, in cinquanta centimetri di spazio. Poi, finalmente, Istanbul. “Era molto più difficile azzardare una vita dignitosa a Istanbul che in Iran. E qualche volta mi sono detto: Che cosa ho fatto? Poi mi venivano in mente i rimpatri a Herat e tutto, i posti di blocco, i capelli rasati, e allora pensavo che in fondo in quel parco di Istanbul ci stavo bene. Una doccia a casa di qualcuno. Il cibo raccattato in giro. I giorni mi scorrevano addosso e la vita attorno, come un fiume. Mi stavo trasformando in uno scoglio”.

    La Grecia arriva qualche tempo più tardi. Ma la Grecia è al di là del mare e il mare è pericoloso perché, come spiega Hussein Alì, uno dei ragazzini che tenta

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  • Anonimo
    3 anni fa

    Quando sono andato a Instambul ho trovato l’hotel tramite questo sito https://tr.im/1eGD4 ha prezzi bassi e guardando in giro ho visto che è il migliore .

    Istanbul è una città ricca di fascino e di mistero, una metropoli che si estende tra il continente europeo e quello asiatico, divisa dal suggestivo Stretto del Bosforo.Vista da sembra un continuo susseguirsi di grandi cupole di chiese cristiane, come quella della bellissima Aya Sofya, o di meravigliose moschee, come la famosa Moschea Blu.È una città unica nel suo genere, con un sacco di cose da visitare e da fare .

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  • 10 anni fa

    Questo libro mi ha commosso, mi ha coinvolto, mi ha straziato e mi ha tolto e al tempo stesso ridato fiducia nel genere umano. La storia è coinvolgente, lo stile scorrevole, le parole di Enaiatollah serene anche quando narra ciò che a noi occidentali può apparire incredibile: l'abbandono, la sofferenza, la forza di non arrendersi, la ricerca di una vita migliore, magari dsoltanto priva di paura, magari soltanto la garanzia di un piatto di minestra due volte al giorno. Un libro da regalare a chi comprende la pena dei migranti e a chi non la comprende. Facesse aprire gli occhi anche soltanto a qualcuno, sarebbe comunque un risultato importante.

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