Funzionamento tuta astronauta?

Le tute da astronauta hanno una funzione di riscaldamento? Se si, come credo abbiano come funziona? In caso di incidente quanta autonomia di ossigeno hanno?

3 risposte

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  • 1 anno fa
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    Le tute da astronauta non sono riscaldate, in quanto nel vuoto la trasmissione del calore non avviene per convezione o conduzione, ma solo per irraggiamento. Per questo sono chiare, per riflettere i raggi del sole che altrimenti la farebbero surriscaldare. L'ossigeno all'interno della tuta è a pressione ridotta (circa 0,3 atmosfere) ed è puro, cioè non miscelato con azoto (21% di O2) per alleggerire la tuta. L'autonomia dipende dallo zaino salvavita, che contiene ossigeno, acqua, pompe di circolazione, batterie e strumenti di monitoraggio. L'autonomia varia ma è intorno alle 7-8 ore.

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  • Anonimo
    1 anno fa

    La testa dell’astronauta è protetta da un Elmetto di policarbonato molto resistente agli urti. All’interno, nella parte posteriore, vi si trovano dei cuscinetti per il comfort ed una valvola di scarico per eliminare l’anidride carbonica nel casi in cui si utilizzi la riserva di ossigeno.

    Prima di indossare l’Elmetto l’astronauta indossa uno speciale cappello denominato Communications Carrier Assembly (CCA) grazie al quale, per mezzo di cuffie e microfono, diventano possibili le comunicazioni via radio. Un set di fili di comunicazione e di bio strumenti chiamato EMU Electrical Harness (EEH) collega poi radio e sensori allo “zaino posteriore” della tuta. Questo sistema oltre ad essere utilizzato per la comunicazione serve anche a controllare i segni vitali dell’astronauta come la respirazione, il battito cardiaco, la temperatura, etc.

    Nella parte anteriore dell’elmetto viene poi posizionato un visore laminato oro, o Extravehicular Visor Assembly (EVA), per proteggere l’astronauta dalle radiazioni nocive del sole e allo stesso tempo provvedere ad un adeguato isolamento termico.

    Elmetto e Visore sono collegati tramite un anello di collegamento all’impianto dorsale, quello che in gergo si chiama Hard Upper Torso (HUT). Il HUT è una conchiglia in fibra di vetro che supporta braccia, schiena, elmetto, backpack e modulo di controllo. Come si vede bene in Figura 2, l’Upper Torso Rigido viene poi ricoperto da un Upper Torso soffice fatto dello stesso materiale delle braccia.

    Le unità Braccia avvolgono spalle, braccio e gomito garantendo all’astronauta un’opportuna capacità di movimento. Le unità braccia sono disponibili in varie misure in modo da potersi adattare ad astronauti di ogni corporatura.

    I Guanti, infine, sono attaccati alle braccia tramite anelli che facilitano le operazione che richiedono una rotazione del polso. Le estremità sono ricoperte da una speciale gomma per assicurare la giusta aderenza. Gli astronauti inoltre indossano guanti più fini dentro il guanto esterno per ragioni di comfort. I guanti esterni sono provvisti di appositi ganci a cui è possibile vincolare gli strumenti di lavoro.

    Componenti Parte Superiore EMU MAG

    Garment

    Siccome le passeggiate spaziali possono durare anche 7-8 ore è stato necessario pensare a qualche cosa per permettere agli astronauti di espletare i propri bisogni. Rientrare dentro la ISS per usufruire della toilette è praticamente impensabile. Si è quindi deciso di far indossare ad ogni astronauta un Maximum Absorption Garment (MAG), una sorta di pannolone per adulti in grado di assorbire rifiuti sia liquidi che solidi. Per evitare rischi di disidratazione, agli astronauti è concesso di bere durante tutta la durata dell’attività extraveicolare. La tuta spaziale è infatti dotata di una sacca interna che prende il nome di In-suit Drink Bag (IDB) che può contenere fino a 1.9 litri di acqua. Tramite un piccolo tubo posizionato vicino alla bocca l’astronauta può bere ogni qualvolta ne senta il bisogno.

    Lower Torso Assembly

    Fig. 4 – Lower Torso Assembly

    La parte inferiore è costituita da un singolo pezzo, denominato Lower Torso Assembly (LTA). Questo elemento, che potremmo definire sotto-schiena, include giunti per i pantaloni, ginocchia, caviglie, stivali e basso ventre ed è collegato all’Upper Torso tramite un grosso anello di collegamento. Il LTA è anche dotato di un moschettone metallico di sicurezza che, tramite una corda, consente di legare l’astronauta alla struttura su cui sta lavorando. Senza questo dispositivo l’astronauta, al minimo movimento falso, rischierebbe di volare via immettendosi in una qualche strana orbita che lo porterebbe ad allontanarsi inesorabilmente dallo spacecraft condannandolo a perdersi nello spazio vuoto. Per evitare che gli strumenti di lavoro facciano la stessa fine, anch’essi sono saldamente collegati a questa parte della tuta. Le strisce rosse che si vedono ad $altezza$ coscia servono solamente per il riconoscimento visivo degli astronauti. Alcune tute infatti sono completamente bianche, altre hanno strisce rosse come quelle di Figura 4 ed altre ancora hanno strisce rosse tratteggiate.

    Liquid Cooling and Ventilation Garment Big

    Figura 5 – Liquid Cooling and

    Ventilation Garment

    Siccome nello spazio vuoto il calore può essere smaltito solamente tramite irraggiamento, prima di indossare la tuta vera e propria l’astronauta si mette una specie di sottoveste dal nome Liquid Cooling and Ventilation Garment (LCVG). Questa speciale tutina di Nylon e Spandex è attraversata da 91.5 metri di sottili tubi di plastica attraverso i quali scorre acqua fredda in grado di asportare il calore in eccesso prodotto dal corpo umano e mantenere una temperatura corporea confortevole. L’acqua torna poi al sistema di supporto primario (PLSS) dove viene raffreddata in uno scambiatore per poi essere rimessa in circolo. L’acqua fredda proviene o dal backpack dell’astronauta o dallo spacecraft attraverso un cordone ombelicale. Questa speciale “tutina” è anche provvista di una tasca in cui alloggia un dosimentro per tener sotto controllo la dose assorbita a causa delle radiazioni cosmiche ed un kit elettrocardiografico che permette un monitoraggio costante della funzionalità cardiaca.

    E veniamo ora alla parte più importante dell’intera tuta, il vero e proprio cuore, quello che provvede al supporto delle funzioni primarie e vitali del corpo umano. Si tratta del PLSS, acronimo che sta per Primary Life Support Subsystem. Come si vede in Figura 6, il PLSS non è altro che un grosso e apparentemente semplice zaino. In realtà l’interno è alquanto complesso e contiene i serbatoi di ossigeno, i filtri dell’anidride carbonica, l’acqua per il raffreddamento, la radio, delle sorgenti di energia elettrica, ventole di raffreddamento e sistemi di allarme. Sul fondo dello zaino viene collocato anche un serbatoio secondario di sicurezza in grado di fornire ulteriore ossigeno in situazioni di emergenza.

    Primary Life Support System Big

    Figura 6 – Prymary Life Support System

    Il cervello di tutta la tuta risiede invece nel Modulo di Visione e Controllo, ovvero il Display and Control Module (DCM). Il DCM è montato sul davanti della tuta, all’$altezza$ dell’addome. Contiene tutti gli switch, le valvole e i monitor LCD essenziali per operare con il PLSS.

    Display and Control Module Big

    Figura 7 – Display and Control

    Module (DCM)

    Siccome la posizione in cui si trova questo modulo non è tra le più comode, l’astronauta si serve di un piccolo specchietto legato sul polso per poter agevolmente visionare tutte le spie e gli interruttori presenti sul pannello frontale. Come si vede ingrandendo la Figura 7 infatti, tutte le scritte sono stampate appositamente al contrario (o “a specchio” come si suol dire). Il DCM è di fondamentale importanza per l’astronauta poiché gli consente di monitorare il corretto funzionamento della tuta. Tra i principali parametri visionabili e/o modificabili dall’astronauta vale la pena citare:

    Un regolatore di temperatura, costituito da una manopola

    Un dispositivo per il controllo dell’ossigeno all’interno della tuta

    Una rotellina per controllare il volume delle comunicazioni

    Una valvola di spurgo

    L’ultimo elemento di cui vi voglio parlare si chiama SAFER ed è un dispositivo di sicurezza che in condizioni estreme potrebbe davvero salvare un astronauta dal fare una fine che non si augurerebbe a nessuno. SAFER è l’acronimo di Simplified Aid for EVA Rescue e consente di scongiurare il pericolo che l’astronauta, a causa di un movimento errato, cominci ad allontanarsi dalla navetta senza possibilità di regresso. Una volta il pericolo non sussisteva in quanto gli astronauti erano collegati al veicolo tramite un cordone ombelicale in cui passavano fili, tubi per l’aria, per l’acqua di condizionamento delle tute, ecc. Negli anni a seguire il problema è stato ovviato grazie all’introduzione un sottile cavo di sicurezza con cui assicurare l’astronauta alla stazione, ma siccome alcune operazioni devono essere eseguite senza alcun tipo di vincolo, è stato deciso di equipaggiare ogni tuta spaziale con questo dispositivo.

    Simplified Aid for EVA Rescue Big

    Figura 8 – Simplified Aid for EVA

    Rescue (SAFER)

    Il SAFER entra in funzione nel caso in cui, mentre lavora all’esterno, l’astronauta si dia inavvertitamente una spinta che lo allontana dal veicolo o dalla stazione. Infatti, poiché la spinta è in pratica sempre asimmetrica, l’uomo inizia inevitabilmente a volteggiare in modo disordinato. Ciò attiva automaticamente il dispositivo di salvataggio che, basandosi su un giroscopio, blocca il movimento incontrollato azionando piccoli getti a razzo funzionanti ad azoto in pressione (visibili in Figura 8). Una volta stabilizzatosi, l’astronauta apre un piccolo sportello che si trova in basso sul lato destro dello zaino ed estrae una specie di joystick; muovendo opportunamente le levette, può azionare i getti in modo da controllare gli spostamenti in ogni direzione e dirigersi di nuovo verso lo Space Shuttle o verso la stazione. L’autonomia è di soli 5 minuti, ma gli astronauti sono stati appositamente addestrati per sfruttare questo piccolo lasso di tempo nel migliore dei modi.

    Il SAFER in pratica non è altro che una versione semplificata (da cui appunto Simplified) della MMU (Manned Manouvering Unit), ovvero quella famosa poltrona a razzo che ha permesso a Bruce McCandless, durante la missione STS-41-B, di effettuare la prima passeggiata spaziale svincolata della storia. Concludo l’articolo mostrandovi una foto storica. Quella che vedete qui sotto (che ormai da qualche anno occupa il desktop del mio cellulare) è stata scattata il 7 Febbraio del 1984 proprio in occasione della prima Untethered Spacewalk della storia.

    Untethered Spacewalk Big

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  • Anonimo
    1 anno fa

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