Specchio800 ha chiesto in Scienze socialiPsicologia · 3 sett fa

Dare alle cose un nome diverso dalla realtà vi aiuta davvero a vivere meglio?

Quante volte vi siete rifiutati di definire qualche vostra azione con gli stessi precisi termini che, invece, usate per gli altri?

Riuscite, in tutta onestà, a convincere voi stessi che le vostre (e solo le vostre) menzogne siano innocue bugie a fin di bene, che tradire sia un aver amato troppo, etc.?Attribuire a errori e cadute un nome nuovo vi dà l'illusione di cancellarli o renderli meno gravi?E' così difficile accettare la nostra natura di esseri umani e fallibili, riconoscere la nostra miseria?Posso capire che, pubblicamente, si possa sentire il bisogno di non flagellarsi troppo; ma, nel chiuso della vostra stanza, siete ancora capaci a definirvi per ciò che siete, o anche lì usate definizioni eufemistiche?

29 risposte

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  • 3 sett fa
    Migliore risposta

    Chiamo le cose con il mio nome. Tutte le cose. Nel bere e nel mare, e mi ubriaco e annego come un ricco illuso. Definisco le azioni altrui con lo stesso metro che uso un po' per chiunque, compreso me stesso (che sarà pure alterato e sbagliato alla radice, ma è l'unico che ho, l'unico che mi sono lasciato), ma con me e con chi amo, lo confesso, sono molto più indulgente, sono molto più severo. Tutti gli altri entrano a stento nel mio campo visivo. Non mi piace edulcorare, non lo faccio quasi mai, ma adoro le prospettive altre, le variazioni sul tema, le storie, ma credo che non sto più rispondendo alla domanda. Ecco, vedi? Il mare, l'oceano da polso che porto sempre con me. In ogni caso, la nostra natura umana, così fallibile e misera, così impeccabile e pura, è al tempo stesso alibi e risorsa. La accettiamo e la neghiamo allo stesso tempo. La accettiamo con l'ascia con cui rompiamo il mare ghiacciato che abbiamo dentro, perché abbiamo bisogno di ispezionarci, di farci a pezzi, di frantumarci e ricostruirci, ancora e ancora. E la neghiamo: l'anneghiamo, nelle profondità di certe menzogne senza volto. Vanno bene entrambi i modi, siamo qui, siamo vivi, dobbiamo dare un senso ai giorni. Per quanto mi riguarda, mi perdono spesso, quasi sempre, e mi prendo a schiaffi come non faccio con nessun altro. Ma non credo si tratti di un deliberato atto di cecità, quanto piuttosto di un respiro profondo con gli occhi chiusi che va da un mostro amorevole come "non fa niente, non è colpa tua, poi passerà, è già passato" a un amore mostruoso come "sarà tra breve, un attimo di calma nel vento, e un’altra donna mi partorirà". Nel chiuso della mia stanza, ho imparato a riconoscermi. 

  • 3 sett fa

    Naah, troppo vecchio, cinico e bàstardo. Mi assumo la responsabilità delle mie azioni.

    Se buco il pallone ai bambini non dico che  lo faccio per insegnargli l'educazione. E' solo per  piacere personale

  • 2 sett fa

    Bellissima domanda, Specchio, che aiuta a sondare il mio terreno fin troppo 'smottato' dalle intemperie e dalle avversità.

    Sono forse (e lo dico con un pizzico di rammarico) talmente tanto critica nei miei confronti, che difficilmente faccio qualcosa che mi faccia stare male. 

    Male sul serio. 

    La mia spada di Damocle sono sempre stati i miei sensi di colpa. 

    Un bene o un male? 

    Entrambe le cose, forse. Ma almeno mi sono protetta. 

    Avete una coscienza buona (pulita forse è troppo) mi permette di essere serena. 

    Per un periodo di tempo (tanto tempo fa) ho vissuto una situazione 'delicata', forse un po' ambigua che mi ha fatto 'omettere' alcune cose importanti :è stato terribile. 

    Il senso di colpa mi ha uccisa, finché non ho chiarito tutto sono stata male. 

    Ora, per me la serenità è al primo posto. 

  • 2 sett fa

    Non mi faccio sconti, delle volte ho mancato ( ed ancora lo faccio, certo) di consapevolezza e quindi mi sono crogiolata in parole vane come il loro contenuto, ma l' esperienza e la ricerca mi dicono sempre più che nel nostro essere un tutto c'è la miseria e la nobiltà, e dobbiamo rispettarle entrambe con tutte le sfumature chiamandole col loro nome e noi chiamandoci come esseri umani... quindi sempre perfettibili o comunque in grado di evolverci ed apprendere ( volendo). 

    La verità è sempre in noi e noi ne siamo l' espressione: inutile proclamarsi felici /infelici quando nel profondo non lo si è... se ci fa bene e può scuotere positivamente l' inconscio potremo urlarlo...questo nessuno può togliercela, questa libertà...ben sapendo che è una bugia, una illusione, una temporanea fuga da quella resa dei conti che è la reale dimensione vissuta... passato il momento di distrazione torniamo in contatto con il senso delle parole e la loro vibrazione, che è altro...e questo vale sia per noi che per come ci riferiamo agli altri.

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  • 2 sett fa

    Dicevo proprio ieri a me stessa prima, e alla mia metà poi: "certe volte sono proprio una strònza." 

    Mi capita di indorare la pillola del malato quando l'amara verità non è utile al suo star meglio, sarebbe anzi l'opposto. E poi si innesca tutto un meccanismo per cui "che diritto ho di aprire gli occhi a chi non vuole vedere o ha già visto? potrei ferirlo a morte e potrei fare del male anche e soprattutto a chi non può vedere". Lì taccio, mi sembra di infierire e rimando la verità a quando sarà utile; perché la verità è sempre vera e sempre lei, ma a volte può essere poco opportuna. 

    Eppure, in questa cornice dentro la quale tutelo l'altro, mi chiedo se non stia io correndo ai ripari per scagionare la me del futuro, per accumulare una sorta di credito, e per rinfrancare i miei errori passati. Una cosa che non mi riesce mai è essere dura e rigida verso chi commette errori di cui io stessa mi sono macchiata in passato...mi sembra una frode non concedere attenuanti a una debolezza che è stata mia per mettermi sul pulpito a giudicare. Non amo chi pontifica e dà lezioni su miserie che ha vissuto, e mormora come se non le avesse vissute. E' più forte di me, la comprensione si prende lo spazio del giudizio aspro. Mi pare di non averne il diritto. 

    In passato, e qualche volta anche oggi, ascoltando il malato cedere all'auto-inganno ho sentito forte il desiderio di prenderlo per le spalle e dargli una scrollata: "come puoi non vedere? Apri gli occhi!". Mi accade quando assisto agli attimi precedenti il passo falso e so che la mia parola potrebbe essere utile a evitare la caduta. Oltre che utile, sarà anche opportuna? Potrà fare male? Spesso la mia parola arriva, a mettere in guardia. Eppure anche lì poi mi dico: "avevo questo potere?". Quasi sempre me ne pento.

    Nel chiuso della mia stanza mi flagello sempre meno, perché ho (quasi) smesso col martirio e le sue derive, perché faccio sempre più fatica a definirmi né ho più interesse a farlo. Nel chiuso della mia stanza, dentro di me, laddove le parole non distorcono l'essenza, io mi vivo come chiara. Nella deformazione con l'altro so di essere fallace e umana, so anche di cadere nei doppi pesi e misure nonostante le cautele che applico. 

    Adesso, dopo tanti anni, finisce tutto con un "Amen".

    • Dila2 sett faSegnala

      idee confuse forse, ma se si percepisce una qualsivoglia radice, la confusione diventa bella

  • 3 sett fa

    Oh, io sono estremamente consapevole delle mie azioni e delle mie parole. Forse, è proprio per questo che tendo a chiudermi in me stessa. Un po' è dato dalla mia timidezza e lo ammetto, ma c'è anche da ammettere che ho una smania di controllo che va oltre ogni limite. 

    Io sono consapevole di quello che faccio e dico e sono ipercritica nei miei confronti, e nei confronti delle cose positive o negative che faccio o dico; e quando dico o faccio qualcosa di negativo o era voluto e ben pensato, oppure (se non lo era) continuerò a ripensarci per mesi. Sono forse troppo onesta con me stessa, sicuramente più di quanto lo sono con gli altri. Il punto è che credo che questa mia estrema onestà nei miei confronti, molto spesso, finisce per ingigantirsi così tanto da diventare distorta e falsa.

    Quindi, finisce per diventare onestà non onesta. 

    Ma forse non era questo il punto.

    Il punto è che sono sempre super consapevole dei miei stessi errori e mi riguardo sempre dal non farne. Di conseguenza, sono consapevole dei miei sbagli e cerco di non nasconderli a me stessa, ma allo stesso tempo faccio la stessa cosa che fa chi nasconde i propri sbagli. Non accetto la debolezza e miseria che caratterizza ogni essere umano e caratterizza anche me. E nonostante io ne sia consapevole, riesco a malapena a distaccarmi da questa mia smania di controllo.

    E' un concetto complesso ed arzigogolato, me ne rendo conto. Ma non riesco ad esprimerlo in altro modo.

    Probabilmente non si capisce niente di quello che ho scritto.

  • Serena
    Lv 7
    2 sett fa

    No, guarda, nessuna menzogna, nessun nome diverso, nessuna giustificazione, so esattamente quello che sono, sono estremamente critica verso me stessa, molto più di quanto lo sono con gli altri, di cui invece comprendo la fallibilità. 

    Certo non vado a raccontare agli altri le mie umanissime defaillance, le mie vergogne, i miei terribili voluti sbagli. 😺

  • 2 sett fa

    No. Riesco ad essere addirittura più dura con me stessa che con il mio prossimo, al quale in taluni casi posso anche concedere una qualche attenuante perché non amo giudicare ciò che non conosco alla perfezione. Questo con me non può avvenire visto che nessuno mi conosce meglio di me stessa e perciò se sbaglio per me ci sono solo aggravanti.

  • 2 sett fa

    Pratico da anni  la decostruzione, e chi la conosce attuandola, sa bene quali siano gli effetti che essa provoca provoca e le strategie adottate per far sì che ogni azione venga riconosciuta col suo giusto nome. Il processo di smontaggio del sè è lentissimo, snervante, inconcludente all'inizio e contraddittorio come poche cose al mondo. È un sezionarsi attaverso le scuse proprie dell'umano essere, alle bugie che non sono bugie, invero sarebbe esatto chiamarle "manipolazioni del segmento".

    E in quel momento non serve questionare!

    Pubblicamente appari splendido, privatamente  riconosci l'artificio, e per rendere meglio il concetto immagina uno spettacolo teatrale in cui, io spettatore, fingo di credere a uno  che fa finta di essere qualcuno.

    Boh, sicuro che mi sono spiegata malissimo:)) nel concreto la mia risposta è, no:  non c’è alcun rifugio dove nasconderci da noi stessi.

    • Dila2 sett faSegnala

      embè, credo che valga la pena rimanere in un answers ...così

  • Non so più neanche io chi sono, la verità è che l'unico modo per definire se stessi, è l'intimità della propria persona dove resti a contatto con la parte segreta dell'anima. :/

    Ultimamente mi destabilizza qualsiasi cosa, e infatti quello che faccio è allontanare chi vuole buttare giù la mia corazza, non riesco più a farmi piacere la conoscenza di altre persone, sorrisi e parole forzate quando tutto quello che voglio è sparire dalla mentalità delle persone 

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