wanial
Lv 7
wanial ha chiesto in Scienze socialiPsicologia · 6 anni fa

Che cosa è l'anima? grazie?

Aggiornamento:

domanda scaturita da alcune risposte ad un'altra domanda

17 risposte

Classificazione
  • 6 anni fa
    Risposta preferita

    L’anima la si ha ogni tanto.

    Nessuno la ha di continuo

    e per sempre.

    Giorno dopo giorno,

    anno dopo anno

    possono passare senza di lei.

    A volte

    nidifica un po' più a lungo

    sole in estasi e paure dell’infanzia.

    A volte solo nello stupore

    dell’essere vecchi.

    Di rado ci da una mano

    in occupazioni faticose,

    come spostare mobili,

    portare valige

    o percorrere le strade con scarpe strette.

    Quando si compilano moduli

    e si trita la carne

    di regola ha il suo giorno libero.

    Su mille nostre conversazioni

    partecipa a una,

    e anche questo non necessariamente,

    poiché preferisce il silenzio.

    Quando il corpo comincia a dolerci e dolerci,

    smonta di turno alla chetichella.

    È schifiltosa:

    non le piace vederci nella folla,

    il nostro lottare per un vantaggio qualunque

    e lo strepito degli affari la disgustano.

    Gioia e tristezza

    non sono per lei due sentimenti diversi.

    E’ presente accanto a noi

    solo quando essi sono uniti.

    Possiamo contare su di lei

    quando non siamo sicuri di niente

    e curiosi di tutto.

    Tra gli oggetti materiali

    le piacciono gli orologi a pendolo

    e gli specchi, che lavorano con zelo

    anche quando nessuno guarda.

    Non dice da dove viene

    e quando sparirà di nuovo,

    ma aspetta chiaramente simili domande.

    Si direbbe che

    così come lei a noi,

    anche noi

    siamo necessari a lei per qualcosa.

    (Wislawa Szymborska)

    ...

    raramente faccio il copia-incolla di cose che non m'appartengono, che mi sa d'appropriazione indebita, di 'profanazione'...tant'è che avevo scarabocchiato l'anima con parole mie, stupide, ma con anima.

    Ecco, probabile che sia una cosa nascosta, sotto litri d'inchiostro di seppia. Che si veda solo da fuori, all'occhio imperfetto ma attento di un altro. E che gli basta uno spiraglio a dire tutto.

    Ecco, la Szymborska lo dice soprattutto meglio

  • Anonimo
    6 anni fa

    L'anima è l'essenza di una persona.

  • 6 anni fa

    è l'essenza di una persona......ammazza che risposte kilometriche

  • 6 anni fa

    Qualcosa che vola via quando si muore..

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  • Vavax
    Lv 7
    6 anni fa

    Nel legno è la parte più interna...

    ...se lo levighi molto, si va in "terrasanta" ed è rovinato per sempre.

  • Serena
    Lv 7
    6 anni fa

    Il nucleo di una persona, quello che conta veramente.

    Ciao

  • Non so cos'è, sarebbe troppo per me saperlo, non mi permetto di avvicinarmi, ma so dove poterla trovare, a volte la si può intravedere in una lacrima, altre invece in un sorriso spontaneo.

  • Anonimo
    6 anni fa

    L'anima e ciò che si trova in fondo a una persona,in profondo nel cuore e nell'immensità dei pensieri.

    Il corpo è la scatola che contiene l'anima

    Il corpo un giorno smetterà di esistere ma l'anima vivrà in eterno.

    È se ci credi e l'anima che andrà in paradiso, è uno spirito che vive nelle nostre azioni, buoni e cattivi, perciò non ha importanza in che età si spegne il corpo perché l'anima a già la sua età.

  • 6 anni fa

    Il soffio vitale, l'essenza di ognuno di noi. Che si abbia una visione religiosa o meno.

    Si dice ci metti il corpo e l'anima...

  • 6 anni fa

    L'anima è quella cosa che urla e nessuno la sente.

    Ora, quando vide Narciso vagare in campagne fuori mano,

    Eco se ne infiammò e ne seguì le orme di nascosto;

    e quanto più lo segue, tanto più vicino alla fiamma si brucia,

    come lo zolfo che, spalmato in cima ad una fiaccola,

    in un attimo divampa se si accosta alla fiamma.

    Oh quante volte avrebbe voluto affrontarlo con dolci parole

    e rivolgergli tenere preghiere! Natura lo vieta,

    non le permette di tentare; ma, e questo le è permesso, sta pronta

    ad afferrare i suoni, per rimandargli le sue stesse parole.

    Per caso il fanciullo, separatosi dai suoi fedeli compagni,

    aveva urlato: "C'è qualcuno?" ed Eco: "Qualcuno" risponde.

    Stupito, lui cerca con gli occhi in tutti i luoghi,

    grida a gran voce: "Vieni!"; e lei chiama chi l'ha chiamata.

    Intorno si guarda, ma non mostrandosi nessuno: "Perché", chiede,

    "mi sfuggi?", e quante parole dice altrettante ne ottiene in risposta.

    Insiste e, ingannato dal rimbalzare della voce:

    "Qui riuniamoci!" esclama, ed Eco che a nessun invito

    mai risponderebbe più volentieri: "Uniamoci!" ripete.

    E decisa a far quel che dice, uscendo dal bosco, gli viene incontro

    per gettargli, come sogna, le braccia al collo.

    Lui fugge e fuggendo: "Togli queste mani, non abbracciarmi!"

    grida. "Possa piuttosto morire che darmi a te!".

    E lei nient'altro risponde che: "Darmi a te!".

    Respinta, si nasconde Eco nei boschi, coprendosi di foglie

    per la vergogna il volto, e da allora vive in antri sperduti.

    Ma l'amore è confitto in lei e cresce col dolore del rifiuto:

    un tormento incessante le estenua sino alla pietà il corpo,

    la magrezza le raggrinza la pelle e tutti gli umori del corpo

    si dissolvono nell'aria. Non restano che voce e ossa:

    la voce esiste ancora; le ossa, dicono, si mutarono in pietre.

    E da allora sta celata nei boschi, mai più è apparsa sui monti;

    ma dovunque puoi sentirla: è il suono, che vive in lei.

    Così di lei, così d'altre ninfe nate in mezzo alle onde o sui monti

    s'era beffato Narciso, come prima d'una folla di giovani.

    Finché una vittima del suo disprezzo non levò al cielo le mani:

    "Che possa innamorarsi anche lui e non possedere chi ama!".

    Così disse, e la dea di Ramnunte assentì a quella giusta preghiera.

    C'era una fonte limpida, dalle acque argentee e trasparenti,

    che mai pastori, caprette portate al pascolo sui monti

    o altro bestiame avevano toccato, che nessun uccello, fiera

    o ramo staccatosi da un albero aveva intorbidita.

    Intorno c'era un prato, che la linfa vicina nutriva,

    e un bosco che mai avrebbe permesso al sole di scaldare il luogo.

    Qui il ragazzo, spossato dalle fatiche della caccia e dal caldo,

    venne a sdraiarsi, attratto dalla bellezza del posto e dalla fonte,

    ma, mentre cerca di calmare la sete, un'altra sete gli nasce:

    rapito nel porsi a bere dall'immagine che vede riflessa,

    s'innamora d'una chimera: corpo crede ciò che solo è ombra.

    Attonito fissa sé stesso e senza riuscire a staccarne gli occhi

    rimane impietrito come una statua scolpita in marmo di Paro.

    Disteso a terra, contempla quelle due stelle che sono i suoi occhi,

    i capelli degni di Bacco, degni persino di Apollo,

    e le guance lisce, il collo d'avorio, la bellezza

    della bocca, il rosa soffuso sul niveo candore,

    e tutto quanto ammira è ciò che rende lui meraviglioso.

    Desidera, ignorandolo, sé stesso, amante e oggetto amato,

    mentre brama, si brama, e insieme accende ed arde.

    Quante volte lancia inutili baci alla finzione della fonte!

    Quante volte immerge in acqua le braccia per gettarle

    intorno al collo che vede e che in acqua non si afferra!

    Ignora ciò che vede, ma quel che vede l'infiamma

    e proprio l'illusione che l'inganna eccita i suoi occhi.

    Ingenuo, perché t'illudi d'afferrare un'immagine che fugge?

    Ciò che brami non esiste; ciò che ami, se ti volti, lo perdi!

    Quella che scorgi non è che il fantasma di una figura riflessa:

    nulla ha di suo; con te venne e con te rimane;

    con te se ne andrebbe, se ad andartene tu riuscissi.

    Ma né il bisogno di cibo o il bisogno di riposo

    riescono a staccarlo di lì: disteso sull'erba velata d'ombra,

    fissa con sguardo insaziabile quella forma che l'inganna

    e si strugge, vittima dei suoi occhi. Poi sollevandosi un poco,

    tende le braccia a quel bosco che lo circonda e dice:

    "Esiste mai amante, o selve, che abbia più crudelmente sofferto?

    Voi certo lo sapete, voi che a tanti offriste in soccorso un rifugio.

    Ricordate nella vostra lunga esistenza, quanti sono i secoli

    che si trascina, qualcuno che si sia ridotto così?

    Mi piace, lo vedo; ma ciò che vedo e che mi piace

    non riesco a raggiungerlo: tanto mi confonde amore.

    E a mio maggior dolore, non ci separa l'immensità del mare,

    o strade, monti, bastioni con le porte sbarrate:

    un velo d'acqua ci divide! E lui, sì, vorrebbe donarsi:

    ogni volta che accosto i miei baci allo specchio d'acqua,

    verso di me ogni volta si protende offrendomi la bocca.

    Diresti che si può toccare; un nulla, sì, si oppone al nostro amore.

    Chiunque tu sia, qui vieni! Perché m'illudi, fanciullo senza uguali?

    Dove vai quand'io ti cerco? E sì che la mia bellezza e la mia età

    non sono da fuggire: anche delle ninfe mi hanno amato.

    Con sguardo amico mi lasci sperare non so cosa;

    quando ti tendo le braccia, subito le tendi anche tu;

    quando sorrido, ricambi il sorriso; e ti ho visto persino piangere,

    quando io piango; con un cenno rispondi ai miei segnali

    e a quel che posso arguire dai movimenti della bella bocca,

    mi ricambi parole che non giungono alle mie orecchie.

    Io, sono io! l'ho capito, l'immagine mia non m'inganna più!

    Per me stesso brucio d'amore, accendo e subisco la fiamma!

    Che fare? Essere implorato o implorare? E poi cosa implorare?

    Ciò che desidero è in me: un tesoro che mi rende impotente.

    Oh potessi staccarmi dal mio corpo!

    Voto inaudito per gli amanti: voler distante chi amiamo!

    Ormai il dolore mi toglie le forze, e non mi resta

    da vivere più di tanto: mi spengo nel fiore degli anni.

    No, grave non mi è la morte, se con lei avrà fine il mio dolore;

    solo vorrei che vivesse più a lungo lui, che tanto ho caro.

    Ma, il cuore unito in un'anima sola, noi due ora moriremo".

    Dice, e delirando torna a contemplare quella figura,

    e con le sue lacrime sconvolge lo specchio d'acqua,

    che increspandosi ne offusca lo splendore. Vedendola svanire:

    "Dove fuggi?" esclama. "Fèrmati, infame, non abbandonare

    chi ti ama! Se non posso toccarti, mi sia permesso almeno

    di guardarti e nutrire così l'infelice mia passione!".

    In mezzo ai lamenti, dall'orlo in alto lacera la veste

    e con le palme bianche come il marmo si percuote il petto nudo.

    Ai colpi il petto si colora di un tenue rossore,

    come accade alla mela che, candida su una faccia,

    si accende di rosso sull'altra, o come all'uva

    che in grappoli cangianti si vela di porpora quando matura.

    Specchiandosi nell'acqua tornata di nuovo limpida,

    non resiste più e, come cera bionda al brillio

    di una fiammella o la brina del mattino al tepore

    del sole si sciolgono, così, sfinito d'amore,

    si strugge e un fuoco occulto a poco a poco lo consuma.

    Del suo colorito rosa misto al candore ormai non v'è più traccia,

    né del fuoco, delle forze, di ciò che prima incantava la vista,

    e nemmeno il corpo è più quello che Eco aveva amato un tempo.

    Ma quando lei lo vide così, malgrado la collera al ricordo,

    si addolora e ogni volta che l'infelice mormora 'Ahimè',

    rimandandogli la voce ripete 'Ahimè',

    e quando il ragazzo con le mani si percuote le braccia,

    replica lo stesso suono, quello delle percosse.

    Le ultime sue parole, mentre fissava l'acqua una volta ancora,

    furono: "Ahimè, fanciullo amato invano", e le stesse parole

    gli rimandò il luogo; e quando disse 'Addio', Eco 'Addio' disse.

    Poi reclinò il suo capo stanco sull'erba verde e la morte chiuse

    quegli occhi incantati sulle fattezze del loro padrone.

    E anche quando fu accolto negli Ínferi, mai smise di contemplarsi

    nelle acque dello Stige. Un lungo lamento levarono le Naiadi

    sue sorelle, offrendogli le chiome recise;

    un lungo lamento le Driadi, ed Eco unì la sua voce alla loro.

    Già approntavano il rogo, le fiaccole da agitare e il feretro:

    il corpo era scomparso; al posto suo scorsero un fiore,

    giallo nel mezzo e tutto circondato di petali bianchi.

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