Mi servono 2 riassunti di edgar allan poe?

mi servono dei libri

L'incontro

La sepoltura prematura

Vanno benissimo anche 3 o 4 righe vi prego grazie a tutti =D

1 risposta

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  • Anonimo
    8 anni fa
    Migliore risposta

    Comincia così La sepoltura prematura, un famoso racconto di Edgar Allan Poe. È l'introduzione a una storia spaventosa, accaduta – come dice lo scrittore – nella solennità e nella maestà del Vero. Essere sepolti vivi, non v'è dubbio, è la più terribile delle esperienze estreme mai toccate in sorte a un misero mortale. Ma quanto accadde "veramente" a un povero ex pugile della Magliana, a Roma, giovedì 18 febbraio 1988, tocca i confini della sofferenza umana. Per questa ragione, trovando nello scrittore americano già bell'e pronta la premessa più calzante, eccola riproposta tale e quale, nella suggestiva traduzione di Giorgio Manganelli. Navigati poliziotti, consumati carabinieri, magistrati e medici legali, pronti quasi alla pensione, davanti al cadavere di Giancarlo Ricci, 27 anni, ex pugile dilettante, tossicodipendente, così si espressero:

    "Abbiamo visto di tutto. Teste mozzate; donne fatte a pezzi e bollite nei pentoloni del sapone; cadaveri martoriati e poi carbonizzati; giovinastri con i piedi murati nel cemento e gettati nel lago. Ne abbiamo viste di tutti i colori, ma una storia come questa non ci era mai capitata!"

    Furono spulciati gli archivi. Si ritornò con la memoria alla "Strega di Correggio", la famigerata Leonarda Cianciulli, che negli anni dell'immediato dopoguerra trasformava le sue vittime in blocchetti di sapone. La micidiale donna riusciva a squartare e a fare sparire nella marmitta bollente un corpo umano nel giro di pochi minuti. Un magistrato non voleva crederci. Gli sembrava assolutamente impossibile. Era convinto di trovarsi di fronte a una mitomane. Le ordinò di ripetere davanti a lui l'operazione, orologio alla mano. La Cianciulli rispose: "Datemi un cadavere, una **** e i coltelli che mi avete sequestrato e vedrete che lo posso fare in un quarto d'ora!"

    Di lì a qualche settimana l'esperimento fu eseguito. Sul tavolaccio di fronte all'imputata venne adagiato il cadavere vestito di un barbone senza nome, giacente all'Istituto di medicina legale.

    La "Strega di Correggio" si mise subito al lavoro, osservata dai giudici, dal perito e da un cancelliere incaricato di cronometrare i tempi del macabro esperimento. Per spogliare la salma la donna ci mise esattamente un minuto e cinque secondi. Poi, da brava massaia che sa come preparare un pollo per la cottura, squartò il cadavere in nove parti, segando ossa, tagliando con il forbicione tendini e cartilagini e scontornando con la punta del coltello gli arti da staccare. In quel modo aveva agito sulle sue vittime, prima di tuffare nel pentolone i vari pezzi per trasformarli, dopo diverse ebollizioni, in sapone comune. Per quanto cinica e mostruosa fosse stata l'attività di Leonarda Cianciulli, era ancora poca cosa rispetto a quanto avvenne quel giovedì 18 febbraio del 1988 nella bottega del tosacani Pietro De Negri, in via della Magliana 253. Un giornalista, sempre cercando un raffronto possibile con il più efferato delitto di Roma, resuscitò dal dimenticatoio un fatto di sangue del dopoguerra: la strage di via San Gregorio a Milano nel 1946, consumata in un appartamentino dove furono trovati i corpi massacrati di una madre di 35 anni, Franca Pappalardo, e dei suoi tre bambini. Rina Fort fu condannata all'ergastolo: confessò di aver sfondato il cranio alla donna, ma negò sempre di aver ucciso anche i ragazzini. Ma il giornalista, che in cuor suo non riteneva di aver trovato ancora un degno gemello del crimine di via della Magliana, andò a ripescare un altro fattaccio di quel maledetto 1946. Nel deposito bagagli della stazione di Chiavari due valigie avevano cominciato a emettere odori nauseabondi. In una si trovò il tronco di una donna, nell'altra la testa.

    Subito dopo la morte del giovane pugile si aprì in Italia una specie di gara alla ricerca del delitto più macabro del secolo: un crimine che potesse minimamente competere con l'ultimo, raccapricciante omicidio avvenuto nella capitale. Qualcuno ricordò che nell'ottobre del 1930, sulla spiaggia di Ostia furono trovati pezzi di un corpo umano e sulla spiaggia di Santa Marinella le due gambe isolate. Dell'omicidio fu accusato un piccolo albergatore di La Spezia, tal Serviatti, che aveva già confessato di aver fatto a pezzi altre due donne. Il vetriolo sulla faccia e i proiettili in corpo a Farouk Chourbagi nel celebre "Caso Bebawi"; i corpi fatti a pezzi e ficcati dentro sacchi di juta ad opera del cosiddetto "Mostro del Tevere"; gli innumerevoli, folli, gratuiti omicidi del cosiddetto "Mostro di Nerola"... non riescono a reggere il confronto con l'assassinio eseguito con meticolosa, infaticabile determinazione da colui che negli annali del crimine verrà indicato come "il canaro".

    La differenza tra tutti gli altri delitti e il suo sta nel fatto che mentre gli altri assassini squartarono cadaveri, lui fece a pezzi un uomo ancora vivo, costringendolo a rimanere, fino all'ultimo respiro, testimone oculare delle mutilazioni che subiva.

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