aiuto 10 p al primo italiano?

ciao ragazzi devo trasformare il testo piccione comunale in prima persona ,cioè deve essere marcovaldo a raccontare

ecco a voi il testo dopo la pag 14 http://194.116.10.212/intrane/Circolari/compitivac...

3 risposte

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  • Anonimo
    10 anni fa
    Risposta preferita

    Una volta, un volo di beccacce autunnali apparve nella fetta di cielo d’una via. E me ne accorsi solo

    io, che camminavo sempre con il naso all’aria. Ero su un triciclo furgoncino, e vedendo gli uccelli pedalai

    più forte, come andassi al loro inseguimento, preso da una fantasticheria di cacciatore, sebbene non avessi

    mai imbracciato altro fucile che quello del soldato. E così andando, cogli occhio agli uccelli che volavano, mi trovai in mezzo ad un crocevia, col semaforo rosso, tra le macchine, e fui un pelo dall’essere investito.

    Mentre il vigile con la faccia paonazza mi prendeva nome e indirizzo sul taccuino, cercai ancora

    con lo sguardo quelle ali nel cielo, ma erano scomparse.

    Per tutto il giorno il mio cervello macinò, macinò come un mulino. “Se sabato, com’è probabile,

    ci sarà pieno di cacciatori in collina, chissà quante beccacce caleranno in città; se sono in gamba, domenica

    mangerò beccaccia arrosto”.

    Il casamento dove abitavo aveva il tetto fatto a terrazza, coi fili di ferro per stendere la roba ad

    asciugare. ci salii con due dei miei figli, con un bidone di vischio, un pennello e un sacco di

    granone. Mentre i bambini spargevano chicchi di granone dappertutto, io spennellavo di vischio i parapetti,

    i fili di ferro, le cornici dei comignoli.

    Quella notte sognai il tetto cosparso di beccacce invischiate sussultanti. mia moglie, più vorace e

    pigra, sognò anatre già arrosto posate sui comignoli.

    Il giorno dopo, a ogni ora, uno dei bambini andava d’ispezione sul tetto. Verso mezzogiorno, Paolino tornò

    gridandomi: ”Ci sono! Papà! Vieni!”.

    Andai su con un sacco. Impegolato nel vischio c’era un povero piccione, uno di quei grigi

    colombi cittadini, abituati alla folla e al frastuono delle piazze.

    Svolazzando intorno, altri piccioni lo contemplavano tristemente, mentre cercava di spiccicare le ali dalla

    poltiglia su cui s’era malaccortamente posato.

    La mia famiglia ed io stavamo spolpando le ossicine di quel magro e tiglioso piccione fatto arrosto, quando

    sentimmo bussare. Era la cameriera della padrona della mia casa: “La signora la vuole! Venga subito!”

    Molto preoccupato, perché ero indietro di sei mesi con la pigione e temevo lo sfratto, andai

    all’appartamento della signora, al piano nobile. Appena entrato nel salotto, vidi che c’era già un visitatore: la

    guardia dalla faccia paonazza.

    “Venga avanti, Marcovaldo” disse la signora “Mi avvertono che sul nostro terrazzo c’è qualcuno che dà la

    caccia ai colombi del Comune. Ne sa niente, lei?”

    io mi sentii gelare.

    “Signora! Signora!” gridò in quel momento una voce di donna.

    “Che c’è, Teresa?”

    Entrò la lavandaia.

    “Sono andata a stendere in terrazzo, e m’è rimasta tutta la biancheria appiccicata. Ho tirato per staccarla, ma

    si strappa! Tutta rovinata! Cosa mai sarà?”

    mi passavo una mano sullo stomaco come se non riuscissi a digerire.

  • Anonimo
    10 anni fa

    __15

    Leggi con attenzione il brano.

    IL PICCIONE COMUNALE

    Una volta, un volo di beccacce autunnali apparve nella fetta di cielo d’una via. E ME ne accorsi solo

    io, che camminavo sempre naso all’aria. Ero su un triciclo furgoncino, e vedendo gli uccelli pedalai

    più forte, come andassi al loro inseguimento, preso da una fantasticheria di cacciatore, sebbene non avessi

    mai imbracciato altro fucile che quello del soldato. E così andando, cogli occhio agli uccelli che volavano, mi

    trovai in mezzo ad un crocevia, col semaforo rosso, tra le macchine, e fu un pelo dall’essere investito.

    Mentre il vigile con la faccia paonazza mi prendeva nome e indirizzo sul taccuino,io cercai ancora

    con lo sguardo quelle ali nel cielo, ma erano scomparse.

    Per tutto il giorno il cervello macinò, macinò come un mulino. “Se sabato, com’è probabile,

    ci sarà pieno di cacciatori in collina, chissà quante beccacce caleranno in città; se sono in gamba, domenica

    mangerò beccaccia arrosto”.

    Il casamento dove abitavo io aveva il tetto fatto a terrazza, coi fili di ferro per stendere la roba ad

    asciugare. io ci salì con due dei miei figli, con un bidone di vischio

    1

    , un pennello e un sacco di

    granone

    2

    ,Mentre i bambini spargevano chicchi di granone dappertutto, io spennellavo di vischio i parapetti .

    i fili di ferro, le cornici dei comignoli.

    Quella notte sognai il tetto cosparso di beccacce invischiate sussultanti. Mia moglie, più vorace e

    pigra, sognò anatre già arrosto posate sui comignoli.

    Il giorno dopo, a ogni ora, uno dei bambini andava d’ispezione sul tetto. Verso mezzogiorno, Paolino tornò

    gridando: ”Ci sono! Papà! Vieni!”.

    Io andai su con un sacco. Impegolato nel vischio c’era un povero piccione, uno di quei grigi

    colombi cittadini, abituati alla folla e al frastuono delle piazze.

    Svolazzando intorno, altri piccioni lo contemplavano tristemente, mentre cercava di spiccicare le ali dalla

    poltiglia su cui s’era malaccortamente posato.

    La mia famiglia stava spolpando le ossicine di quel magro e tiglioso piccione fatto arrosto, quando

    sentirono bussare. Era la cameriera della padrona di casa: “La signora la vuole! Venga subito!”

    Molto preoccupato, perché ero indietro di sei mesi con la pigione e temevo lo sfratto, andai

    all’appartamento della signora, al piano nobile. Appena entrato nel salotto, vide che c’era già un visitatore: la

    guardia dalla faccia paonazza.

    “Venga avanti, Marcovaldo” disse la signora “Mi avvertono che sul nostro terrazzo c’è qualcuno che dà la

    caccia ai colombi del Comune. Ne sa niente, lei?”

    io mii sentì gelare.

    “Signora! Signora!” gridò in quel momento una voce di donna.

    “Che c’è, Teresa?”

    Entrò la lavandaia

  • 10 anni fa

    Spacco Botilia Amazo Familia... io no sono itagliano... io mi chiamo samir e tu esere remus e egli esere Giusepp e ella Snup dog,..

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