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Parafrasi poesia pioggia nel pineto di gabriele d annunzio ???? 10 p al migliore?

1 risposta

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  • 6 anni fa
    Risposta preferita

    Ecco la parafrasi e se ti servisse un piccolo commento ^.^

    Taci. All’ingresso

    del bosco non sento più

    alcuna parola che tu possa considerare

    umana; ma odo

    parole più nuove

    che gocce e foglie pronunciano

    in lontananza.

    Ascolta. Piove

    dalle nuvole rade.

    Piove sulle tamerici

    piene di sale e seccate dal sole,

    piove sui pini

    con la corteccia a scaglie e gli aghi pungenti,

    piove sui mirti

    sacri a Venere,

    sulle ginestre risplendenti

    per i fiori dalla corolla chiusa,

    sui ginepri intricati

    di bacche che diffondono il loro profumo,

    piove sui nostri visi

    ormai parte integrante del bosco,

    piove sulle nostre mani

    nude,

    sulle nostre vesti

    leggere,

    sui freschi pensieri

    che l’anima rinnovata dalla pioggia

    rivela in maniera inedita,

    sul sogno

    che ieri

    ti ha illuso, che oggi mi illude,

    o Ermione.

    Senti? La pioggia cade

    sulle foglie

    solitarie

    creando un crepitio che si diffonde costante

    e si modifica nell’aria

    a seconda che le fronde siano

    più o meno fitte.

    Ascolta. Risponde

    alla pioggia che scende come lacrime

    il canto delle cicale

    che né la pioggia portata dal vento Austro

    né il cielo grigio

    spaventano.

    E il pino

    ha un suo suono, e il mirto

    un altro, ed il ginepro

    un altro ancora, [e tutte le piante sono come]

    strumenti musicali differenti

    sotto un numero infinito di dita.

    E noi siamo

    immersi nello spirito

    del bosco,

    e condividiamo la stessa vita degli alberi;

    ed il tuo volto inebriato

    è bagnato dalla pioggia

    come una foglia,

    e i tuoi capelli

    profumano come

    le ginestre splendenti,

    o creatura terrestre

    che hai nome

    Ermione.

    Ascolta, ascolta. Il canto concorde

    delle cicale che stanno sugli alberi

    a poco a poco

    diventa più sordo ed attenuato

    con l’aumentare

    dell’intensità della pioggia;

    ma un canto si unisce

    più cupo e sordo

    che si alza da là in fondo,

    dall’intricata vegetazione lacustre.

    Più sordo e più sfumato [questo suono]

    diminuisce, si spegne.

    Solo una unica nota

    ancora vibra, si ferma,

    riprende, vibra ancora, si tace del tutto.

    Non si sente alcuna voce dal mare.

    Ora si sente su tutte le fronde

    scrosciare

    la pioggia argentata

    che purifica,

    lo scroscio che si modifica

    in base al fogliame che incontra

    più o meno folto.

    Ascolta.

    La cicala

    è muta; ma la figlia

    del fango lontana,

    la rana,

    canta dove le ombre sono più fitte,

    chissà dove, chissà dove!

    E piove sulle tue ciglia,

    Ermione.

    Piove sulle tue ciglia nere

    così che sembra che tu stia piangendo,

    ma di piacere; e pare che tu esca,

    non bianca ma quasi di colore verde,

    dalla corteccia di un albero.

    E tutta la vita in noi è fresca

    e profumata,

    il cuore nel petto è come una pesca

    non ancora còlta,

    gli occhi tra le tue palpebre sono

    sorgenti d’acqua tra le zolle d’erba,

    i denti nelle gengive

    sono come mandorle acerbe.

    E andiamo tra i cespugli,

    ora insieme ora separati

    (e la forza selvaggia e primitiva degli arbusti

    ci lega le caviglie

    ci stringe le ginocchia)

    chissà dove, chissà dove!

    E piove sui nostri volti

    ormai parte integrante del bosco,

    piove sulle nostre mani

    nude,

    sulle nostre vesti

    leggere,

    sui freschi pensieri

    che l’anima rinnovata dalla pioggia

    ci rivela,

    sulla favola bella

    che ieri

    ti ha illuso, che oggi mi illude,

    o Ermione.

    Commento : La poesia La pioggia nel pineto viene composta dal poeta a cavallo fra il luglio e l’agosto del 1902, ed appartiene alla sezione centrale di Alcyone (il terzo libro delle Laudi, uscito alla fine del 1903, e composto dal poeta tra il 1899 e il 1903). La raccolta è costituita da una serie di liriche che rappresentano «un susseguirsi di laudi celebrative della natura – e soprattutto dell’estate, dal rigoglioso giugno al malinconico settembre – nella quale il poeta si immerge mirando a realizzare una fusione panica: a sprofondare e a confondersi con tutto – mare, alberi, luci, colori – in un sempre rinnovato processo di metamorfosi che si risolve in un ampliarsi della dimensione umana».1

    Sono lodi che celebrano la natura osservata in una vacanza ideale, che inizia a fine primavera nelle colline di Fiesole e termina a settembre sulle coste della Versilia.

    Il poeta racconta in versi come avviene la fusione dell’uomo con la natura attraverso il superamento della limitata dimensione umana.

    La lirica più nota e più rappresentativa della raccolta è La pioggia nel pineto, leggendo la quale riusciamo a capire come l’uomo entri in simbiosi con la natura, sottoponendosi a un processo di naturalizzazione, e come la natura subisca a sua volta un processo di antropomorfizzazione.

    Il poeta e la sua compagna entrano in empatia con la natura e arrivano a condividerne la sua anima segreta: D’Annunzio contempla la metamorfosi delle cose e la sua compagna si trasforma in fiore, pianta, frutto, mentre la pioggia cade.

    La poesia inizia con un punto fermo dopo l’imperativo Taci (v.1), che indica un momento di preparazione e di attesa. Comincia il rito d’iniziazione, al quale sono invitati tutti i lettori, e non solo la donna: si tratta di un momento quasi liturgico che per essere vissuto fino in fondo necessita di un silenzio assoluto. Il poeta esorta la sua compagna a restare in silenzio, al fine di ascoltare con la dovuta attenzione i suoni inusitati (le parole più nuove) emessi dalla natura: le parole sussurrate da gocce e foglie lontane, avvertite sin dalle soglie del bosco.

    Sta piovendo e la pioggia altro non è che una manifestazione della natura, che avvolge e riveste tutto.

    Il poeta invita più volte la sua compagna ad ascoltare (v. 8: Ascolta; v. 33: Odi?; v. 40: Ascolta; v. 65: Ascolta, ascolta; v. 88: Ascolta) la musicalità della pioggia e i suoni emessi dalla natura. Alla donna in questione viene attribuito il nome di Ermione, il nome della figlia di Elena e Menelao della mitologia greca con il quale il poeta, probabilmente, si riferisce a Eleonora Duse (una grande attrice della sua epoca, con la quale visse un’intensa storia d’amore).

    Il processo di naturalizzazione e di metamorfosi viene messo in atto sin dai primi versi della lirica, in cui vengono elencati diversi tipi di piante e di fiori, al fine di creare una premessa per la fusione tra gli uomini e la natura che viene esplicitata già nei versi 20-21, attraverso i quali si nota che i volti del poeta e di Ermione sono diventati silvani, permettendo ad entrambi di trasformarsi in creature silvestri, dello stesso colore e quasi della stessa sostanza del bosco. Successivamente la donna è paragonata agli elementi della natura: il suo volto è come una foglia (vv. 56-58) e i suoi capelli emanano lo stesso profumo delle ginestre (vv. 59- 61: le chiome come le ginestre). Gradualmente, arrivano entrambi a fondersi con la natura e a sentirsi parte di essa, tanto è che il poeta, attraverso l’uso delle similitudini, mostra come la donna sembri aver assunto l’aspetto di una pianta verdeggiante e sembri uscita dalla corteccia di un albero come una ninfa (vv. 99-101), il suo cuore sembri vivere di una nuova vita e sia simile al frutto della pèsca (vv. 104-105) e mostra come persino gli occhi (vv. 106-107) e i denti (vv. 108-109) si trasformino e rendano esplicito il senso d’immedesimazione delle due creature umane nella vita del bosco.

    D’Annunzio descrive minuziosamente il temporale estivo e lo rende estremamente musicale, attraverso l’uso di onomatopee e di un lessico particolare, ma non si limita a registrare il semplice cadere della pioggia al livello più esterno, ma mette in evidenza, in particolare, la metamorfosi panica sulla quale si basa tutta la lirica: la trasformazione sua e della sua compagna in elementi vegetali e arborei, via via che riescono a fondersi con la natura. La pioggia nel pineto colpisce, infatti, per il tema panico-metaforico, per la trasformazione vegetale del poeta e di Ermione. Il termine panismo deriva da Pan (dio greco della natura, per metà uomo e per metà caprone) e si riferisce all’identificazione dell’uomo con la natura, con la vita vegetale.

    Attraverso i versi 53-55, il poeta ci fa capire che la metamorfosi è ormai al suo culmine:

    E immersi

    noi siam nello spirto

    silvestre,

    d’arborea vita viventi (vv. 53-55).

    Il panismo dannunziano è peculiare, perché tende ad umanizzare la natura.

    Un altro tema molto importante della lirica è quello dell’amore, in quanto il poeta parlando della pioggia estiva refrigerante sottolinea come questa rigeneri non solo la natura, ma rinvigorisca anche l’anima dei due innamorati, i quali continuano ad abbandonarsi alla forza dei sentimenti e dell’amore, ma con la consapevolezza che si tratti soltanto di una favola bella (v. 29) che li ha illusi in passato e continua ad illuderli (vv. 29-32).

    Colpisce, inoltre, la musicalità che caratterizza l’intera lirica e che è ottenuta attraverso la frantumazione del verso e il ricorso alle rime interne e alle assonanze.C’è un vero e proprio studio del poeta, un virtuosismo basato anche sul principio della ripetizione, che provoca degli effetti ritmico-musicali particolarmente interessanti. Il poeta tende ad imitare i suoni della pioggia e a inventare delle vere e proprie melodie: le parole più nuove a cui fa riferimento il poeta al v. 5 sono anche le parole che creano una musicalità nuova. Per riuscire ad entrare in empatia con la natura il poeta trasforma le sue parole in musica, utilizzando un lessico piuttosto ricercato e musicale, dimostrando di aver fatto suoi gli insegnamenti dei Simbolisti francesi.

    Ciao ;)

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