Anonimo
Anonimo ha chiesto in Arte e culturaPoesia · 8 anni fa

Commento del canto 3 inferno di Dante Alighieri(La parte dove parla di Caronte urgente per domani)?

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  • 8 anni fa
    Risposta preferita

    Dante inizia l’opera introducendo l’iscrizione, situata all’entrata dell’Inferno, e introducendo un complemento di moto per luogo “per me” che viene ripetuto in un’anafora molto incalzante, ripetuta per tre volte. Attraverso questa porta si entra nella città del dolore, della sofferenza (figura retorica dell’ipallage), dove il dolore è eterno, poiché le anime dei dannati, coloro che avevano vissuto la vita nel peccato, sono condannate alla sofferenza interminabile. L’inizio del canto risulta ossessivo proprio per rendere chiara l'inesorabilità del dolore e della punizione eterna dei dannati. La maggior parte dei commentatori della Divina Commedia individua la città dolente con la Babilonia infernale, che rappresenta il peccato e si contrappone alla Gerusalemme celeste che invece rappresenta l’amore di Dio. Nei primi tre versi del canto, inoltre, compare la figura retorica del climax ascendente.

    La Giustizia di Dio, secondo gli attributi della Trinità, ha creato l’inferno, luogo di dannazione. Infatti era giusto che i buoni venissero premiati, i pentiti venissero puniti per breve tempo ed espiassero i peccati per poi poter accedere al Paradiso, e chi aveva vissuto nel peccato tutta la vita senza avere un sol attimo di pentimento venisse punito per l’eternità.

    In più, sulla porta è scritto che non fu creato nulla di non eterno, e che anche l’Inferno sarebbe durato eternamente e tutti quelli che sarebbero entrati dovevano abbandonare ogni speranza poiché non sarebbero mai usciti. Prima dell’inferno, furono create solo cose eterne, gli angeli, la materia pura, i cieli e gli elementi, mentre le uniche cose corruttibili, furono create dopo la caduta di Lucifero.

    Le parole sulla porta dell'Inferno sono definite oscure da Dante, e su questo i commentatori si sono divisi: alcuni credono che Dante si riferisca al colore nero dei caratteri, altri ritengono che si riferisca alla difficile comprensione dei termini, e altri ancora ritengono che i caratteri siano oscuri perchè spaventosi. Dante è spaventato dal concetto di eternità che, essendo estraneo alla realtà umana, rimane di non facile comprensione e minaccioso per l’idea di una sofferenza eterna che crea sgomento. Virgilio sostiene che prima di entrare nell’oscurità dell’inferno fosse necessario abbandonare ogni sospetto, cioè ogni incertezza e timore, e invita Dante a prepararsi a vedere le “genti dolorose”, cioè i dannati che avevano perduto il “ben dell’intelletto” rappresentante Dio, luce della ragione e bene supremo dell’intelletto umano. Virglio pone la sua mano su quella di Dante, gesto paterno caratteristico della guida virgiliana, per rassicurarlo e introdurlo al mistero dell'inferno.

    La focalizzazione della Divina Commedia è varia poiché il narratore è onnisciente, ma racconta con una focalizzazione interna, senza dare anticipazioni.

    Il canto continua, attraverso un climax ascendente, con l'elemento sonoro dei sospiri, i lamenti e i guai che risuonavano nell' aria buia, senza nessuna stella, tali che Dante a sentirli inizia a piangere provando pietà. Questa sensazione però va contro l'accettazione della giustizia divina.

    Caratteristica importante dell’inferno è il buio e il semibuio. La scrittura di questo III canto dell’Inferno, richiama da vicino il VI libro dell’Eneide di Virgilio, quando Enea scende negli inferi per ritrovare il padre Anchise, accompagnato dalla Sibilla Cumana. Il verso “Risuonavan per l’aere senza stelle” risultava essere sinestetico por l'accostamento di più sfere sensoriali e “senza stelle” è una metonimia. Dante, usando sempre il senso dell’udito e la figura retorica del climax discendente, descrive il crescendo del rumore di diverse lingue incomprensibili, orribili pronunce, parole d’ira, voci alte e fioche e suon di mani che sbattevano tra di loro o sul corpo. Dante opera una differenziazione tra le lingue e le favelle, cioè i dialetti, che vengono definiti orribili perché i peccatori bestemmiano. Dante, secondo la concezione tomistica, credeva che le anime avessero ancora la loro consistenza corporale e per questo producevano il rumore dello sbattere di mani, che risuona nell’aria buia eternamente. Questo rumore viene paragonato, mediante una similitudine, al rumore che emette la sabbia quando la tempesta soffia, condizione che trasmette anche l’idea dell’oscurità infernale.

    Fonte/i: il libro e le prof
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