Anonimo
Anonimo ha chiesto in Scuola ed educazioneCompiti · 6 anni fa

Aiuto! Devo fare una ricerca del evoluzione del prezzo del pane dagli anni 60 ad oggi. 10 punti al migliore!!!?

3 risposte

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  • Anonimo
    6 anni fa
    Risposta preferita

    2. Gli italiani: consumatori maturi

    Donato Romano (2011), “spremendo” una massa considerevole di dati di

    contabilità nazionale e di altre fonti, ricostruisce l’evoluzione del modello di

    consumo degli italiani nell’ultimo quarantennio.

    Sul versante quantitativo, la spesa media per consumi della famiglia italiana

    è allineata a quella delle famiglie dei Paesi europei più sviluppati e significativamente

    superiore a quella dell’Ue a 27, mentre leggere differenze ancora

    persistono nella composizione interna dei panieri di spesa. La principale voce

    di spesa familiare odierna è rappresentata dall’abitazione, che assorbe circa

    il 30 per cento della spesa complessiva, seguita dai consumi alimentari con

    quasi il 20 e dai trasporti con il 16.

    Per avere un’idea delle grandi trasformazioni storiche delle abitudini di

    spesa degli italiani, basta ricordare che nell’anno dell’unificazione nazionale,

    il 1861, i due terzi circa del reddito medio degli italiani – stimato in 2.022 euro

    annui pro capite a potere di acquisto attuale – era destinato ai soli consumi

    alimentari; cinquanta anni dopo, all’acme della prima globalizzazione, ancora

    il 46 per cento del reddito per abitante – 3.067 euro annui – serviva per soddisfare

    i bisogni primari (Brunetti, Felice e Vecchi 2011).

    Rispetto ai primi anni Settanta del secolo scorso la spesa alimentare si è

    pressocché dimezzata mentre si è più che raddoppiata quella per l’abitazione

    ed è lievitata del 60 per cento la spesa per trasporti e comunicazioni. Il nostro

    Paese, in rapporto alle altre società europee, continua ancora oggi a caratterizarsi

    per una maggiore spesa allocata su alimenti, vestiario, casa-arredo e

    ristoranti-alberghi; di contro, comparativamente sottodimensionata risulta la

    spesa per consumi culturali e tempo libero. Sul piano interno, invece, i persistenti

    e marcati differenziali territoriali di reddito implicano che nel Mezzogiorno

    risulti relativamente più alta la spesa delle famiglie per i consumi essenziali

    (cibo, abbigliamento e calzature) a discapito di quella per abitazione,

    cultura e tempo libero2

    .

    2

    La spesa alimentare delle famiglie meridionali è storicamente superiore a quella delle famiglie del

    Nord, sia in valore assoluto che relativo, in ragione dell’età media più bassa degli abitanti, che richiede

    maggiori apporti proteici e vitaminici, della maggiore ampiezza media dei nuclei familiari e dalla più elevata

    propensione a consumare pasti in casa, legata al modesto tasso di occupazione femminile.12

    L’evoluzione diacronica degli ultimi quarant’anni mostra un sostenuto aumento

    dei consumi finali interni delle famiglie, che sono passati da 300 a circa

    750 milioni di euro in valori costanti; un’analoga crescita ha interessato i consumi

    medi pro capite, che sono lievitati da 8 mila euro circa a più di 16.500,

    registrando un tasso di crescita medio annuo dell’1,8 per cento, in linea, sebbene

    con periodi di parziale distonia nelle fasi recessive del ciclo economico,

    con l’andamento del Pil per abitante. A sostenere la crescita dei consumi è

    stato soprattutto il comparto dei servizi, della casa e dei beni “voluttuari”,

    mentre – come si è visto – assecondando la nota Legge di Engel, i consumi

    alimentari hanno drasticamente ridotto il loro peso sul Pil: man mano che individui

    e società progrediscono in termini di reddito disponibile, la spesa per

    alimenti aumenta a tassi decrescenti giacché le calorie vengono soppiantate da

    altri consumi3

    . Sebbene non reggano il passo del Pil, i consumi alimentari nel

    corso del quarantennio sperimentano un incremento di un terzo in termini reali:

    una crescita notevole se si considera che il grande balzo della spesa alimentare

    fosse già avvenuto negli anni Cinquanta e Sessanta e che nei primi anni

    Settanta i livelli erano ormai prossimi a quelli di saturazione quantitativa. Per

    effetto delle diverse elasticità della spesa alimentare rispetto al reddito – i beni

    necessari crescono meno che proporzionalmente all’aumentare del reddito, di

    contro la dinamica dei beni non strettamente necessari, definiti beni “superiori”,

    mostrano una maggiore reattività alla crescita del reddito – alcuni consumi

    (pesce, bevande, frutta e verdura) accrescono la loro importanza relativa nella

    dieta delle famiglie mentre altri subiscono un ridimensionamento (pane, cereali,

    latte, formaggi, uova). I consumi di carne e salumi, dopo una fase di forte

    espansione nel primo ventennio postbellico, negli anni Settanta registrano una

    stasi, per poi perdere peso dal decennio successivo in poi anche per effetto

    della rivalutazione di modelli alimentari legati alla dieta mediterranea.

    Le sistematiche ricomposizioni dei panieri alimentari delle famiglie italiane

    nel corso del tempo dipendono prioritariamente dai redditi disponibili ma

    sono largamente influenzate anche da variabili sociali, culturali e psicologiche.

    In particolare, i modelli economici dominanti – “Teoria del ciclo vitale” e del

    “Reddito permanente” – basati sulla cosiddetta “razionalità economica” degli

    individui, presuppongono che le decisioni di consumo (e, conseguentemente,

    di risparmio e indebitamento) dei singoli vengano formulate considerando

    congiuntamente la ricchezza, il reddito corrente e quello atteso per il futuro in

    modo da garantire un livello di consumo uniforme nel corso dell’intera vita.

    L’idea sottesa è che i giovani, confidando in un maggior reddito in futuro, ten-

    3

    Nel corso lungo periodo il fabbisogno energetico tende ad una fisiologica contrazione: se nel 1861,

    allorché prevalevano, nei campi e nel resto dell’economia, le attività lavorative fisiche, erano necessarie

    circa 2.300 calorie per persona, oggi, a ragione della prevalenza di lavori molto più sedentari e a minor

    dispendio di energie fisiche, ne bastano poco più di 2.000 (Sorrentino e Vecchi 2011).13

    deranno ad indebitarsi per permettersi un livello di consumo superiore al reddito

    corrente; al contrario, i lavoratori vicini all’età del pensionamento tenderanno

    a risparmiare per gli anni più maturi della vita e, dunque, ad avere livelli

    di consumo inferiori al reddito corrente. Tuttavia, modelli più recenti – sviluppati

    nell’ambito della cosiddetta “economia comportamentale” – hanno messo

    in evidenza la sistematica divergenza degli individui dalla “scelta razionale”

    nel consumo, spiegata dalle influenze delle componenti psicologiche4

    .

    Pertanto, nella determinazione del paniere di beni degli italiani contano la

    tradizione e le stratificazioni culturali a livello territoriale: al Sud rispetto al

    Nord sono decisamente più importanti i consumi di pasta, pesce e birra, viceversa

    al Nord rispetto al Sud pesano di più la carne bovina, i salumi, i formaggi

    e il vino; alquanto uniforme è invece la spesa per pollame, acqua minerale,

    biscotti e pasticceria. Pesano anche la tipologia familiare e lo status sociale:

    mangiano più carne le famiglie con figli mentre i single consumano relativamente

    più frutta e verdura; le famiglie giovani spendono comparativamente

    di più in acquisto di bibite mentre nella bilancia alimentare delle famiglie

    operaie incidono di più pane, cereali e carne. Contano, inoltre, le abitudini e

    gli stili di vita emergenti: crescono i consumi extradomestici in bar, ristoranti

    e mense, si attenua l’importanza del pranzo come pasto principale e contemporaneamente

    si accresce quella della prima colazione. Pesano, infine, in strati

    sociali crescenti, la qualità dei prodotti e dei processi produttivi e distributivi

    ad essi sottesi e aspetti connessi ai valori individuali di riferimento: tutela

    dell’ambiente, rispetto dei diritti dei lavoratori, sicurezza, identità territoriale,

    solidarietà.

    Alla vigilia della recessione, manifestatasi in forme acute a partire dall’ultimo

    scorcio dell’annus horribilis 2007, la spesa alimentare degli italiani risulta

    ormai stabile in termini reali da diversi anni e, sotto il profilo qualitativo,

    matura e allineata agli standard tipici delle società avanzate. Oltre un quinto

    della spesa per alimenti è coperto dai consumi fuori casa; si sono consolidate

    nicchie di consumo “intenzionali” verso prodotti a maggior contenuto di

    sicurezza e di finalità socio-culturali, mentre ipermercati e supermercati – a

    ragione della gamma elevata di offerta, dei prezzi mediamenti più bassi e della

    4

    In particolare, la letteratura individua tre fattori psicologici che determinano scelte di consumo (investimento

    e risparmio) non “razionali” da parte degli individui: (1) l’”eccessiva fiducia” rispetto al proprio

    grado di esposizione al rischio e alla capacità di gestire le proprie risorse finanziarie (mentre sottostimano

    la probabilità di incappare in eventi avversi); (2) l’ “euristica della disponibilità”, ossia la tendenza degli

    individui di stimare la probabilità di un evento sulla scorta della “disponibilità” del ricordo di tale evento

    (e non sulla effettiva probabilità che esso si verifichi); (3) lo “sconto iperbolico” connesso alla tendenza

    degli individui a sovrastimare sistematicamente costi e benefici immediati (e a sottovalutare quelli futuri),

    il che implica l’adozione di comportamenti poco lungimiranti, nel senso di una scarsa consapevolezza delle

    conseguenze del proprio stile di vita in rapporto alla sostenibilità della propria dotazione finanziaria. Per

    un’applicazione al caso delle famiglie italiane, cfr. Anderloni e Vandone (2011).14

    opportunità di comprimere i tempi di acquisto – sono diventati luoghi di spesa

    di massa per generi alimentari di ogni tipo. Un modello di spesa e di consumo

    sideralmente lontano da quello prevalente all’inizo del Novecento allorché

    l’alimentazione degli italiani era connotata da livelli modesti di calorie medie,

    “monotonia alimentare”, lentissimi mutamenti nell’evoluzione della dieta e

    dalla persistenza di uno “zoccolo duro” di consumo tipico blandamente scalfito

    da stili e abitudini alimentari leggermente diversi di parte del proletariato

    urbano e di élites medie e ricche (Zamagni 1998, pp. 175-182).

    Fonte/i: gruppo2013
  • Anonimo
    6 anni fa

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