Cosa? Perché? Defund the police: privatizzare la polizia, distopia oppure una possibilità di togliere alla Stato il monopolio della violenza?

Vedete, io so che a 'privatizzare la polizia' penserete che qui mi stia spingendo troppo oltre, so che vi immaginate già eserciti privati di Elon Musk che marciano su Washington, un nuovo totalitarismo privato, una società blade runneriana divenuta realtà. In tal caso il liberismo avrebbe fallito. Niente del genere. Partiamo da una premessa: la polizia di Stato non tradirà mai lo Stato. Per il semplice fatto che è il suo datore di lavoro. Tradirà voi, che non siete nulla per la macchina impersonale della burocrazia, e questo è vero in Cambogia come negli Usa come in Italia come in Islanda. 

E' evidente, è ovvio, ma talvolta ce lo si dimentica, le società finiscono sempre per sottovalutarne gli effetti, fino a che ci sbattono contro. Proprio come accade in questi giorni: pensavate forse che la polizia fosse con voi. Ho guardato video in cui, dalla Sicilia al Friuli, i manifestanti urlavano 'schiaratevi con noi!': ma non lo è. E non lo è perché non siete voi i suoi datori di lavoro. E' lo Stato, e lo Stato - e questo è il paradosso e la tragedia di ogni società moderna - non è il complesso dei cittadini che lo compongono.

Immaginate una società dove le singole province appaltino a società private i servizi di polizia, servizi che possono essere tolti come da contratto. Immaginate regole di mercato che limitino queste società dall'espandersi. Un ritorno 'positivo' alle città-Stato in cui il cittadino, in quanto datore di lavoro, ha l'ultima parola sull'operato della polizia.

3 risposte

Classificazione
  • Anonimo
    4 sett fa

    L'obiezione, riguarda l’inefficacia nel garantire il bene di uno specifico strato della società: i meno abbienti. Come accade in ogni processo di questo genere, anche in materia di sicurezza la privatizzazione comporta il passaggio dalla produzione/fornitura di un bene collettivo in un regime “olistico” quale quello pubblico a un regime “analitico” quale quello privato. Ciò significa che, le conseguenze reali (funzionali e politiche) si distribuiscono diversamente a seconda della collocazione degli individui e dei gruppi nella scala economica e sociale. Sul piano funzionale è ipotizzabile che, segmentando l’universo delle situazioni e dei soggetti coinvolti (in quanto vittime o in quanto autori), così come propone la prevenzione situazionale, sia effettivamente possibile offrire una più puntuale tutela a determinate categorie. Sul piano politico, tuttavia, è ipotizzabile un depauperamento dei diritti dei ceti svantaggiati, i quali dalla privatizzazione hanno tutto da perdere, sia come eventuali vittime dei reati (in termini di tutela da essi), sia come eventuali autori dei medesimi (in termini di diritti della difesa). Efficace nel breve termine, una simile strategia potrebbe rivelarsi non altrettanto efficace nel lungo. In uno scenario internazionale e interno in cui i fattori di insicurezza appaiono in aumento, un’offerta selettiva di sicurezza come giocoforza, si conferma essere quella prodotta privatamente, è destinata a potenziare le differenze e dunque i conflitti tra gli attori sociali, aggravando uno stato del mondo che dichiara di voler risolvere. Ma anche in ordine alla tendenza “settoriale” al privilegiamento dell’extrema ratio rappresentata dalla forza militare in funzioni di ordine pubblico, l’osservatore è chiamato a riflettere e a pronunciarsi criticamente. Anche se bisogna precisare che, rispetto all’acquiescenza a una simile tendenza, è cosa diversa l’adozione di un disegno unitario a cui vengano ricondotte le funzioni delle varie istituzioni della sicurezza interna ed esterna, tra le quali i decisori politici sono chiamati a promuovere, con gli strumenti normativi, finanziari e organizzati, vi a loro disposizione, la cooperazione strategica e l’integrazione operativa. Al contrario, eventuali processi di militarizzazione dei compiti, degli assetti e delle pratiche della polizia, così come reciprocamente di “polizializzazione” delle Forze armate, sono decisamente da evitare sul duplice piano di merito e di principio. Nel merito, modelli e culture organizzative differenti sono e devono restare tali in quanto riflettono funzioni differenti. Si pensi per tutte al binomio rigidità/flessibilità che necessariamente distingue alcune pratiche topiche (ad es. l’uso della forza) dell’esercito rispetto a quelle della polizia. E si immagini, nel caso di un’impropria fungibilità fra istituzioni, le conseguenze simboliche e politiche di possibili reazioni di destinatari della forza (ad es. uno o più manifestanti nel corso di una dimostrazione che sbocci in gravi incidenti) in cui venisse colpito un appartenente delle Forze armate. In contesti di crisi interna la continuità militari/polizia (ed eventualmente forze para-militari e para-poliziesche) genera scenari inquietanti, come mostra l’esperienza di vari paesi latino-americani. Quanto al piano dei principi, si tratta di aspetti di natura politica costituzionale, che appaiono non accessorii bensì fondanti della civiltà occidentale; stiamo parlando, infatti, della divisione dei poteri, del primato sulle amministrazioni esercitato dai rappresentanti democraticamente eletti del potere esecutivo e legislativo, del controllo politico della forza, della salvaguardia dei diritti civili e delle libertà fondamentali dei cittadini. Se non in condizioni di assoluta emergenza e per fasi temporanee, le politiche pubbliche devono prevenire ogni confusione tra istituzioni caratterizzate da missioni e mandati differenti quali quelle militari e quelle di polizia. Così come richiede un forte investimento di controllo istituzionale il coinvolgimento di soggetti privati come le imprese della sicurezza, che per definizione sono orientati al perseguimento di un obiettivo, legittimo ma particolare nei fini, quale è la creazione del profitto. In tema di sicurezza, la migliore partecipazione che i cittadini possono realizzare è il contributo alla sua dimensione “morbida” conseguibile attraverso l’impegno civico e sociale nella prevenzione strutturale della devianza. Quanto alla dimensione “dura” della sicurezza, l’unica partecipazione possibile consiste nel sostegno e nella cooperazione nei confronti delle Forze dell’ordine nell’esercizio delle loro funzioni, in parallelo con il controllo politico esercitato in quanto opinione pubblica.

  • 4 sett fa

    Ma perché non ti prepari una bella tazza di latte di soia e biscottini biscottosi, e non ci dormi un po' su? :) sei stanco, è comprensibile, è pure il fine settimana...

    Nel frattempo, se ti interessano i processi di razionalizzazione e di burocratizzazione della società ti consiglio un autore che predisse un secolo fa questo stesso genere di problemi, Max Weber (La politica come professione, La scienza come vocazione e Il metodo delle scienze storico-sociali)

  • 4 sett fa

    @ Caro anonimo, la tua lunga citazione mi rende tremendamente difficile il compito di risponderti in tempi accettabili, a quest'ora notturna. Rispondo alle due principali obiezioni del testo: si, in un certo senso questo sistema - come tutto il sistema delle privatizzazioni - penalizza i più deboli, questo è molto evidente. Eppure non si parla di individui deboli, ma di province deboli. Certamente si può obiettare che questo modo di 'risolvere' la povertà comporta un impoverimento proprio di chi avrebbe più bisogno di fondi, secondo una visione del mondo socialista: è senza dubbio vero, ma va accettato. Idealmente punto ad un sistema paragonabile a quello statunitense, in cui le province più in crisi vengono progressivamente abbandonate dai suoi abitanti per poi, a sua volta, tornare prospere attraverso l'iniziativa privata, come accade a Detroit. Dapprima andata in default e dunque abbandonata e poi tornata, ultimamente, a vivere una nuova gentrification, grazie ai prezzi bassissimi degli immobili che favoriscono l'acquisto e la libera impresa: questo ha favorito il trasferimento delle fasce più 'creative', sebbene non sempre le più ricche, della società statunitense, attratte dalla possibilità di una vita sì un po' più pericolosa ma anche a basso costo. Come dicevo: il mercato si autoregola.

    Riguardo la privatizzazione dell'esercito, questo non l'ho mai proposto, lo troverei inefficiente e innaturale, ritengo che le due cose vadano separate.

    Pollicino in su anche a te, comunque.

    ---

    @ Cara Umorismo, come tu ben sai io sono per natura spocchiosissimo, non posso fare a meno di notare (ad alta voce) che leggevo Weber quando tu guardavi Solletico (al quale per giunta mi costrinsero a partecipare). Per il resto, come al solito, pollicino in su e bacino alla passerina :*

    ---

    Lo so, non è un meccanismo perfetto e del resto andrebbe perfezionato e studiato molto meglio, cosa che non è mio compito fare certamente. Però è, idealmente e moralmente, nelle sue linee iper-generiche, migliore del sistema attuale: perché se non altro non esiste più un unico attore con un monopolio sulla violenza il quale risponde a sua volta ad un unico attore, lo Stato, con il monopolio su... tutto. 

Altre domande? Fai una domanda e ottieni le risposte che cerchi.