Specchio800 ha chiesto in Società e cultureLingue · 9 anni fa

Riuscite a scorgere una sottile differenza semantica tra "visto e veduto", "perso e perduto"?

anche se l'Accademia della Crusca ci dice che questa differenza non c'è, e che sta solo nel registro linguistico usato?

La perdita descritta da "perduto", è per me infinitamente più grave di quella che descrive un dimesso "perso".

E ciò che ho "veduto" è passato, acquisito e immagazzinato; cosa che un superficiale "visto" non mi permetterebbe mai.

11 risposte

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  • 9 anni fa
    Migliore risposta

    Certo che se il titolo del capolavoro di Proust fosse stato tradotto "Alla ricerca del tempo perso" anziché "Alla ricerca del tempo perduto" qualcosa di più di una lieve differenza semantica si sarebbe avvertita. Inutile dire che il tempo perso (in baggianate ad esempio) non sarà mai il tempo perduto (il passato che rincorriamo con la memoria venata di nostalgia). Forse la differenza è meno forte per visto e veduto anche se il veduto evoca scenari profondi e lontani che il visto può solo sfiorare. Si potrebbe dire che tutto è visto, ma poche cose arrivano a essere vedute.

    Deve essere l' effetto di quella u che con il suo suono sentito o immaginato prolunga e intensifica verso l' intimo, il profondo. Sì, forse è proprio la vibrazione bassa della u su cui cade l' accento piano a evocare il profondo.

  • Pangea
    Lv 7
    9 anni fa

    La avverto anch'io questa sfumatura di significato

    Per quanto le due forme risultino sinonime è inevitabile che suoni diversi evochino sensazioni diverse

    In Perso e Visto c'è provvisorietà

    In Perduto e Veduto c'è qualcosa di definitivo

    Ciò che ho perso non è vitale per me, potrei anche ritrovarlo oppure sostituirlo, in ogni caso non ha importanza

    Ciò che ho visto è scritto a matita e sarà cancellato dall'attimo seguente, uno dei tanti

    Ma non potrò mai dimenticare qualcosa che ho veduto

    Non potrò mai riavere ciò che ho perduto

  • Anonimo
    9 anni fa

    Assolutamente d'accordo!

    E' il suffisso -uto che gli da quella rindondanza del tempo, anche il gesto che fa la bocca quando lo pronunci è indicativo, è come se si soffiasse via qualcosa.

  • Bella analisi, complimenti. Questa, è la mia.

    Atteso che la funzione primaria della ligua e della scrittura è quella di comunicare facendosi comprendere univocamente, bisogna dire che, dal punto di vista strettamente funzionale alla comunicazione, non c'è alcuna differenza tra "visto e veduto" o tra "perso e perduto". Con questa osservazione ti rispondo al perché tu abbia avuto siffatta risposta dagli amici dell'Accademia delle Crusca.

    Puoi dire: «Ho perso l'autobus», oppure «Ho perduto l'autobus» ed anche «Ho visto un gatto», oppure «Ho veduto un gatto» con la stessa valenza di significato, senza che l'efficacia comunicativa sia in alcun modo compromessa.

    C'è però da dire - ed è qui che ti do ragione - che nell'accezione linguistica moderna, "veduto" e "perduto" riferiti ad "autobus" e a "gatto" suonano obsoleti, se non addirittura ridicoli.

    Meglio "visto" e perso". Perché? Perché sono diversi, appunto.

    Quindi, come giustamente sostieni, "perduto" e "veduto" sono degni di ben più alta collocazione sintattica, meglio destinati ad un uso aulico (poesia, letteratura) che non al linguaggio ordinario.

    Da qui, la differenza semantica (mica poi così sottile) che tu hai egregiamente rilevato.

    --- --- ---

    @bacio di ghiaccio

    Attenzione: "visto che" è una locuzione congiuntiva con valore subordinante, non certo un participio passato :-D Comunque un po' ci sei andato vicino.

    Fonte/i: La mia fonte sono io, sempre.
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  • 9 anni fa

    Sono d'accordo. L'inserimento nella variante della declinazione della vocale 'u' produce un suono più gutturale, profondo, rende il termine più onomatopeicamente significativo, cupo, intimo. La lunghezza di tre sillabe anziché di due ne aumenta l'importanza e ne complica in qualche modo l'utilizzo rendendo la declinazione meno gestibile, richiamando maggiore attenzione sulla sua presenza e sul suo significato. L'uso comune, infatti, mi sembra prediliga la velocità di espressione della versione a due sillabe del 'visto' e del 'perso', diretto, veloce, meno impegnativo, di conseguenza il minor utilizzo corrente della versione a tre sillabe conferisce al termine un'accezione che lo fa apparire differente dal primo accentuandone la caratura emotiva, rendendolo in qualche modo definitivo, irreversibile.

  • Anonimo
    9 anni fa

    Ci sto riflettendo, e mi si arroventa il cervello..diamine.. non ne vengo a capo di nulla.

    Sai che anche io, non scorgo differenze davvero significative..

    Ripeto, davvero significative.

    Esempi:

    Ho perduto il mio tempo.

    Ho perso il mio tempo.

    Potrei enfatizzare entrambe le frasi, e questo muterebbe il significato.

    Forse "Perduto e Veduto" riescono ad ampliare la sensazione del tempo a ritroso.

    E anche il suono, che ci infonde la loro pronuncia, potrebbe giocare un ruolo importante.

    Se ho scritto castronerie, stamane non sono in me..chiedo venia.

    Aiuto, mi gira la testa, mi arrendo :)

    * Ore 12:03, sono ancora in balia di questo brillante quesito, mi sono messo in discussione con me stesso.. Stai/state riuscendo, pian piano a farmi cambiare idea, ma prevedo un' intera giornata di tribolazione e riflessione mentale. I mei familiari iniziano a preoccuparsi.

    Mi chiudo nello sgabuzzino, sommerso da dizionari e testi ingialliti.

  • 9 anni fa

    Io sono con te, perduto è più bello e se ho perduto qualcosa l'ho persa più che se l'avessi persa. Ecco.

    È un po come danzare e ballare. Non sono la stessa cosa.

  • ?
    Lv 7
    9 anni fa

    Può darsi che all'origine ci siano motivazioni fonetiche che evocano sfumature di significato (la -u- che allunga la pronuncia della parola).

    Ma questo penso sia la causa mediata ed indiretta: forse è la causa prima, ma proprio per questo è più difficile sostenere con sicurezza il nesso causale.

    La causa mediata e diretta potrebbe invece consistere nel fatto che perduto (e, in misura sensibilmente minore, visto rispetto a veduto) è forma ormai desueta come participio passato rispetto a perso nella formazione dei tempi composti: o è usato come aggettivo o come participio passato in frasi implicite. Ne conseguirebbe che, mentre "perso" viene usato per indicare un'azione nel proprio svolgimento, benché nel passato, in "perduto" indica non un'azione passata, ma uno stato, l'effetto di un'azione ormai compiuta.

    Richiamando categorie grammaticali, perduto evoca più che il "passato" il "perfetto".

    Fonte/i: Speculazioni del dopo pranzo
  • 9 anni fa

    Per me nessuna di solito. Purtuttavia gli esempii che rechi tu mi spingon ad ammettere che in qualche caso eccezionale differenza semantica possa esservi.

  • 9 anni fa

    Ultimamente ho osservato, o per meglio dire, mi sono attenzionata(anche in questo caso vi è una differenza ) alla coscienza umana e all'uso di un linguaggio interculturale.

    I termini più "profondi" sono la poesia del cuore. Ho perso un bracciale non è uguale a: "ho perduto" un oggetto verso il quale ero intimamente legata da un ricordo. Ecco che, smarrire un bracciale, è diverso dal perdere "quel bracciale".

    Il flusso mentale che percorre l'aver visto dall'aver veduto, ha la stessa profondità dell'esempio sopra.

    Vedo tante cose insieme...ne ho vedute poche...

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