Sto scrivendo un romanzo. Potrei avere un parere?

Sogno.

Ho tentato un'impresa impossibile. Ho provato a sciogliere fili d'inchiostro indissolubilmente legati tra loro. Mentre cercavo di sciogliere i nodi ho colto qualche barlume, lì dietro alla porta che è buia da tanto tempo, e mi sono spaventata; non vedevo la luce da centinaia di anni, così ho lasciato i miei fili d'inchiostro e sono corsa verso il bagliore fioco: l'ho sfiorato, era freddo. Ho acceso una candela e ho cercato di far più luce possibile, ma il buio attorno a me è aumentato. Fuori, solo il rumore della pioggia intenta a respirare ogni atomo della città nera e desolata.

Sento urla strazianti ovunque. Non capisco da dove provengano; mi guardo intorno e penso di essere morta.

Mi sveglio.

Il cuscino è ancora bagnato di lacrime calde. Sfioro appena il mio viso e provo pena per me stessa. Mi alzo e raggiungo lo specchio: ho la faccia di una a cui è appena morto il gatto. Sono funerea.

Mi vesto in fretta e furia senza badare al disordine della camera, e dopo una passata di trucco leggero sugli zigomi e sugli occhi, mi dirigo verso la porta ed esco a fare una passeggiata. La giornata è estremamente calda; il cielo è sgombro di nuvole e gli alberi sembrano essersi risvegliati dal torpore notturno. Cammino a passo veloce, con la sensazione di essere seguita da qualcuno. Un assassino forse.

“Buongiorno Magdeleine!”

“Buongiorno a lei Mrs Dalloway!”

Alzo il braccio in segno di saluto e continuo per la mia strada, con un senso di antipatia e disprezzo più forti di prima. E come può una giornata promettere bene se si incontra una Mrs Dalloway per strada?

I tempi in cui si intratteneva a casa di mia nonna erano finiti da un pezzo; dopo la sua morte non è mai più venuta a trovarmi, forse per un’ antipatia reciproca, forse per vergogna. La vedo dirigersi a passi lenti e con fare incerto verso quella che dovrebbe essere la sua dimora, una casetta da quattro soldi con le tende rotte e milioni di strambi gatti che si aggirano nel giardino.

Vecchi ricordi mi assalgono come frecce scagliate a velocità stellari. La polvere di casa della nonna, le strane storie che mi raccontava quando non riuscivo a dormire. Mi manca, mi manca davvero tanto.

Mi siedo sulla panchina del parco in Stantford Street, per raccogliere i pensieri. E penso a Rose, la mia balia, e a quella storia che mi tormenta ancora oggi. A volte ci sono storie che non trovano posto in questa vita. Forse perché sono nate in un posto sbagliato, gremito di veleni e serpi, di trappole fatte di polvere e sangue, di ipocrisia e malignità; o semplicemente perché sono troppo grandi per poter vivere in un mondo così limitato. Certo è che i grandi amori vanno oltre, e a volte ritornano: per loro la fine di una vita non rappresenta mai un ostacolo. Avevo sentito parlare dalla cara vecchia Rose (Dio la benedica), della storia di Elizabeth ed Edmund, due amanti persi ai tempi del lontano ed impolverato 1505, che ancora oggi si aggirano per le vie del castello di Ashford tormentando gli eredi di coloro che li portarono alla morte. Queste storie mi hanno da sempre affascinata. Mi piace immaginarle come sprazzi di energia divina racchiusi tra un bacio o un abbraccio, quasi sempre finiti tra strade insanguinate o roghi dimenticati da tutti. L’eternità esiste solo per loro, per i due amanti, che continuano ad amarsi anche dopo quella vita che non è mai stata abbastanza per soddisfare i loro grandiosi e patetici desideri. Ricordo di quando Rose mi rimboccava dolcemente le coperte con quel suo tocco leggero, e mi diceva che se non avessi dormito, gli spiriti di Magdeleine ed Edmund sarebbero venuti a prendermi durante la notte; mi mise una tale paura addosso, che se qualche sera non mi capitava di addormentarmi immediatamente, vedevo mani d’avorio e sentivo urla strazianti dovunque. Ah, quanto mi manca la cara vecchia Rose! Passavamo lunghi pomeriggi a raccontarci storie e a ridere di questo o di quell’altro per poi bere del tè in compagnia di qualche sua amica stramba (quasi sempre di Dingle, dove prima abitava), vestita in modo impeccabile e con grandi cappelli piumati da far invidia ad un pavone. Ciò che ricordo bene di lei, è che quando parlava non ti guardava mai negli occhi; mirava ad un punto lontano, e la mia impressione era che vedesse davvero ciò di cui raccontava. Soprattutto succedeva quando mi parlava di suo marito, morto pochi anni dopo il loro matrimonio in guerra, o di sua sorella annegata in un fiume all’età di 8 anni. Credo fosse rimasta traumatizzata da queste due tragedie, perché Rose non è mai stata del tutto normale; molti la consideravano pazza per la sua strana abitudine di parlare da sola, e per il suo sguardo spiritato che ti metteva la stizza addosso quelle poche volte che ti fissava negli occhi. Per me Rose era normalissima, anzi, anche più che normale, e per questo molti la consideravano psicopatica.

3 risposte

Classificazione
  • 8 anni fa
    Migliore risposta

    Indubbiamente sai scrivere, ma ti do un consiglio da una lettrice: se questo è l'inizio, non acchiappa affatto, perché è troppo lungo, intricato, ha troppe espressioni poetiche messe un po' a caso (e poi l'espressione "mi è morto il gatto" con il registro linguistico che usi non c'entra niente). Prova a stringere il brodo.

    La protagonista si sveglia, è triste, anzi depressa. Esce di casa e incontra mrs dalloway con cui non ha rapporti dalla morte della nonna. Sostanzialmente limitati ai fatti e per dare più pathos usa comunque tutte le figure allegoriche che vuoi, ma non esagerando come adesso.

    I lettori vogliono l'azione del personaggio non le sue pippe mentali.

    Fonte/i: Collaboratrice associazione di sostegno per scrittori esordienti.
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  • 8 anni fa

    credo che i pensieri della protagonista siano un po' troppo ingarbugliati...non si capisce molto della storia

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  • 8 anni fa

    D: Pollice in su chi non ha letto tutto XD

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