Anonimo
Anonimo ha chiesto in Arte e culturaLibri ed autori · 9 anni fa

Ho bisogno di un parere sincero sul mio racconto?

Tacchi a spillo ticchettano sul marciapiedi. Scarpe rosse, lucide, vertiginosamente alte. L’intera periferia è buia, solo la luce azzurra dell’insegna di un pub rischiara a intervalli la lunga via deserta. La luna, tonda, fa capolino dietro una sfilacciata nuvola evanescente e pare con essa coprirsi il volto per celare il proprio sorrisetto irrisorio, mentre tutte le stelle odono il suo ridere soffocato e anche loro, maligne, si uniscono alla burla, schernendo lo squallido panorama di cui il destino le ha volute uniche testimoni. Illuminano d’un pallore spettrale il viso della donna che si affretta verso la più larga strada nera, rivelandone i sottili lineamenti sfuggenti, il mento appuntito e gli zigomi alti. Ha freddo, si stringe addosso il leggero cardigan scuro che indossa sullo striminzito corpetto. I piedi le dolgono, ma continua a camminare; il ritmico rumore che i suoi passi producono la inquieta : tac, tac, tac, tac, tac, tac. Calzature scomode, provocanti ma inadatte a un quartiere malfamato, in piena notte. Tic, tac, tic, tac, tic, tac.La più sottile e rumorosa delle lancette che sgrana i secondi sul quadrante. L’orologio a muro appeso in cucina, blu, incorniciato dai numeri romani.Tic, tac, tic, tac, tic, tac. Il pigro oscillare di un pendolo.Tic tac tic tac tic tac , un minaccioso conto alla rovescia, accelera, tictacticatictac, sempre più rapido, amplificato di mille volte, assordante, inesauribile.TIC, TAC, TIC, TAC, TIC, TAC.Come nel suo incubo ricorrente, sempre puntuale al suo capezzale, inattesa e sgradevole compagnia.Prigioniera di un enorme orologio, giganteschi ingranaggi fatali che le strappano le vesti, che la feriscono, noncuranti, talmente grandi.Chiude gli occhi e di nuovo riesce a vedersi intrappolata tra smisurate metalliche ruote, osserva sé stessa pietrificata dalla paura, immobile per lo sgomento, una smorfia di terrore sul viso cereo e scarno- più scarno di quanto sia in realtà, lo sguardo impotente fisso su un rilucente marchingegno sul punto di azionare a catene letali ruote dentate che, perfide, le lacereranno l’abito rosso-la macabra imitazione di un vestitino infantile, il suo preferito all’età di sette anni. Contempla il suo dolore, ode le sue strazianti grida come il più insensibile degli spettatori che resta impassibile a teatro, estraneo alla commozione altrui. Guarda la scena da una diversa prospettiva, al riparo dal pericolo che minaccia il suo pallido riflesso, acquattata in un angolo remoto.D’un tratto incrocia il suo sguardo.

Implora aiuto, le chiede di intervenire.

Ma lei si volta, indifferente, disgustata dalle sue isteriche strilla. Il corpo viene dilaniato tra brandelli di stoffa rossa- l’abitino più bello che abbia mai posseduto, a pezzi.

Si risveglia, sudata, nella sua candida camicia da notte; non c’è traccia di sangue, o dolore. Però ha gli occhi grigi pieni di lacrime, il guanciale è umido

Apre gli occhi, li sbarra, geme. Come un fotogramma, nella sua mente è impressa- marchiata a fuoco, l’immagine di sé stessa, adulta, così ridicolmente fasciata dal gonfio vestitino rosso. Minuscola, inverosimilmente rimpicciolita. Come Alice. Esattamente come Alice.

La sua fiaba preferita, Alice nel Paese delle Meraviglie.

Non disperare, Alice, assaggia un biscotto.

Ma niente biscotti.

-TAGLIATELE LA TESTA!-

Sente all’improvviso la voce di suo padre che ordinava, con l’imperioso tono della regina, di uccidere Alice.

(Alice fuggiva.)

Come se fosse lì, a rileggerle la storia (“Ancora!? Basta, piccola, è ora di andare a dormire.”)

Ma intorno tutto resta immobile, non il frusciare d’una foglia (“Per l’ultima volta, poi fili a lavarti i denti!”)

Solo il preciso picchiettio, il fracasso del tempo che scorre. (“C’era una volta..”)

Tic, tac, tic, tac, tic, tac.

Si china a slacciare il cinturino delle sue calzature. Riprende a camminare, scalza, tenendo in mano le scarpe, incurante del lieve dolore che la trama irregolare della pavimentazione le provoca ai piedi nudi.Prosegue.

Tic, tac, tic, tac, tic, tac.

Aggiornamento:

Allora, io faccio il quinto ginnasio e chiunque può giudicarmi, non per altro ho postato questo racconto su Yahoo ;)

Avete ragione, non si capisce per una semplice ragione: nella sua versione originale alcune parti sono scritte in corsivo, che visivamente e logicamente crea una sorta di parallelismo tra il momento del sogno e quello del ricordo.

Ringrazio tutti, pensavo molto peggio!

5 risposte

Classificazione
  • 9 anni fa
    Risposta preferita

    È carino ... Non si capisce molto bene quello che succede quando dorme... Ed è trooooopppoooo dettagliato...

  • 9 anni fa

    non mi permetto di correggerti una virgola, mi piace il modo in cui scrivi.

  • faccio la quarta ginnasio quindi non posso giudicarti perché sono ancora piccola x farlo e non sono esperta.

    Secondo me, il linguaggio che usi è più che corretto ed è di alta qualità. La storia è originale, però se devo essere sincera non l'ho capita molto e non la vicenda non ha un culmine..

    ciao e un bacio<3

  • Ale
    Lv 4
    9 anni fa

    bello, assolutamente bello.

    Se devo trovare qualcosa che non va è il ritmo, troppo veloce e ricco di dettagli all inizio e troppo scarno e lento verso la fine

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  • Anonimo
    9 anni fa

    non ho voglia di leggere.

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