etcetera ha chiesto in Arte e culturaFilosofia · 8 anni fa

A cosa possiamo finalizzare il merito per rendere meritevole chi lo realizza?

Il merito stimolato dalla competizione è diventato un mantra del liberismo contemporaneo in sinergia con il darwinismo sociale, ma in realtà è un vero e proprio cardine mitologico del pensiero borghese da sempre (bella forza: i borghesi non avevano diritti di nascita o influssi divini da vantare, ma la loro professionalità appresa da far valere): se si compete al meglio è inevitabile che il meglio si affermi sempre in un divenire senza limiti di progresso.

Si dice anche che la ragione di tutti i mali del paese sta nel fatto che al principio del merito si è sostituito quello di garanzia di fedeltà (lo dice Zingales, ma certo non solo), dunque bisogna salvare il merito dei capaci. In Italia infatti al bravo realizzatore si preferisce l' incapace fedele e d' altra parte la fedeltà è l'unica virtù degli incapaci in ogni campo (ormai pure quello amoroso). E chi oserebbe metterlo in dubbio nel paese sempre più declinante di parentopoli?

Eppure c'è qualcosa che non mi convince, perché è assurdo che il merito sia preso funzionale a se stesso: il merito è sempre merito a qualcosa ed è il qualcosa a rendere il merito meritevole o immeritevole, il qualcosa non si può sottendere o tacere. In fondo anche il parassita, il ladro, l' assassino possono avere merito nel loro saper agire se operano in modo efficace ed efficiente. Il merito come risultato tecnico funzionale autoreferente rischia di essere disastroso. Ma se è così e se ogni metafisica e morale fondata sui valori è passata di moda cosa può rendere il merito (la propria capacità a funzionare e produrre) meritevole? Cosa può dargli un significato e un senso di modo che si possa ancora capire la differenza tra un delinquente capace (e dunque che ha il merito di essersi realizzato sapendo delinquere con successo o anche di aver parassitato con grande arte di parassita) e una brava persona capace?

Aggiornamento:

Il tuo esempio sui chirurghi gio action mi fa venire in mente un altro caso. Supponiamo che dei 2 chirurghi il più abile fosse una persona priva di qualsiasi virtù etica (quella che tu definisci se ho ben capito come plus valore), a differenza dell' altro peraltro meno tecnicamente capace. Quale dei due è da considerarsi più meritevole?

Ovviamente la domanda è anche rivolta agli altri.

Aggiornamento 2:

E' evidente Mid Night che il concetto di merito fa perno sulla ricompensa (solo i meritevoli vanno premiati) dunque è un puro prodotto del pensiero calcolante e non per niente va molto di moda tra gli economisti alla Zingales. Il produrre alternative a questo pensiero passa attraverso il riconoscimento della necessità di ciò che esiste nella sua concretezza non astratta. A esistere non c'è né merito né demerito e proprio nella totale gratuità (economicamente irrazionale) del vivere consiste la bellezza suprema dell' esserci. Se il merito ha sempre bisogno di altro per un riconoscimento, la vita ha bisogno solo di se stessa.

4 risposte

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  • Risposta preferita

    Sarebbe interessante approcciarsi anche da un altro punto di vista alla questione merito. Partiamo dal dato che l' etimo della parola stessa ci riconduce, in termini di significato, ad una ricompensa. Come dici giustamente, il merito è sempre un merito rispetto a qualcos' altro...e proprio questo qualcos' altro va ricompensato. Tralasciamo momentaneamente la questione etico-morale e soffermiamoci sulla questione "ricompensa". In una simile prospettiva, la ricompensa non può certamente esser considerata avulsa da quella che sembrerebbe a tutti gli effetti una logica

    mercantile, senza considerare che fra l'altro anche la parola "valore" nasce nell'ambito qui sopra citato e ad esso è riconducibile. A prescindere dunque dai modelli economici monetari vigenti e da ogni etica, ciò che rileva è proprio questa derivazione del merito, inteso come ricompensa di un un qualche fare (più o meno capace), proprio da una logica mercantile che in sé è una logicabinaria e calcolante.

    Trovandoci di fronte ad un simile quadro prospettico dobbiamo chiederci se il problema risieda proprio solo in una questione etico-morale come sembrano suggerirci le altre risposte e se non sia invece proprio una questione culturale..che include in sé non solo l'etica e la morale di ciascun individuo, quanto tutto il contesto di riferimento.

    Da un po' di giorni sto rivalutando i termini entro cui ero solito ragionare e gli automatismi di pensiero a cui ero da un bel po' avezzo far ricorso..e momentaneamente sono in una fase in cui sto rivalutando anche il sapere tecnico. Certamente il tecnicismo per così come lo conosciamo si è potuto sviluppare soltanto in un contesto che come presupposto base ha la logica binaria e discriminante..e certamente, come saprai perché è da un po' di anni che ci confrontiamo non sono proprio un amante della logica duale, nella quale vedo anzi il male di questo mondo. Qua tuttavia ora è una questione diversa..mi sto infatti chiedendo come possiam "recuperare" la nostra condizione di degenza senza dover ricorrere a drastiche soluzioni. Si tratta prima di tutto di riconoscere che c'è qualcosa che non va, in secondo luogo chiedersi se tanta tecnica e tanta tecnologia non possa tornare a ridiventare ciò che fondamentalmente è..ossia un mezzo. Dobbiamo insomma baipassare quell'eterogenesi di scopi secondo la quale la tecnica da mezzo per raggiungere ogni scopo è diventata lo scopo primo.

    Successivamente si tratta di capire verso quale direzione vogliamo imprimere il cambiamento ed entro quali parametri valutativi muoverci. Se è vero che comunque siam creature strettamente teleologiche (e non è mera questione di utilitarismo) e che abbiam bisogno di un "senso" (inteso anche come direzione) verso cui muoverci, dobbiam definitivamente scegliere..ma per farlo consapevolmente dobbiamo iniziare una analisi e un processo di decostruzione nei nostri stessi confronti per capire effettivamente cosa siamo e cosa vogliamo.

    In generale bisogna che rifondiamo la cultura dalle fondamenta. Partendo prima di tutto ognuno da se stesso.

  • 8 anni fa

    Il merito non esiste fuori dall'espressione retorica, se non è corroborato da un plusvalore. Tale plusvalore emerge laddove il merito si sia coniugato a valori di equità e giustizia; dove per equità non si intende egalitarismo e per giustizia non si intende giustizialismo.

    In questo senso il merito non va confuso con la mera capacità, che è il potenziale che ciascuno di noi è in grado di esprimere, nel bene come nel male. In tal senso, persino i parassiti possono ritenersi capaci, a fronte della loro abilità di saper vivere alle spalle degli altri. E persino gli ignobili servilii dimostrano una capacità tipica, quella di sapersi affrancare da qualsiasi dignità per procacciarsi vantaggi.

    Si può essere capaci e non meritevoli, quindi, quando la capacità non conosce altre connotazioni.

    Il merito è quindi riconoscimento e gerarchizzazione delle capacità per valori (e disvalori), in modo che ciascuno occupi il livello appropriato secondo giustizia ed equità e che da questo livellamento consegua una ridondanza positiva per la società.

    Se di due chirurghi uno è più bravo e uno meno e il primo diventa primario e supervisiona gli interventi, questo riconoscimento di capacità si finalizza perchè diventa etico ed ha ridondanza sociale positiva. Se di due scassinatori uno è più bravo, avremo un riconoscimento di capacità che però non ha altra ridondanza, tale da far coniugare alla capacità un plusvalore socialmente riconoscibile.

    Per dirla meglio, ogni qual volta alla capacità si coniughi un minusvalore, siamo di fronte a demeritocrazia, ossia all'antitesi di un sistema livellato in base al valore del bene comune.

    Ovviamente non è concepibile una categoria ontologica del merito, laddove esso si contestualizza rispetto al quadro valoriale del momento; ma una struttra ontologica del merito può essere concepibile, nella configurazione che si diceva, di capacità più plusvalore

    Fonte/i: @Maral Tutto è relativo, così come il concetto di merito, che va contestualizzato. Chi svolge il proprio lavoro in modo etico, è capace di posizionare in modo equo e giusto le proprie abilità e le proprie competenze, prestandole poi alla collettività. Il chirurgo meno bravo è meritevole nella misura in cui, posizionando correttamente le sue capacità, mette in atto ciò che sa fare nel modo migliore, portando un plusvalore dentro la società. Il chirurgo più bravo ma privo di virtù etiche, è solo tale, cioè più bravo ma non certo più meritevole
  • 8 anni fa

    Credo che questa favola del merito vada ridimensionata una volta per tutte, o meglio, credo vada fatta chiarezza su quello che intendiamo per merito. Filone mi pare abbia gia posto delle ottime argomentazioni in proposito, che condivido in toto. Non mi piace il senso della parola merito, che viene dato oggi alle capacità produttive all'interno di una società o di un'azienda, che ha sostituito la quantità numerica alla qualità di un prodotto. Richiamandomi all'esempio del calzolaio avanzato da Filone, preferisco un bravo artigiano che metta cura e impegno nel suo lavoro per fare una scarpa che duri nel tempo, piuttosto che una scarpa prodotta a velocità fulminea da un robot, destinata a durare come si usa dire dalle mie parti, da Natale a Santo Stefano. Venendo da un determinato tipo di realtà, ho imparato, a mie spese, che spesso oggi viene riconosciuto immeritatamente un merito (scusa il gioco di parole) a persone abili a manovrare, a proprio piacimento, numeri e persone, spacciando per capacità personali, la falsificazione di una realtà e l'abolizione della qualità nel lavoro, perchè quello che conta, in burocratese, è fornire cifre, meccanicamente espresse, senza alcuna valutazione della qualità del lavoro che a queste cifre dovrebbe accompagnarsi. I venditori di fumo sono anche abilissimi nel gioco delle tre carte.

  • Filone
    Lv 6
    8 anni fa

    Una bella domanda. A me la meritocrazia piace, ma proprio perché penso che sia fondata sulla moralità, e credo che di più moralità abbiamo bisogno. Nel mestiere del ladro e del parassita in effetti vige la meritocrazia. La meritocrazia non distingue fra questo mestiere e altri. Appurato che nella nostra società non vogliamo ladri e parassiti, e qua già abbiamo bisogno di valori morali, e invece vogliamo insegnanti, calzolai, architetti, amministratori pubblici, idraulici, imprenditori, operai e via dicendo, la meritocrazia all'interno di queste professioni non può comunque affermarsi e neanche essere concepita senza un'idea della funzione che la professione ha nella nostra società. Il calzolaio deve fare delle buone scarpe. Ma cos'è una scarpa buona? vale di più l'eleganza, o la comodità, o la resistenza (durare più du qualche mese..)? nel caso delle scarpe, possiamo lasciare che decida il mercato, forse. In altri casi, come quello degli insegnanti o dei giudici e altri ancora, questa opzione non è praticabile. Ma, si potrebbe dire, una volta stabiliti degli obiettivi, ci si può finalmente scordare della moralità e semplicemente valutare chi li realizza meglio in maniera meccanica. Idealmente, si. Ma l'esperienza ci mostra che in Italia le leggi, e tantopiù i regolamenti e i codici deontologici, esistono per essere aggirati. Solo se all'interno della professione è presente un senso condiviso della sua funzione, se esiste una comunità con un proprio sentire morale, si può sperare di far applicare della meritocrazia.

    Per rispondere alla domanda aggiuntiva. Mi farei operare dal chirurgo più capaca, ma "immorale", solo perché ho fiducia, forse ingenuamente, nella comunità medica, nel senso che ritengo che non sia priva di valori, e che se il chirurgo non opera al meglio delle sue capacità, ad esempio se opera da ubriaco, gliene verrà una sanzione. Se non avessi questa fiducia nella comunità, preferirei la persona meno capace ma più onesta. Mi sembra che questo esempio spieghi bene quello che dicevo nell'ultima parte della risposta sopra. Penso anche che in questa situazione, promuovere la persona che non ha integrità morale, farlo primario come dice qualcuno, sia chiaramente un rischio. Se questa persona si sente in una posizione di potere inattaccabile, perderà interesse a lavorare bene, e a circondarsi di collaboratori validi.

    Ancora una cosa, anche se va un po' fuori dalla domanda, la voglio aggiungere. Un ostacolo grosso alla meritocrazia, in Italia e altrove, è la forte disuguaglianza economica, che falsa le condizioni di partenza, perché i figli dei ricchi ottengono un educazione migliore, migliori opportunità, etc., e spesso falsa la competizione a tutti i livelli, creando una vera barriera, una divisione in classi che, visibile già in superficie, penetra fino nella psicologia delle persone, prevalendo su altri fattori. Ho la sensazione (pur non avendo letto il libro) che Zingales si dimentichi un po' di questo fattore.

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