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Anonimo
Anonimo ha chiesto in Scuola ed educazioneCompiti · 2 mesi fa

Promessi sposiiiiiiiiii! ?

Che metodi usa la famiglia di Gertrude (monaca di Monza) per indurla alla monacazione

2 risposte

Classificazione
  • 2 mesi fa

    La evita vano e la trattavano male , l'hanno costretta

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  • Serena
    Lv 6
    2 mesi fa

    Il Manzoni mostra una delle piaghe del Seicento, quelle monacazioni forzate che erano dovute alla consuetudine del maggiorasco: per lasciare tutto il patrimonio al primogenito, i nobili lasciavano senza dote i figli successivi; per i maschi si prospettava o la carriera delle armi (i famosi cadetti) o quella ecclesiastica, per le femmine purtroppo non c’era che il chiostro, che per alcune non rappresentava che un’odiosa prigione. E quest’iniquo trattamento s’imponeva

    a tanti giovanetti e fanciulle per non dividere l’asse ereditario, ché altrimenti si sarebbe assottigliato e non avrebbe potuto più sostenere il decoro del casato. naufragio? L’orgoglio, proposto come virtù nobiliare, le venne istillato in famiglia sin dai primi anni, col sottinteso che il desiderio di supremazia, derivante

    dall’orgoglio, poteva attuarsi solo in un monastero. Per lodare l’aspetto

    prosperoso della bambina, i familiari esclamavano: ”che madre badessa!” quando

    faceva dei capricci, per averla vinta in qualche cosa, le sussurravano con

    indulgenza: “quando sarai madre badessa, allora comanderai a bacchetta”.

    Allorché entrava in eccessiva familiarità con la servitù, il padre non mancava di richiamarla:

    “Ehi! Ehi! Non è questo il fare d’una par tua… ricordati che tu devi essere, in ogni cosa, la prima del monastero, perché il sangue si porta per

    tutto dove si va”.

    Se Gertrude era portata a trattare familiarmente domestici e cameriere, era

    perché non trovava nei genitori quell’'affetto di cui il suo cuore aveva tanto bisogno; invece in una casa nobile una femminuccia era appena tollerata, in attesa di essere spedita in convento. Questa mancanza di amore nei primi anni di vita

    provocherà in Gertrude, come c’insegna la psicologia, insicurezza morale e

    debolezza di carattere, e quindi una insaziabile sete di amore negli anni perigliosi dell’adolescenza. Il padre cercava di raggiungere il suo scopo con le maniere persuasive e con

    le immagini allettanti, illudendosi che la figlia potesse prendere il velo volentieri,

    attratta dalle belle prospettive, e che la supremazia nel convento potesse

    soddisfare la vanità naturale di lei, che egli non aveva mancato all’uopo di

    coltivare. E fino a un certo tempo l’idea di comandare in un monastero

    soddisfece l’animo della fanciulla, la quale infatti “parlava magnificamente dei

    suoi destini futuri di badessa, di principessa del monastero, voleva a ogni conto

    esser per le altre un soggetto d’invidia”.Però alcune delle educande, che non erano

    destinate al chiostro, probabilmente perché di ricca famiglia borghese, non mostravano affatto invidia per Gertrude, anzi opponevano alle sue ben altre aspettative, di nozze

    e di festini, di vestiti e di carrozze. La ragazza in un primo momento sentì solo della stizza

    contro queste compagne, e replicava che, se lei volesse, poteva godersi quelle

    cose meglio di loro. Ma allorché giunse l’età critica della pubertà, quelle magnifiche fantasie di supremazia che l’avevano finora sostenuta cominciarono a vacillare, a divenire fredde e insulse; sentì insomma bisogno di

    amore, tanto più ora, quanto meno ne aveva ricevuto nella prima età. La religione, che talora riaffiorava in lei, le faceva apparire questa brama

    come una grave colpa, e “l’infelice, sopraffatta da terrori confusi, e compresa da

    una confusa idea di doveri… prometteva in cuor suo d’espiarla, chiudendosi

    volontariamente nel chiostro”. Erano momenti di torbido misticismo, presto sopraffatti dagli insorgenti desideri terreni.

    Comincia per la povera ragazza una lotta continua e snervante, sia dentro che fuori di sé, tra il suo desiderio di sposarsi e la volontà dei

    genitori di farla suora, tra la brama di piaceri sensuali e il complesso di colpa che talvolta la

    assale. La sua volontà è indebolita da questo dissidio non mai risolto, sicché ella

    cede ripetutamente alla volontà del padre il quale, anche se indirettamente, le fa capire chiaramente che deve farsi monaca. Il Manzoni, che ha raccontato tutte le fasi di questa lotta straziante da fine psicologo e artista impareggiabile, non

    nasconde un senso di profonda pietà per la vittima infelice, anche quando è

    costretto a condannarla. E ogni lettore non può che concordare con lui.

    In questa lotta impari tra la volontà di Gertrude di non essere sacrificata, e la decisione contraria del principe-padre, questi ha a un tratto un gran vantaggio insperato dall’'episodio del paggio, che gli fornisce il pretesto di

    relegare la figlia nell’'isolamento più completo sino alla sua capitolazione. Gertrude era allora alle soglie dell’adolescenza; infatti sappiamo dai

    documenti che prese il velo di novizia ad appena tredici anni e tre mesi;Per di più il senso di colpa, sempre risorgente dietro i suoi

    desideri terreni, fu questa volta ingigantito dall’'astuto genitore, col dare un valore di

    irreparabile gravità alla piccola leggerezza della figliola , sia col castigo

    irrogato, sia con quello peggiore, ma

    indeterminato, che le minacciava con parole oscure ma terribili. Gertrude infatti, tormentata da questo complesso di colpa, e invelenita per il

    comportamento inquisitorio della cameriera guardiana (che era la stessa che le

    aveva strappato di mano il biglietto per il paggio), dopo alcune interminabili

    giornate di prigionia non resistette più, avendo bisogno di vedere altri visi e di essere trattata diversamente, e scrisse al padre una lettera in cui, implorando perdono, si mostrava pronta a fare quanto gli piacesse.E la prima aria

    fu purtroppo l’aria gelida dell’egoismo del padre, che cinicamente approfittò della disponibilità dell’animo della figliola per piegarla definitivamente al chiostro, ribadendo così le sue catene, col suo consenso. Infatti il principe ci teneva a rispettare formalmente la libertà di decisione della figlia, probabilmente per precostituirsi un alibi morale, o forse anche

    giuridico; ma mentre ipocritamente fingeva di aspettare la sua decisione, le faceva

    intendere che, dopo il fattaccio col paggio, non c’era altra soluzione onorevole per lei che quella di prendere il velo, poiché lui non poteva regalarla in moglie a nessun galantuomo; quindi le prospettive non erano che due: o onorata badessa nel monastero o disonorata zitella in casa.

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