Leonardo ha chiesto in Arte e culturaPoesia · 4 mesi fa

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12 risposte

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  • «Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

    e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.

    Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.

    Il mio dura tuttora, nè più mi occorrono

    le coincidenze, le prenotazioni,

    le trappole, gli scorni di chi crede

    che la realtà sia quella che si vede.

    Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio

    non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.

    Con te le ho scese perché sapevo che di noi due

    le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,

    erano le tue.» 

    Eugenio Montale 

    Sicuramente la conosci già, ma è così bella che voglio condividerla qui :) 

  • 4 mesi fa

    Eccola.........

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  • 4 mesi fa

    "Ognuno è solo sul cuor della terra/trafitto da un raggio di sole/ed è subito sera" ( Salvatore Quasimodo - 1a ed. 1930 )

  • 4 mesi fa

    Questa poesia, di Cesare Pavese, ha come titolo "Agonia".

    "Girerò per le strade finché non sarò stanca morta

    saprò vivere sola e fissare negli occhi

    ogni volto che passa e restare la stessa.

    Questo fresco che sale a cercarmi le vene

    è un risveglio che mai nel mattino ho provato

    così vero: soltanto, mi sento più forte

    che il mio corpo, e un tremore più freddo

    accompagna il mattino.

    Son lontani i mattini che avevo vent'anni.

    E domani, ventuno: domani uscirò per le strade,

    ne ricordo ogni sasso e le strisce di cielo.

    Da domani la gente riprende a vedermi

    e sarò ritta in piedi e potrò soffermarmi

    e specchiarmi in vetrine. I mattini di un tempo,

    ero giovane e non lo sapevo, e nemmeno sapevo

    di esser io che passavo-una donna, padrona

    di se stessa. La magra bambina che fui

    si è svegliata da un pianto durato per anni

    ora è come quel pianto non fosse mai stato.

    E desidero solo colori. I colori non piangono,

    sono come un risveglio: domani i colori

    torneranno. Ciascuna uscirà per la strada,

    ogni corpo un colore-perfino i bambini.

    Questo corpo vestito di rosso leggero

    dopo tanto pallore riavrà la sua vita.

    Sentirò intorno a me scivolare gli sguardi

    e saprò d'esser io: gettando un'occhiata,

    mi vedrò tra la gente. Ogni nuovo mattino,

    uscirò per le strade cercando i colori."

    "Sentirò intorno a me scivolare gli sguardi e saprò d'esser io: gettando un'occhiata,

    mi vedrò tra la gente": che meraviglia!

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  • 4 mesi fa

    Ti mando questa di Pierluigi Cappello

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  • Blu.
    Lv 7
    4 mesi fa

    Itaca / Constantino Kavafis

    Quando ti metterai in viaggio per Itaca

    devi augurarti che la strada sia lunga,

    fertile in avventure e in esperienze.

    I Lestrigoni e i Ciclopi

    o la furia di Nettuno non temere,

    non sarà questo il genere di incontri

    se il pensiero resta alto e un sentimento

    fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.

    In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,

    né nell'irato Nettuno incapperai

    se non li porti dentro

    se l'anima non te li mette contro.

    Devi augurarti che la strada sia lunga.

    Che i mattini d'estate siano tanti

    quando nei porti - finalmente e con che gioia -

    toccherai terra tu per la prima volta:

    negli empori fenici indugia e acquista

    madreperle coralli ebano e ambre

    tutta merce fina, anche profumi

    penetranti d'ogni sorta;

    più profumi inebrianti che puoi,

    va in molte città egizie

    impara una quantità di cose dai dotti

    Sempre devi avere in mente Itaca -

    raggiungerla sia il pensiero costante.

    Soprattutto, non affrettare il viaggio;

    fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio

    metta piede sull'isola, tu, ricco

    dei tesori accumulati per strada

    senza aspettarti ricchezze da Itaca.

    Itaca ti ha dato il bel viaggio,

    senza di lei mai ti saresti messo

    in viaggio: che cos'altro ti aspetti?

    E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.

    Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso

    già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

  • 4 mesi fa

    Samadhi 

    Svaniti di luce e d ombra i veli

    Sollevata ogni nebbia di dolore 

    Dileguata ogni alba di effimera gioia 

    E scomparso dei sensi l incerto miraggio

     Amore odio, salute e malattia, vita e morte

    Perirono queste false ombre sullo schermo della dualità 

    Onde di risa scille di sarcasmo vortici di tristezza

     Si fondono nel vasto oceano della beatitudine

     La tempesta di maya s e acquistata

     Per incanto della profonda  intuizione

     L universo sogno dimenticato  si cela furtivo nel subconscio

     Pronto ad invadere l appena ridestata memoria del Divino 

    Io vivo senza la cosmica ombra Ma questa non vive se divisa da me

    Come il mare esiste senza onde

    Ma essere non respirano senza il mare 

    Sogni risvegli stati di profondo turiya sonno 

    Presente passato e futuro per me non son piu

    Ma io onnipresente, io che fluisco ovunque, io in ogni luogo

    Pianeti e stelle nubulose terra

    Vulcanici cataclismi del giorno del giudizio La fornace ove si plasma il creato

    Ghiacciai  di silenti raggi x, torrenti incendiati di elettroni I pensieri degli uomini tutti, passati presenti e futuri

    Ogni filo d erba, me stesso l umanità Ogni particella di polvere universale Collera, avidità, bene, male salvezza lussuriaTutto inghiotii, tutto trasmutai

    Nel vasto oceano di sangue del mio unico essere

    Gioia nascosta sotto le ceneri, spesso attizzata dalla meditazione Accecando i miei occhi di pianto Divampò in immortali fiamme di beatitudine Consumando le mie lacrime, la mia forma, tutto me stessoTu sei me io sono Te

    Conoscenza, conoscitore, conosciuto in uno

    Quieto perenne brivido, eterna pace sempre nuova

    Godibile oltre l immaginario beatitudine del samadhi

    Non un anestetico mentale o uno stato inconscio senza voluto ritorno

    Il samadhi e un espansione della mia sfera cosciente

    Oltre i limiti della forma mortale Fino ai più lontani confini della eternità Dove io cosmico mare

    Contempli il piccolo ego fluttuare in me

    Un passero, ogni granello di sabbia, non cadono senza che io lo veda

    Tutto lo spazio come un icerberg galleggia nel mio mare mentale Immenso conoscitore Io di ogni cosa

    Dalla piu lunga e profonda assetata meditazione  dono del guru Viene questo celestiale samadhi

    S odono i danzanti mormorii degli atomi

    L oscura terra monti e valli Ecco sono liquido fuso! I mari fluenti si mutano in vapori e nebulose! L Aum soffia sui vapori squarciando meravigliosamente i loro veliE rivela il loro oceano scintillanti elettroni 

    Finché all ultimo tocco del cosmico tamburo Le luci piu dense svaniscono nei raggi eterni

    Dell onnipervadente beatitudine Dalla gioia venni, per la gioia vivo, nella sacra gioia m immergo Oceano della mente, io bevo tutte le onde della creazione Quattro veli di liquido solido vapori e luce

    Si sollevano del tuttoIo stesso in ogni cosa entro nel grande Me stesso Svanite per sempre le incerte vacillanti ombre delle memorie mortali immacolato e il mio cielo mentale sotto davanti e in alto 

    L eternità ed io un solo raggio unito

    Da minuscola bolla di risa

    Io sono divenuto il Mare stesso della gioia Dal libro l Autobiografia di uno Yogi di Paramahansa Yogananda 

  • 4 mesi fa

    Nel mezzo del cammin di nostra vita

    mi ritrovai per una selva oscura,

    ché la diritta via era smarrita.

    Ahi quanto a dir qual era è cosa dura

    esta selva selvaggia e aspra e forte

    che nel pensier rinova la paura!

    Tant’è amara che poco è più morte;

    ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,

    dirò de l’altre cose ch’i’ v’ ho scorte.

    Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,

    tant’era pien di sonno a quel punto

    che la verace via abbandonai.

    Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,

    là dove terminava quella valle

    che m’avea di paura il cor compunto,

    guardai in alto e vidi le sue spalle

    vestite già de’ raggi del pianeta

    che mena dritto altrui per ogne calle.

    Allor fu la paura un poco queta,

    che nel lago del cor m’era durata

    la notte ch’i’ passai con tanta pieta.

    E come quei che con lena affannata,

    uscito fuor del pelago a la riva,

    si volge a l’acqua perigliosa e guata,

    così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,

    si volse a retro a rimirar lo passo

    che non lasciò già mai persona viva.

    Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,

    ripresi via per la piaggia diserta,

    sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso.

    Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta,

    una lonza leggera e presta molto,

    che di pel macolato era coverta;

    e non mi si partia dinanzi al volto,

    anzi ’mpediva tanto il mio cammino,

    ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.

    Temp’era dal principio del mattino,

    e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle

    ch’eran con lui quando l’amor divino

    mosse di prima quelle cose belle;

    sì ch’a bene sperar m’era cagione

    di quella fiera a la gaetta pelle

    l’ora del tempo e la dolce stagione;

    ma non sì che paura non mi desse

    la vista che m'apparve d'un leone.

    Questi parea che contra me venisse

    con la test’alta e con rabbiosa fame,

    sì che parea che l’aere ne tremesse.

    Ed una lupa, che di tutte brame

    sembiava carca ne la sua magrezza,

    e molte genti fé già viver grame,

    questa mi porse tanto di gravezza

    con la paura ch’uscia di sua vista,

    ch’io perdei la speranza de l’altezza.

    E qual è quei che volontieri acquista,

    e giugne ’l tempo che perder lo face,

    che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista;

    tal mi fece la bestia sanza pace,

    che, venendomi ’ncontro, a poco a poco

    mi ripigneva là dove ’l sol tace.

    Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,

    dinanzi a li occhi mi si fu offerto

    chi per lungo silenzio parea fioco.

    Quando vidi costui nel gran diserto,

    "Miserere di me", gridai a lui,

    "qual che tu sii, od ombra od omo certo!".

    Rispuosemi: "Non omo, omo già fui,

    e li parenti miei furon lombardi,

    mantoani per patrïa ambedui.

    Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,

    e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto

    nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.

    Poeta fui, e cantai di quel giusto

    figliuol d’Anchise che venne di *****,

    poi che ’l superbo Ilïón fu combusto.

    Ma tu perché ritorni a tanta noia?

    perché non sali il dilettoso monte

    ch’è principio e cagion di tutta gioia?".

    "Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte

    che spandi di parlar sì largo fiume?",

    rispuos’io lui con vergognosa fronte.

    "O de li altri poeti onore e lume,

    vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore

    che m’ ha fatto cercar lo tuo volume.

    Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore,

    tu se’ solo colui da cu’ io tolsi

    lo bello stilo che m’ ha fatto onore.

    Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;

    aiutami da lei, famoso saggio,

    ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi".

    "A te convien tenere altro vïaggio",

    rispuose, poi che lagrimar mi vide,

    "se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;

    ché questa bestia, per la qual tu gride,

    non lascia altrui passar per la sua via,

    ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide;

    e ha natura sì malvagia e ria,

    che mai non empie la bramosa voglia,

    e dopo ’l pasto ha più fame che pria.

    Molti son li animali a cui s’ammoglia,

    e più saranno ancora, infin che ’l veltro

    verrà, che la farà morir con doglia.

    Questi non ciberà terra né peltro,

    ma sapïenza, amore e virtute,

    e sua nazion sarà tra feltro e feltro.

    Di quella umile Italia fia salute

    per cui morì la vergine Cammilla,

    Eurialo e Turno e Niso di ferute.

    Questi la caccerà per ogne villa,

    fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno,

    là onde ’nvidia prima dipartilla.

    Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno

    che tu mi segui, e io sarò tua guida,

    e trarrotti di qui per loco etterno;

    ove udirai le disperate strida,

    vedrai li antichi spiriti dolenti,

    ch’a la seconda morte ciascun grida;

    e vederai color che son contenti

    nel foco, perché speran di venire

    quando che sia a le beate genti.

    A le quai poi se tu vorrai salire,

    anima fia a ciò più di me degna:

    con lei ti lascerò nel mio partire;

    ché quello imperador che là sù regna,

    perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge,

    non vuol che ’n sua città per me si vegna.

    In tutte parti impera e quivi regge;

    quivi è la sua città e l’alto seggio:

    oh felice colui cu’ ivi elegge!".

    E io a lui: "Poeta, io ti richeggio

    per quello Dio che tu non conoscesti,

    acciò ch’io fugga questo male e peggio,

    che tu mi meni là dov’or dicesti,

    sì ch’io veggia la porta di san Pietro

    e color cui tu fai cotanto mesti".

    Allor si mosse, e io li tenni dietro.

  • 4 mesi fa

    IO NON LE SO SCRIVERE. DISP

  • 4 mesi fa

    Al ministro della pubblica istruzione di ieri di oggi  di domani

    Il peto nel chiappeto

    Nel chiappeto dannunziano

    dei ministri canta l’ano.

    Soffia il foro, canta il gallo,

    il ministro sale a cavallo.

    Dei somari puzza il peto,

    ma il ministro è sempre lieto.

    Della scuola il buon odore

    piace molto al professore.

    Ascoltando la Fedeli

    mi si rizzan tutti i peli.

    Nell’eloquio è più migliore

    d’elefante il posteriore.

    Dalla scuola a ogni stagione

    di somari una legione

    esce col pezzo di carta

    perché ormai cultura è morta.

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