Specchio800 ha chiesto in Scienze socialiPsicologia · 1 anno fa

Quali motivi vi hanno spinti a rinunciare?

Stanchezza, mancanza di determinazione, il fatto, semplice, che non sentivate più vostro quell'obiettivo, la lontananza dal traguardo, le difficoltà, il bisogno di altro?

Quale rinuncia avete vissuto come una sconfitta, e quale, invece, come una rinascita, una vittoria?

29 risposte

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  • 1 anno fa
    Migliore risposta

    Nel corso della mia vita mi sono posta più volte questa domanda e, per la risposta che mi sono data, assomiglia a un altro degli interrogativi che mi appartengono e che qualche tempo fa condivisi anche qui su Answers. Riguardava la rinuncia al Desiderare, al nutrire Sogni.

    Allora come ora nel rispondere alla tua domanda prenderò in considerazione una Rinuncia che non ha nulla a che vedere - o perlomeno così appare a me, chissà quali sabotaggi mi gioca la testolina - con una presa di posizione volontaria. E' qualcosa che avviene quasi in maniera fisiologica, qualcosa che mi è indifferente perché ovvio e naturale che sia.

    E' stato il raggiungimento del traguardo stesso a farmi abbandonare il campo.

    Mi piace l'Inizio, mi piace la strada, non posso dire altrettanto della meta che senza dubbio costituisce esteriormente una vittoria, ma dal raggiungimento della quale non riesco a far fiorire il mio futuro.

    E' come se una volta tagliato il traguardo smettessi di avere fame di quella vita che avevo progettato, magari perché ho scorto l'elemento di corruzione nel mio disegno. Sospetto invece si tratti di una mia personale instabilità.

    Non sono una persona capricciosa, tutt'altro; reclamo però nuovi inizi, la venuta di un futuro intatto, dove tutto è possibile e il passato - anche e soprattutto quello glorioso - è lontano, voglio l'entusiasmo, la ritrovata fatica di un nuovo progetto. Non mi definirei una persona che vorrebbe apparire dinamica, meno si diffonde la notizia della mia (inspiegabile per gli altri) rinuncia, meglio vivo; preferisco - nonostante io sia consapevole di quanto sia spesso irrealizzabile -, che i miei inizi siano silenziosi e che magari rimangano all'interno della mia dimensione intima.

    Non mi piace nemmeno l'etichetta dell'intraprendenza, il mio è più un incedere ondeggiante, un vagare.

    Ho vissuto come una specie di sconfitta l'aver abbandonato la danza classica nel momento in cui avevo raggiunto risultati notevoli. Mi sono guardata indietro, quasi vent'anni della mia vita dedicati allo studio del balletto classico, rinunce, sudore, lacrime sogni. Qual era stato il premio? Tanta tenerezza, ma anche e soprattutto un rigore e una disciplina che ho imparato a detestare quando mi sono resa conto che ormai facevano parte di me come di default, una ossessione per l'armonia del corpo che mi ha portata a distorcermi davanti allo specchio. E altro. Provai disgusto e, senza deciderlo davvero, scelsi di smettere.

    Soltanto poco tempo fa ho iniziato a fare pace con tutto questo, a vedere questi traguardi come conclusioni naturali di un capitolo a cui non si deve per forza dar seguito.

    Nessuna sconfitta, nessuna rinascita, nessuna vittoria; solo un inizio, un mentre, una fine. Punto.

  • Anonimo
    1 anno fa

    Nessuna rinuncia è stata per me l' equivalente di una sconfitta, così come nella rinascita, non c'è la minima parvenza di vittoria, ma solo consapevolezza dei miei mezzi, e serenità nell' aver imboccato finalmente, la strada a me più intrigante, semplice e bella.

    Mi godo questo intenso percorso, trasmesso incredibilmente a colori..

    https://www.youtube.com/watch?v=vKQXVGF2M2s

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  • Ciao Specchio

    Molto probabilmente non ho dei “gran rifiuti” (cit.) da raccontare, anche se, anni fa, volevo proprio nuziare alla vita. In realtà poi rinunziai a questo intento visto che sono ancora qui a poterlo raccontare.

    Stavo vivendo un pessimo periodo, forse, in assoluto, il più brutto di sempre. Oltre alle mie consuete crisi depressive, dovetti interfacciarmi anche con altre situazioni critiche che mi portarono a loro volta ad altre, definiamole pure, “rinunzie minori” da cui discesero “conseguenze minori”.

    Ora sarebbe troppo lungo e complesso da raccontare ma, in quel tempo, ritrovandomi, per tanti motivi, con un pugno di mosche in mano, uno smisurato ed insostenibile senso di fallimento totale iniziò letteralmente a soffocarmi.

    Mi procurai anche “l’occorrente”... ma nel frattempo che stabilivo dove e quando farla finita mi chiesi anche: <<E poi? Verrò forse ricordato/rimpianto soltanto per un chissà quale “irrealizzato sogno infranto”?>> (e non sarebbe stato punto quello il reale motivo di tale scelta).

    Di allora, forse potrei dire di non aver mai odiato tanto la vita, ma avrei forse odiato ancor di più la pessima ed errata memoria che avrei poi tramandato ai miei posteri e, nonostante tutto, anche alla mia famiglia.

    <<Posso davvero odiare così tanto me stesso da stabilire irreversibilmente di non dover più esistere? NO! Soprattutto perché NON decisi io di ritrovarmi in determinate situazioni>>.

    Tengo ancora oggi nascosta in una scatola “l’attrezzatura”, anche per rammentare a me stesso di aver rinunziato alla morte, optando per la vita.

    Fonte/i: σтк
    • Specchio800
      Lv 7
      1 anno faSegnala

      Un abbraccio, caro Otk.

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  • 1 anno fa

    Questa tua domanda mi tocca profondamente, è un tema annoso su cui da sempre mi interrogo.

    Potrei dire scherzosamente che sono un capricorno e quindi non conosco rinuncia :-) Battute a parte, è vero che la mia determinazione non ha limiti e il concetto stesso di arrendersi per me è inconcepibile; però alla base ci deve essere la convinzione di volerlo raggiungere quel traguardo. Per questo motivo, ogni cosa che ho lasciato perdere nella mia vita non è stata tecnicamente una rinuncia, ma piuttosto la naturale fine di un percorso che non mi interessava più, anzi che non mi apparteneva più. “Rinuncia” infatti per me significa dolorosa privazione di un qualcosa che invece si vorrebbe e io questo non l’ho fatto mai.

    Un tempo pensavo di aver rinunciato a cercare una posizione lavorativa più appagante. Ci avevo provato, avevo lavorato nel terzo studio italiano per fatturato del mio settore, ma ero incappata in un ambiente malato che non mi dava alcuna soddisfazione né prospettiva di crescita, per cui mi ero dimessa. Per vari anni ho pensato fosse una rinuncia, anzi LA rinuncia; ogni lavoro che ho fatto in seguito lo vedevo come una “caduta di livello”, una caduta più in basso. Ma la verità - sotto sotto - è che questa percezione era dovuta solo a un retaggio dell’educazione ricevuta e dell’ambiente in cui ero cresciuta (studia, prendi una laurea, trova un lavoro socialmente “prestigioso”, ecc.); un concetto che mi era stato inculcato fin da bambina e che credevo giusto. Ho invece scoperto che di quelle cose lì non me ne importa nulla, ma veramente nulla. Inizialmente credevo che fosse una mia giustificazione per rendermi la vita più tollerabile e invece no; è proprio così: non mi interessa la posizione, non mi interessa fare soldi, non me ne frega niente di avere un lavoro considerato “di successo”. Sembrano banalità, ma mi ci sono voluti anni per comprendere che quello che davvero mi interessa è altro. E’ divertirmi, è avere stimoli continui, è misurarmi col nuovo e con l’ignoto. E, soprattutto, è essere libera, avere tempo per me stessa, ché la vita è un attimo e non voglio passarla rinchiusa dentro un ufficio-prigione che mi va stretto a fare un lavoro che fondamentalmente mi annoia. Per cui, come ha detto Abracadabra nella sua bellissima risposta, pure io vago "e il naufragar m'è dolce in questo mare".

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  • 1 anno fa

    Per quanto riguarda i motivi, direi, a seconda delle situazioni, quelli che hai elencato tu, nessuno escluso anche se non sempre in contemporanea: hai fornito un campionario piuttosto completo, per quello che mi riguarda.

    Sempre per quello che mi riguarda, ci aggiungerei anche l'amara e triste, in certo senso drammatica consapevolezza, che proseguendo nei miei intenti avrei ferito ancor più di quanto stavo già ferendo la persona che mi stava cuore (parlo qui di un ambito sentimentale ben preciso).

    Per quanto riguarda il modo in cui ho vissuto le mie rinunce, parto dal presupposto che sconfitte e vittorie siano il più delle volte parziali, non solo perché sovente miscelate fra loro all'interno di una medesima situazione, ma anche e soprattutto perché è spesso possibile mediante le nostre scelte successive fare di una sconfitta di ieri il trampolino di lancio per una vittoria di domani, e viceversa trovarci a piangere un domani per quella che ieri avevamo considerato una sorprendente e fantastica vittoria...

    Ciò premesso, diciamo che mi hanno fatto più male le occasioni in cui io ho fatto del male, in cui mentre facevo del male mi sono trovato posto di fronte a limiti o aspetti negativi di me che non supponevo di avere.

    E che ho vissuto come sconfitte di più quelle in cui ho rinunciato preventivamente, per paura di fallire.

    Come vittorie o rinascite quelle in cui, mettendomi in gioco con me stesso, dopo aver rischiato e a volte fallito, ho compreso le ragioni dei miei fallimenti mettendomi nelle condizioni migliori per non ripeterli in futuro e approvando comunque me stesso per aver rischiato in passato.

    Tutto ciò appunto, tendenzialmente.

    Ogni situazione comprende le sue sfumature, analizzarle tutte in questa sede sarebbe piuttosto impegnativo per me e tedioso per voi, senza contare che insomma va bene essere spontaneo ma i miei punti più deboli li rendo accessibili soltanto a pochi (s)fortunati eletti :)))

    Ciao :-)

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  • 1 anno fa

    Buona domenica a tutti! Guarda Specchio, lo dico con sincerita, io ho affrontato ogni rinuncia a cuore molto leggero. Ci ho pensato soltanto anni dopo a cosa avevo fatto e perché, sul momento invece, ho solo fatto la cosa che mi faceva stare meglio: non posso quindi vantare un periodo di drammi esistenziali risolti per mezzo di sacrifici e decisioni sofferte, e questo non so dire perché non sia accaduto, forse posso solo ricondurlo alla mia indole personale, al fatto che dentro di me ho vaste zone di "superficialità"e grandi distese di facili entusiasmi, e dove anche solo intravedo una soluzione subito mi sembra già raggiunta, smetto di vedere i problemi che le pre-esistono, e li do per risolti, e anzi forse per nemmeno mai esistiti.

    Da precisare che sono l'opposto di un monaco zen di cui, in queste righe, mi pare d'aver fatto la caricatura:)) questa cosa non è, non è stata, e mai potrebbe esserlo. Magari questa assenza di smania, avere smesso di desiderare altro, oltre ciò che avevo, mi è servito a evitare il sentimento di totale fallimento, o forse è stato un antidoto che avevo in dotazione solo io, fatto sta che finché doveva funzionare ha funzionato ed è stata tutt’uno con la naturalezza, oppure, se vogliamo ancora una volta accogliere la suggestione della cultura fatalista tipica del meridione, è venuta dal mare: da dove si rinasce.

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  • Blu.
    Lv 7
    1 anno fa

    L'ultima rinuncia è stata (cosa triste,lo so) per noia

    Noia della situazione,noia di me,noia...

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  • Serena
    Lv 7
    1 anno fa

    Mi riesce impossibile rinunciare, sono testarda come un mulo e tendo ad incaponirmi sui miei...Errori? Sogni? Illusioni? Poi però mi faccio male e tutto il mio essere ne è pervaso (dal male che mi faccio da sola ;) )...fino a quando non succede qualcosa d'altro ed allora rinasco...scema come prima. Ahimè ;(

    ciao

  • Ho rinunciato perché sono stanca di illudermi, di aspettare cose o persone che non arrivano mai. Si è più felici accettando i propri limiti che forzando le situazioni , e poi sono sfinita e dannatamente cinica.

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  • 1 anno fa

    tante volte per non avere avuto i requisiti.

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