O fini teologi o predicatori persuasivi ?

Rimasi molto impressionato quando lessi dal biografo medievale di S.Tommaso d'Aquino, che quando questi tornava al convento della sua vocazione domenicana, il celebre complesso di S.Domenico a Napoli, si dava a predicare in volgare napoletano suscitando un grande fervore tra i fedeli. E' il massimo che la nostra mente possa immaginare: il teologo delle finissime distinzioni, che spaccava il capello in quattro e scriveva misurando le parole col compasso, entusiasmare il popolo analfabeta di una Napoli medievale!

Ho creduto di trovare una risposta nel modo medievale degli studi. Il Trivio legava insieme grammatica, logica e retorica (l'arte del persuadere). Il pensare bene, cioè logicamente fondato e in vista della verità, come base del parlare bene, al quale però necessita, in aggiunta, la chiarezza e l'efficacia delle immagini (nel senso retorico del termine), pena il non arrivare all'interlocutore. Con logica non si deve intendere l'analisi logica (grammatica) o la logica matematica come la conosciamo oggi, ma piuttosto la dialettica, l'arte dell'interrogare e del rispondere in maniera conforme alle norme che regolano il pensiero. Così la retorica non consiste nell'uso di acrobazie dialettiche per fare vero il falso e viceversa, ma deve essere ancora al vero.

Logica e retorica sono oggi del tutto scomparse dalla formazione di base. Il risultato è la perdita del legame di fondo tra il linguaggio dei dotti e quello dei semplici, tra quello scientifico e quello "poetico".

Aggiornamento:

Il Maestro di tutti i predicatori, Nostro Signore, insegnava per parabole: un modo analogico, sì/no + distinzione, secondo l'umana ragione. Lo abbiamo sostituito in due modi. O col modo fumoso dei peggio nipotini di Hegel, quello per contraddizioni, senza principi e senza linee di svolgimento, alla mons. Ravasi per intenderci. Oppure quello del generico incitamento, senza andare al nocciolo delle questioni, il modo banale che affolla oggi i pulpiti di Santa Romana Chiesa.

4 risposte

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  • Marco
    Lv 6
    6 anni fa
    Risposta preferita

    Due piani di risposta. Per quanto riguarda lo specifico della domanda, in parte concordo con @Gio': è vero che la predicazione volta alla conversione non è una tecnica, ma la consapevolezza dell'essere strumento di grazia, perché solo Dio tocca e converte i cuori. Tale consapevolezza conduce all'unione con Dio da cui attingere non solo i contenuti della predicazione, ma anche la necessaria forza "persuasiva"; si diceva: "contemplata aliis tradere" e le antiche Costituzioni cappuccine esortavano il frate a ritirarsi dal mondo quando sentiva raffreddarsi la carità, per tornare "al monte della contemplazione", cioè la cella, dove potersi nuovamente infiammare d'amore per Dio, unico movente del predicatore.

    Detto questo, mi discosto da lui non solo perché la cultura di Sant'Antonio era tutt'altro che "relativa" (ordinato tra i canonici regolari di Sant’Agostino, vi aveva ricevuto vasta e solida cultura, tanto che chiese a san Francesco di poter continuare a studiare e tenere i suoi libri; permesso che ottenne a condizione che ciò non gli nuocesse spiritualmente). Non solo dunque per questo motivo, ma perché porta esempi di carismi straordinari che in quanto tali non possono essere per tutti: prima occorre percorrere le vie ordinarie e la cultura è una di queste, poi in esse si inseriscono i doni di Dio, nella misura in cui vuole concederli a ciascuno.

    E' quindi necessario lo studio, ma certamente unito allo sforzo di assecondare la grazia di Dio con un esercizio eroico delle virtù; per questo Santa Teresa d'Avila, interrogata se fosse meglio un direttore spirituale santo o uno istruito, optò per il secondo caso. E il Rosmini sullo stesso tema: "scegli un amico dotto e fedele che ti diriga". Infine, San Giovanni della Croce insisteva sul fatto che l'uomo ha innanzi tutto strumenti naturali e non gli è lecito scavalcarli per affidarsi solo a carismi: sarebbe "tentare Dio"!

    Quanto a San Tommaso, effettivamente smise di scrivere; ma attenzione! Non perché quanto già scritto fosse errato, ma perché a fronte della contemplazione di Dio, ritenne impossibile renderla con parole, così come era successo a San Paolo. Infatti disse a P. Reginaldo che lo interrogava sui motivi: “Reginaldo, non posso, perché tutto quello che ho scritto è come paglia per me, in confronto a ciò che ora mi è stato rivelato (...)L’unica cosa che ora desidero, è che Dio dopo aver posto fine alla mia opera di scrittore, possa presto porre termine anche alla mia vita”.

    Discorso diverso è quello sul P. Ravasi che citi. In questo caso il giudizio si impone evangelicamente: quali sono i frutti del suo "cortile dei Gentili"? Così come i frutti prodotti dalla "cattedra dei non credenti" del suo mentore Martini. Il Vangelo li giudica. Ma per noi il non giudicare loro sarebbe come giudicare tutta la Tradizione di 2000 anni di santità e vita della Chiesa che andava in direzione opposta, convertendo.

    Il suo "dialogo" coll'Islam quali conversioni ha prodotto? Non dimenticare che i Salmi da lui citati, parlano tutti di Cristo, e anche in quanto Dio, mentre per l'Islam Cristo non è Dio e neppure ha realmente sofferto. sed contra, i Salmi narrano nei dettagli la Passione di Cristo.

    Approfondivo questo aspetto in funzione di un utente islamico che, postato un video del prelato a commento dei salmi, ne sosteneva la bontà, proprio per il continuo riferimento ad autori islamici. Cosa scandalosa, a mio avviso, data l'abbondante letteratura mistica che si è nutrita dei salmi! E torno a chiedere: quanti musulmani si sono convertiti alla vera fede per la predicazione di costui?

    Non va dimenticato che nella sua predicazione Ravasi si è mostrato palesemente acattolico; un caso in cui il tanto studio ha nuociuto.

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  • 6 anni fa

    ti racconto un paio di chicche (che forse potresti conoscere già) su san tommaso d'aquino.

    Era una ottima forchetta e divenne così obeso che con un lavoro da falegnameria dovettero approntargli un posto adattato alle sue dimensioni oversize;

    sul letto di morte chiese che tutto quel che aveva scritto venisse bruciato.

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  • 6 anni fa

    Non hai capito: S.Tommaso aveva studiato, S. Antonio, che si fa capire perfino dall'asino, aveva studiato relativamente, S. Francesco non aveva studio particolare, S. Caterina era semianalfabeta, S. Gaspare era solo un prete. Quando uno crede in ciò che dice, lo studio ha un'importanza relativa perché le cose importanti sono nei vangeli, in S. Paolo, negli apostoli. Il potere di convincere viene da dentro, viene dallo Spirito che è in te, se sei in grazia di Dio. Gesù dice: la fede sposta la montagna, fa trapiantare un albero nel mare. Sono paradossi, ma sono veri, la vera fede fa cose incredibili. E' il cuore che si converte, e lo fa perché sente l'amore, la Verità, la carità. Tu puoi essere un genio della retorica (esiste anche adesso, eccome,) ma questo non significa che riuscirai a capire, a far cambiare il cuore, saprai un ragionamento in più e basta. Te lo dico anche per esperienza.

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  • NINO
    Lv 5
    6 anni fa

    Praticamente....parla come mangi

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