Anonimo
Anonimo ha chiesto in Scuola ed educazioneCompiti · 7 anni fa

Ho una domanda sul testo di Hemingway "Colline come Elefanti Bianchi". Chi mi aiuta?

"Si potrebbe avere tutto, e ogni giorno ce lo rendiamo sempre più impossibile"

Qual è il significato di questa frase nel contesto? E quale rapporto ha con il titolo?

Grazie in anticipo e 10 punti assicurati

1 risposta

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    Lv 7
    7 anni fa
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    Colline come elefanti bianchi, animali che erano un dono regale dei siamesi ai cortigiani, animali sacri per i quali le famiglie erano disposte ad andare in rovina pur di mantenerli in vita. Ecco il valore simbolico del titolo, ecco il significato della doppia metafora: i bambini non desiderati sono come gli elefanti bianchi. Sono preziosi. La loro esistenza è preziosa. Per la loro esistenza si dovrebbe decidere di andare anche in rovina. Come per gli elefanti bianchi… o almeno come si fa per coscienza ecologista a favore di alberi minacciati…

    Ma lo si può fare quando intorno tutta una società ti consiglia di lasciar perdere?

    No, per poterlo fare occorre che tale valore sia riconosciuto. Che sia condivisa la certezza di trovarsi di fronte a qualcosa di prezioso.

    Il racconto di Hemingway sottintende dunque questa domanda: com’è possibile agire contro il “così fan tutti”, il “tanto peggio tanto meglio”, il “in fondo non c’è niente di male”, o peggio il “fai pure quello che vuoi, ma così è più facile…”?

    Come si può resistere, quando senti dentro di te che fare qualcosa, che pure è propagandato (e condiviso) come fattibile, semplicissimo da farsi, e utile a te e agli altri, non ti sembra fino in fondo giusto e ti fa star male?

    Quando senti dentro di te, che pure non sei un rivoluzionario, che in questo tutto permettere, tutto giustificare in nome dell’utile e del piacere personale, c’è qualcosa che ti fa sentire a disagio, qualcosa che a volte è indefinibile, ma che comunque tu senti in te: ecco in questi casi come è possibile andare contro una società così e difendere la propria libertà?

    Hemingway lo dice chiaramente, e amaramente: oggi non è tempo da eroi.

    Jig, la ragazza, esce sconfitta dal dialogo con l’americano che non merita nemmeno un nome. La realtà, preziosa, di un bambino che ancora deve nascere, è invisibile agli occhi di chi sa che sbarazzarsene è cosi comodo e facile. Elefanti bianchi… valori preziosi, da difendere, anche in solitudine, in eroica solitudine, anche a costo di rinunciare a una falsa libertà.

    Insomma questo racconto di Hemingway ci spinge a riflettere sul valore della libertà e a verificare se è il valore più importante. Ci impone di domandarci se è meglio vivere in una società che accetta l’aborto, appunto in nome della libertà. Se è veramente più libera una società in cui una legge consente a un essere umano di decidere di un altro essere umano (o, che è lo stesso, ma è più facile da accettare, che permette a una donna di scegliere se tenere o no il proprio figlio).

    Perché, allora, allo stesso modo è veramente meglio vivere in una società che lascia libertà di drogarsi. Ma allora, perché non lasciare libertà di uso del casco in moto o delle cinture in auto? E ancora: si dovrebbe lasciare libertà di scelta per la pena di morte? O, che è lo stesso, lasciare libertà di scelta a un cittadino di uccidere, a uno Stato di fare guerra?

    Perché in questi casi ci sentiamo di dire che la legge può permettersi di impedire che qualcuno pensi e agisca diversamente da come il diritto vivente stabilisce? E perché noi possiamo definire tali atti ingiusti?

    Perché quelli sono valori assoluti, è la risposta più sensata. Ma allora chi determina che quelli sono valori assoluti? O ancora meglio: chi determina che proprio quelli e non altri sono valori assoluti?

    Ci sono due sole risposte, ci è stato insegnato: o qualcosa che è dentro l’uomo o qualcosa che non è nell’uomo. Se è qualcosa che è nell’uomo, allora questo diritto lo hanno tutti. La/le maggioranza/e. E anche le minoranze. E anche i singoli. Tutti i singoli. Nessuno escluso. Perché quello che oggi ci può apparire aberrante (che ne so? la pedofilia) potrebbe non esserlo domani.

    Può una società civile e solidale fondarsi su questo principio? In nome di che cosa ci si potrebbe opporre al razzismo? E se ci fosse una società che su questo principio si fonda, dovremmo consentirle di continuare a fondarsi su di esso? O sulla schiavitù? O sullo sfruttamento della donna, dei bambini?

    Qualcuno di noi in una società simile potrebbe non trovarsi tanto bene, non sentirsi fino in fondo veramente felice. E allora che cosa potrebbe fare? La risposta, a me pare, è ancora una volta quella di Mann, nella Montagna incantata: una intimità morale che è di natura eroica, o una robusta vitalità.

    Ma, solo per il gusto della discussione, proviamo a immaginare se con l’altra soluzione funzionerebbe meglio: se cioè a determinare gli assoluti fosse invece qualcosa che sta fuori dell’uomo. In questo caso, pur trattandosi di doverlo cercare, una volta trovatolo avremmo ancorato un principio etico, morale, a un solido fondamento, inattaccabile. Che lo si chiami ratio, come faceva Cicerone, o che lo si consideri un essere dalle caratteristiche super-umane, non cambia la sostanza del discorso.

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