Un breve pezzo, cosa ne pensate?

Isaac era seduto alla sua scrivania. Il piccolo ufficio polveroso era illuminato da una grande lanterna ad olio.

Cambridge era immersa nel silenzio notturno e lui poteva dedicarsi ai suoi studi. Da due anni era diventato fellow dell’Università, riuscendo anche ad evitare il sacerdozio che era il segno distintivo di tutti i professori di Cambridge.

Il clima intellettuale del campus era un ottimo incentivo al proseguire dei suoi studi, tuttavia si sentiva oppresso dalla scarsità dei risultati. Da quando si era dedicato anima e corpo allo studio degli eventi fisici, mai era passato così tanto tempo senza una scoperta degna di nota (e mai più avrebbe atteso così a lungo).

Si stava occupando di ottica da oltre un anno e non era ancora riuscito a cavarne un ragno dal buco. Qualcosa, nei più oscuri recessi della sua mente, gli diceva che si stava avvicinando, ma il risultato visibile, tastabile del suo lavoro doveva ancora nascere.

La finestra appena socchiusa lasciava entrare una leggera brezza, salvatrice dalla calura notturna di quell’estate, sollevando di un poco le centinaia di pagine sparse qua e là per il suo studio e creando un fruscio quasi ipnotico.

Tra poco sarebbe arrivato qualcuno a vedere se stava bene e a chiedere perché non avesse ancora lasciato il campus, lui avrebbe risposto, al solito, che aveva perso la cognizione del tempo, al che avrebbe dovuto tornare al suo alloggio, non che la sua ricerca vi avrebbe rimesso.

Una silenziosa figura entrò nell’ufficio e si avvicinò alla scrivania.

«Ora vado, devo aver perso la cognizione del tempo» disse Isaac seguendo il consueto copione.

«Non vi disturbate signor Newton, dovremmo prima interloquire» disse lo sconosciuto.

L’uomo aveva folti capelli grigi e una barba, bianca anch’essa, appena accennata, era vestito in modo impeccabile, degno del più nobile Sir alla corte Sua Maestà e un portamento regale degno del re stesso. Tra le mani, un singolo foglio di carta bianchissima.

«Voi, voi chi siete?» chiese Isaac.

«A tempo debito Sir Newton» rispose.

«Cosa ci fate voi qui?» insistette Isaac.

L’uomo senza accennare una risposta, tolse il mantello e lo appoggiò su una pila di libri, non dopo averne rimosso la polvere con i suoi ricchi guanti in pelle nera. Sorreggendo il suo peso con un bastone, si avvicinò alla scrivania e sedette su una delle sedie che avevano ospitato tanti giovani studenti.

«Sir Newton», esordì «ho seguito a lungo, e con interesse i vostri molteplici studi sulla scienza e la natura, vedo con gioia che non li avete abbandonati.»

Isaac che sarebbe stato un giorno ricordato come il fondatore della fisica, nonché come una delle più grandi menti della storia scientifica, non poté non compiacersi delle parole di quell’uomo e per un istante i suoi dubbi precedenti passarono in secondo piano.

Il suo acceso dibattito con Leibnitz circa la paternità del calcolo infinitesimale era ancora distante, giù un altro po’ lungo il fiume del tempo ma, Isaac già allora mal sopportava le critiche al suo operato. Cosa che lo sconosciuto doveva sapere benissimo e di certo se il loro incontro fosse avvenuto di lì a qualche anno, non avrebbe esitato a sostenere le idee newtoniane.

Seppur mente geniale, Isaac – come tutti del resto – non era certo immune alla vanità.

«Tuttavia» e qui il viso di Isaac si oscurò non poco, «non posso fare a meno di chiedermi come una mente brillante come la vostra non riesca a portare a delle soluzioni e mi trovo spesso a pensare che possiate essere vittima di una maledizione – inflittavi da chi vi teme e invidia le vostre doti – e perciò, pensai che avreste gradito questo portafortuna – che tanta ne ha portata in passato.»

L’uomo estrasse dal taschino della camicia un piccolo fagotto e lo porse a Isaac. Conteneva un piccolo prisma di un materiale che sembrava vetro lucidissimo. Isaac lo osservò per qualche istante e quindi chiese: «Credete davvero che qualcuno mi abbia maledetto?»

«No, probabilmente no ma, le vostre ricerche sembrano ad un punto morto e qualsiasi cosa può essere l’impulso che le fa smuovere e, se aggiunta ad una mente brillante come la vostra, un po’ di fortuna non guasta, magari è la via giusta perché una cattiva giornata torni serena ad estasiarci con uno spettacolare arcobaleno.»

L’uomo, che sembrava aver detto tutto ciò che doveva dire, si alzò e si rimise il cappotto.

«Ha portato molta fortuna alla mia famiglia, lo usi con sapienza» disse, enfatizzando la parola “sapienza”, «qualora le vostre ricerche abbiano un nuovo impulso qui è scritto il mio indirizzo, vi sarei grato se voleste venirmene a parlare.»

L’uomo posò il foglio che teneva tra le mani fin dal suo arrivo e uscì dall’ufficio, ignorando il “ma non mi avete detto chi siete” che Isaac gli urlava invano.

Newton fissò per qualche istante il prisma, gli avrebbe portato fortuna? Non sapeva, ci avrebbe pensato l’indomani, si era fatto tardi, doveva rincasare.

Aggiornamento:

Cosa ne pensate? P.S. Non badate alla parte della maledizione, verrà cambiata, non mi piace.

5 risposte

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  • 8 anni fa
    Risposta preferita

    Sei molto bravo! Penso che tu abbia del talento per la scrittura. Se questo fosse l'estratto di un libro, sicuramente mi verrebbe voglia di comprarlo. Posso sapere se per ora hai scritto solo questa pagina o se c'è un continuo?

  • 8 anni fa

    E' scritto molto bene, complimenti.

  • 8 anni fa

    bello :)

  • 8 anni fa

    mi piace! ;)

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  • 8 anni fa

    interessante

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