Kloomb
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Kloomb ha chiesto in Scienze socialiPsicologia · 6 anni fa

Vi giuro: a 21 anni ho ancora paura del buio. Mi aiutate?

Il sole aveva da poco fatto la sua fiera comparsa spuntando alle spalle dei monti che sovrastavano la città, come un regista teatrale che viene reclamato dal suo pubblico alla fine dello spettacolo, quando la sveglia prese a suonare.

Da quel momento, incominciava la solita routine: casa, lavoro, casa, ed era così per sei giorni su sette. Di certo non una novità, per un normale operaio. Era solo parecchio stressante e, a suo dire, in un certo senso umiliante.

Ma il pensiero che in quel momento milioni di persone oltre lui si apprestavano ad affrontare la giornata nel preciso ed identico modo, bastava a renderlo un poco più fiero della sua vita.

Dopo una doccia fredda ed essersi vestito, scese giù in cucina dove lo attendeva una tazza di caffè caldo, amaro, come piaceva a lui. In quel momento, godendo dei piccoli piaceri che la monotonia può riservare, sembrava un po' più sereno. Almeno fin quando il suo sguardo si posò sul tavolino all'ingresso della stanza: una pila di fogli accatastati, alta almeno venti centimetri, ruppe quella piacevole sensazione venutasi a creare. Avvisi di risarcimento debiti, avvisi di pagamento di bollette arretrate, avvisi, avvisi, avvisi. <<Metta una firma qui>>, <<Metta una firma li>>. La consegna di ognuno di quei fogli era anticipata da quelle due brevi frasi meccaniche pronunciate da automi in giacca e cravatta.

Mandò giù frettolosamente il suo caffè, come se la sua gola in fiamme potesse distrarlo, ed uscì di casa quando, dopo aver superato la soglia del portone, ebbe la sgradevole sensazione di sentirsi osservato. Si guardò intorno, ma non vide nessuno. Nemmeno l'ombra di un ipotetico vicino interessato ai suoi affari.

Mettendo nel dimenticatoio l'accaduto, salì in auto, posò il borsone e partì alla volta "dell'inferno", come la chiamava lui: la fabbrica in cui lavorava ormai da diciotto anni, nonché il motivo per cui continuava a chiedersi perché non potesse starsene comodamente seduto nell'ufficio che aveva sempre sognato, con una segretaria pronta ad avvertirlo degli appuntamenti del giorno. Ma c'erano quelle carte. Quelle dannate carte. Il loro pensiero piombava nella sua mente sempre più spesso, ma il suono del clacson della macchina che lo seguiva lo cancellò per un attimo: il semaforo era diventato verde.

<<Non posso distrarmi così>> pensò. <<Se accadesse di nuovo al lavoro, mi ritroverei per strada ed al verde. E potrebbe farsi male qualcuno>>

Non appena arrivò di fronte alla fabbrica, lanciò un'occhiata all'orologio: erano le sei e venti del mattino. Perfetto, era ancora nel mezzo della "safe zone". Il suo supervisore, il signor Brown, non era ancora arrivato. Era ancora troppo presto per un "pezzo grosso" come lui. Solitamente arrivava almeno venti minuti dopo gli operai, nonostante dovesse essere il primo a mettere piede in fabbrica.

Parcheggiò l'auto, prese il borsone e si incamminò verso i colleghi che lo aspettavano all'ingresso. Quando ebbe di nuovo quella sensazione: qualcuno lo stava osservando, ma non si trattava dei suoi colleghi, persi nell'analizzare la partita di baseball della sera prima.

Doveva essere qualcun'altro. Si guardò intorno per la seconda volta e di nuovo non notò nessuno. La sensazione divenne ossessione e si infittì sempre di più, al contrario di prima. <<Diavolo...chi mi sta seguendo?>>, pensò. Iniziò a sudare. Si girò intorno, cercando di trovare una risposta alla domanda. Iniziò a correre, improvvisamente.

<<Che diavolo le succede, Travis? Le sembra il momento di giocare?>>. Era il signor Brown. <<L'ho sempre detto e lo ribadisco: lei è un buono a nulla!>>

Non poteva pensare a lui adesso, non poteva. Doveva fuggire.

Continuò a correre. Superò il cancello esterno della fabbrica ed attraversò la strada. Si infilò in una stradina stretta posizionata tra due palazzi e attraversandola gettò in terra qualunque cosa che potesse servire a rallentare i suoi inseguitori. Al termine di questa, svoltò l'angolo. Il suo sguardo si posò su quella che era la sua ancora di salvezza: il dipartimento di polizia. Doveva farsi proteggere!

Continuava a voltarsi, per accertarsi che non si avvicinassero troppo, senza preoccuparsi dei passanti che lanciavano occhiate perplesse.

Mancava ormai l'ultimo tratto di strada da attraversare. Era salvo. Fu allora che si lanciò in strada, facendo l'errore di non preoccuparsi delle auto che la attraversavano. Si ritrovò steso in terra, dopo aver ricevuto una botta da un'auto che, fortunatamente, procedeva lentamente a causa del traffico. Arrancando, con la mano destra posata sul fianco sinistro, tentò di alzarsi. Ma era tardi. Aveva perso. Era stato circondato. Ovunque si voltasse, ovunque cercasse aiuto, c'era solo... burocrazia. Burocrazia. Burocrazia.

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