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Luisa Pane ha chiesto in Scuola ed educazioneCompiti · 1 decennio fa

devo fare un tema sul gioco analizzato dal punto di vista pedagogico. potreste aiutarmi pleaseeeeee?

2 risposte

Classificazione
  • 1 decennio fa
    Risposta preferita

    La funzione del gioco nella vita psico-fisica

    Il gioco rappresenta un esercizio fondamentale nella strutturazione della personalità, specialmente di quella in età evolutiva. Teorie psicologiche o biologiche hanno cercato di spiegarne la ragione:

    A) Gioco come superfluo di energia, secondo cui il soggetto dispone di un'eccessiva carica energetica che ha bisogno di scaricare, facendo qualunque tipo di gioco. È stato però osservato che a volte il bambino (se l'interesse persiste) gioca anche dopo l'insorgere della stanchezza; inoltre la teoria, non spiega il motivo per cui un bambino sceglie un gioco piuttosto che un altro.

    B) Gioco come residuo di funzioni ataviche, secondo cui il soggetto riproduce spontaneamente alcune attività dei lontani predecessori che oggi appaiono inutili. Ad es. la lotta soddisfa una tendenza ancestrale; attuandola il soggetto se ne libera, in quanto considera l'avversario un partner indispensabile. Giocare molto da bambini (insieme ad altri bambini) significa avere più probabilità di socializzazione da adulti. Questa teoria è comunque strettamente legata alla legge bio-genetica di Haeckel, secondo cui lo sviluppo dell'individuo ricapitola l'evoluzione della specie (ad es. bambino = uomo primitivo). Questa teoria però, se può spiegare giochi come la lotta, la corsa, l'inseguimento, la caccia..., non può spiegare molti altri giochi frutto dell'imitazione dell'adulto da parte del bambino.

    C) Gioco come funzione e conservazione dello sviluppo, secondo cui da un lato esso sviluppa e conserva le funzioni utili alla vita adulta e, dall'altro, agisce come una valvola di sicurezza per scaricare l'energia di alcune tendenze antisociali che l'individuo si porta con sé dalla nascita. Questa teoria però non spiega il gioco negli adulti.

    D) Gioco come esercizio preparatorio, secondo cui l'attività ludica ha il compito di esercitare funzioni biologiche che saranno poi utilizzate nella vita adulta (ad es. il gattino salta sul gomitolo che gli rotola davanti e lo addenta, come in seguito farà col topo). Questa teoria è stata accettata da pedagogisti come Froebel, Claparède e Decroly...........

    ALTRA FONTE:

    Solitamente si è portati a credere che il gioco sia solo un passatempo, un momento di svago adatto soprattutto alla fase della giovinezza. Diversi contributi pedagocici, invece, sottolineano il gioco come luogo e momento privilegiato dell'educazione

    Per secoli il gioco è stato visto come un’attività solamente “constatata” e, per lo più, disistimata quanto al suo significato e al suo valore. Le categorie molto approssimative e superficiali di questa visione della manifestazione ludica erano la spensieratezza e l’attività per l’attività...............

  • Vero
    Lv 5
    1 decennio fa

    Parlare di gioco nel terzo millennio, riferendosi a qualcosa di diverso dal virtuale, farebbe sorridere molti giovani. Per loro, infatti, l’orsacchiotto di pezza è cosa ormai superato, che non soddisfa le loro esigenze ludiche.

    La società attuale è all’insegna del virtuale, di tutto ciò che non è tangibile e concreto, nell’ottica di un mondo sempre più impersonale e povero di relazioni.

    Attraverso il mio lavoro di tesi, ho cercato di recuperare l’autentico valore pedagogico del gioco, ormai perduto da tempo. Questo, nella prospettiva di proporre una nuova pedagogia del gioco ricca di indicazioni educative e contributi propositivi. In questo senso, un ruolo importante è sostenuto dall’educatore, e con ciò intendo genitori, insegnanti e tutti coloro che sono impiegati nell’educazione del bambino. Quest’ultimo è spesso indifeso di fronte alla diffusione massiccia del male insito nella nuova tecnologia. Perciò la presenza costante di un adulto, che possa intervenire in situazione malsane, è vitale.

    Nel primo capitolo, attraverso uno sguardo nel passato, ho descritto la storia del gioco e del giocattolo. Una storia lunga e versatile in base ai cambiamenti culturali e societari nel tempo. Si è partiti, infatti, dal gioco nelle società primitive, passando poi per l’antichità classica, l’età di mezzo, l’età moderna, per giungere all’età contemporanea. Da questo excursus storico è emerso come tanto è cambiato, soprattutto se si fa un confronto diretto tra l’età moderna, ad esempio, e l’era tecnologica. Quindi tra il gioco fatto con le bambole o il trenino e il videogame.

    Nel secondo capitolo, attraverso una divagazione storica, ho considerato il punto di vista e il pensiero di molti pedagogisti. Rousseau, Pestalozzi, Froebel, Herbart, Montessori, le sorelle Agazzi, Dewey, Decroly, Claprede, Hessen e Freinet hanno contribuito in maniera rilevante a costruire il significato e il valore pedagogico del gioco. È un percorso cronologico che comincia nella seconda metà del 700 con Rousseau, per concludersi all’inizio del 900 con Freinet. È bene precisare che tanti altri personaggi illustri si sono dedicati al tema del gioco. Malgrado ciò, la mia è un’analisi prettamente storico-pedagogica, lungi da me un’interpretazione psicologica o sociologica.

    Comunque, le conquiste dei nostri pedagogisti, hanno gettato le basi per costruire una pedagogia del gioco. Questa non è ancora una scienza autonoma ma si sta lavorando in questo senso, per renderla tale.

    Una volta chiarito il percorso storico, nel terzo capitolo, ho sottolineato quale sia il valore pedagogico ed educativo del gioco oggi. Quindi, quali siano le sue funzioni formative: gioco come attività socializzante, con valenze linguistiche, creative e nell’ottica dell’acquisizione dell’autonomia. Questo discorso getta le basi per il costruirsi di una pedagogia del gioco, di non facile attuazione ma ricca di presupposti per realizzarla.

    Nel quarto capitolo, dopo aver disegnato un quadro della società attuale, governata e sopraffatta dalla tecnologia, ho descritto quali sono le implicazioni negative a cui va incontro la ludicità. Infatti si è passati molto velocemente dall’orsacchiotto di pezza alla consolle e ai videogiochi. Questi ultimi, puramente virtuali, sopprimono la personalità del giovane e lo rendono omologato e conforme al gioco che va di moda. Tutto ciò è reso possibile, dai computer, ovviamente, ma anche dalla televisione, dai media in generale, da Internet e da tutto ciò che ne scaturisce. Anche per questa disquisizione sono esposti alcuni contributi propositivi, che possono permettere di recuperare il senso educativo della ludicità, superando l’aspetto virtuale.

    Infine, nell’ultimo capitolo, ho deciso di raccontare la mia esperienza nella danza. Infatti la letteratura moderna della danza ha fatto grandi conquiste: una molto importante è il Giocodanza®, ovvero una didattica messa a punto da Marinella Santini, che avvicina la danza al gioco. È una forma di educazione realizzata soprattutto per i bambini di età compresa tra i 4 e gli 8 anni, che serve a rendere la lezione meno rigida. Questa forma di gioco può essere utilizzata in molte tipologie di sport, i quali si stanno orientando in quest’ottica. Infatti una conquista recente è la pedagogia dello sport, anche questa non considerata ancora come scienza autonoma, che cerca di unire il gioco alle attività motorie. Per concludere, la danza-gioco ha sicuramente delle finalità educative, rivolte soprattutto ai più piccoli, che possono essere aggiunte alla mia lista di indicazioni operative per rendere esecutivo il recupero del valore pedagogico del gioco.

    trovato questo, spero possa aiutarti!

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